Facebook ci spia, noi lo sappiamo e ce ne freghiamo

ProPublica ha lanciato un tool che permette di sapere cosa Facebook sa di noi: genere, età, passioni, persino carta di credito. Quello che sconvolge, però, è la reazione degli utenti

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PASCAL POCHARD-CASABIANCA/AFP/Getty Images

6 Ottobre Ott 2016 0910 06 ottobre 2016 6 Ottobre 2016 - 09:10
Tendenze Online

Quando uno vuole fare il giornalista anglosassone serio, quello che vigila sul Potere e ne svela i meccanismi, segue il flusso dei soldi, illumina i punti oscuri, setaccia le conseguenze sui singoli e la società, uno dei pochi esempi rimasti a cui guardare è ProPublica.

ProPublica è una redazione no profit statunitense che produce inchieste formidabili e vince Pulitzer senza scomporsi. I suoi giornalisti sono un dream team di talenti: gente che ci crede, guadagna così così e può parlare di accuratezza e ruolo dei media per la difesa della democrazia senza rischiare accuse di incoerenza.

Era solo questione di tempo prima che puntasse a un Potere così pervasivo nelle nostre vite da essere diventato invisibile: l’Algoritmo. Dopo una inchiesta spietata su Amazon, ora ProPublica ha lanciato Breaking the Black Box, un’inchiesta in quattro puntate sul potere degli algoritmi (di Julia Angwin, Terry Parris jr e Surya Mattu)

Prima tappa, What Facebook Knows About You, in cui il YOU del titolo è uno qualsiasi dei quasi due miliardi di utenti Facebook convinti di godere di una vetrina gratis, come se gratis fosse sinonimo di senza costi.

What Facebook knows about You è un’extension di Chrome che consente a tutti di vedere il nostro profilo da consumatore su Facebook, l’identità che appare gli investitori pubblicitari.

Genere, età, luogo di residenza, lavoro, ma anche passioni, preferenze, hobbies: un profilo approfondito. E poi anche le inferred preferences: quello che Facebook, sulla base di quello che sa di noi, pensa ci possa interessare.

Ora, una vaga percezione del fatto che Facebook non ci chiede soldi ma ne fa vendendo ai pubblicitari (e chissà a chi altri) dati sui nostri comportamenti, sulle nostre preferenze e sulle nostre abitudini dovrebbe essere entrata nel sentire comune.

Ma l’inchiesta di ProPublica va piú a fondo, e ci conferma che Facebook compra dati da altri fornitori: per esempio sulle nostre carte di credito o sul nostro mutuo. È cioè il più grande e completo database di consumatori al mondo.

La concentrazione di potere di Facebook deve essere regolata in qualche modo, per esempo pubblicandone l'algoritmo, invece al momento nessuno è riuscito a mettere il naso nella scatola nera

I giornalisti di ProPublica pensano tre cose:

1- che il giornalismo si ancora un pilastro della democrazia

2- che, Facebook sia anche una multinazionale dei media, malgrado Mark Zuckerberg continui a dire che è solo una compagnia tecnologica

3- che una concentrazione di potere come quella di Facebook (o di Google o di molte altri piattaforme) debba essere regolata in qualche modo, per esempio pubblicandone l’algoritmo, e invece non c’è regolatore al mondo che sia mai riuscito a mettere il naso nella scatola nera


​Per questo l’esperimento di ProPublica ha bisogno di partecipazione.

Vuole che scarichiamo il tool, ci facciamo un giro e raccontiamo ai giornalisti titolari dell’inchiesta cosa abbiamo scoperto. Vuole, in sintesi, che giocando con la nostra immagine di consumatori allo specchio ci poniamo delle domande. Lo fa per due ragioni: la prima è che non ha accesso alla scatola nera, e quindi deve farsi un’idea più precisa di quello che Facebook sa di noi attraverso il feedback dei lettori.

La seconda è che vuole scandagliare la reazione degli utenti, perché è il loro comportamento il cuore della storia.

Il progetto è ancora all’inizio, ma Julia Angwin, intervistata da WNYC’s Note to Self (che del progetto è partner), può già tracciare i primi bilanci.

“I profili sono o spaventosamente accurati o spaventosamente inaccurati. E la gente impazzisce. Se il risultato è lontano dalla realtà, si sente tradita come un innamorato incompreso. Non mi conosci. Non mi ami davvero.

Se è accurato, si sente inscatolato in categorie fisse, come in una relazione sbagliata. A volte il collegamento è chiaro: Facebook pensa, magari sbagliando, che siamo ebrei perché abbiamo un link a un sito di cultura ebraica. Ma se si va più a fondo, specie esplorando le inferred preferences, possiamo scoprirci associati a temi o comunità lontanissimi da noi e non sappiamo perché”.

E invece sarebbe utile sapere come funziona un Potere Transnazionale senza controlli esterni e dal sorriso gentile.

ProPublica solleva il problema. Cominciano a farlo in tanti nell’industria dei media, perché Facebook la sta divorando. Ma i commenti al sito di What Facebook Knows About You sono un misto di menefreghismo, cinismo e naivete. C’è l’anima bella, che scrive: Facebook è il male, uscitene e non rompete i coglioni. Io ve l’avevo detto. Quello che dice: lo so che sto dando tutte le mie informazioni in cambio dell’accesso gratis a un servizio comodo, ma qual è il problema? Il complottista: fate un’inchiesta sul lato oscuro di Facebook e imponete un tool di Google?

E quindi resta il dubbio che il Grande Fratello 2.0 ce lo meritiamo.

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