Ecco perché la nostra paura dei grattacieli è assurda

Le torri consumano meno suolo degli edifici orizzontali ma sono sempre più il bersaglio degli ambientalisti. Eppure possono essere sostenibili, anche dal punto di vista sociale. Il successo di Porta Nuova a Milano sta a dimostrarlo. Anche se il dibattito italiano è fermo alle critiche di Celentano

Stadio Roma 1 Torri

Un rendering del progetto precedente dell’area di Tor di Valle, Roma, in cui sorgerà lo stadio della A.S. Roma. Dal nuovo progetto sono state tolte le torri di Libesind (foto: http://www.stadiodellaroma.com)

28 Febbraio Feb 2017 1343 28 febbraio 2017 28 Febbraio 2017 - 13:43

La battaglia contro i grattacieli è più legata a una visione ideologica che a fatti concreti. Ed è una peculiarità italiana, figlia di una visione anti-moderna. Che si guardi il punto vista ambientale, economico e sociale, le torri più che un problema possono essere una soluzione. Ne è convinto Luca Molinari, titolare dell’omonimo studio, critico e storico dell’architettura all’Università Vanvitelli di Napoli e nome noto per i suoi interventi settimanali su L’Espresso, dove nel 2015 ha preso il testimone da Bruno Zevi e Massimiliano Fuksas. Linkiesta lo ha raggiunto per parlare del progetto dello stadio della Roma e di come sia nata l’avversione per le torri che torna ogni volta che viene discusso un progetto.

Architetto Molinari, cominciamo dalla cronaca. Per il progetto dello stadio della Roma, a Tor di Valle, da parte della giunta Raggi è stata presentata come una vittoria la cancellazione dei tre grattacieli di Libeskind.

Parlare di vittoria mi sembra una dichiarazione di tipo populistico, per due motivi. Da una parte il progetto toglierà alla città di Roma un‘importante quantità di oneri di urbanizzazione derivanti dalla costruzione delle torri, che sarebbero ricaduti in opere pubbliche e in opere per il quartiere. Mi sembra un approccio profondamente ideologico, come se il grattacielo fosse portatore di chissà quale male per l’umanità. Dall’altra nei prossimi mesi bisognerà vedere con molta attenzione i numeri e le quantità nel nuovo passaggio in consiglio comunale: se il principio è che vengono tolte le torri ma ci sarà una edilizia bassa orizzontale molto densa, quello che era l’impatto delle torri sarà riportato a terra con le colate di cemento.

La presenza di edifici orizzontali viene ritenuta più accettabile socialmente.

Roma è stata costruita negli ultimi 30 anni a forza di palazzine orizzontali. È stata una costante e continua colata di cemento, è una città che ha perso completamente senso e gerarchie. Paradossalmente le torri potevano diventare un segno urbano, un “landmark” riconoscibile, assieme alla presenza dello stadio. Così invece avremo uno stadio, che è il vero monumento ma è abbastanza basso, e intorno una serie di edifici orizzontali. Detto questo, ripeto: la cosa più importante da vedere sarà la ricaduta sugli oneri di urbanizzazione a carico dell’imprenditore. Questo passaggio comporta una capacità di visione forte da parte dell’amministrazione, che deve sapere cosa vuole. Da quello che so io il progetto precedente era stato approvato anche perché Parnasi garantiva una serie di opere di urbanizzazione e di infrastrutturazione che sarebbero state diffuse lungo tutto il quartiere di quell’area. Adesso siamo solamente alle dichiarazioni di intenti e a commenti di facciata.

Torniamo alle considerazioni generali sui grattacieli e cominciamo dall’aspetto ambientale. Qual è l’impatto di un grattacielo?

Le torri sono strutturalmente un elemento che comporta la possibilità di consumare meno territorio, perché salgono in verticale. Un altro tema è che ormai i grattacieli hanno delle tecnologie applicate che consentono un risparmio energetico molto significativo. Questo è valido per molte architetture costruite in classe A o, come ha detto la sindaca Raggi, in classe Leed Gold. È una delle categorie di ranking di sostenibilità che gli edifici possono acquisire, indipendentemente dall’essere alti o bassi. C’è inoltre la possibilità di lavorare sulla piastra e sui primi livelli pubblici della torre come elemento integrativo di funzioni private e pubbliche insieme. Ormai il grattacielo non è più solamente un oggetto solo in mezzo al vuoto, non siamo a Dubai: siamo in città in cui il grattacielo viene pensato sempre più come un sistema integrato di tipo urbano e infrastrutturale. Porta Nuova a Milano da questo punto di vista è un esempio evidente. Anche quando, come nel caso del Grattacielo Sanpaolo a Torino di Renzo Piano, viene costruito un singolo edificio, vengono forniti alla collettività alcuni servizi pubblici nei primi livelli dell’edificio che sono di uso collettivo.

Un rendering delle torri viste dall’area commerciale di Tor di Valle, secondo il progetto bocciato (foto: http://www.stadiodellaroma.com)

«Roma è stata costruita negli ultimi 30 anni a forza di palazzine orizzontali. È stata una costante e continua colata di cemento, è una città che ha perso completamente senso e gerarchie. Paradossalmente le torri potevano diventare un segno urbano, un “landmark” riconoscibile»

Perché il grattacielo è diventato un simbolo delle battaglie ambientaliste? Siamo figli di Celentano e del suo “albero di 30 piani”?

Diciamo che l’Italia ha un problema di fondo con l’idea di modernità. Ancora nel 2017 un edificio contemporaneo è considerato un problema, cosa che nel resto d’Europa non esiste. C’è un problema culturale e sociale di fondo, per cui ogni cosa moderna o deve stare in periferia o deve scomparire. Di per sé questo è un paradosso, perché negli ultimi 50 anni le città sono cresciute come volumetria del 60-70 per cento. C’è un problema, serio, di dare abitabilità e ospitalità a chi abita e a chi lavora in città, che ha esigenze diverse da quelle di cento anni fa. C’è poi un problema di relazione con l’idea di modernità. Le grandi battaglie ambientaliste di Antonio Cederna degli anni Sessanta a Roma avevano un senso perché si stava distruggendo il patrimonio della città, c’era da combattere contro il sacco di Roma e di Napoli.

Qual è la differenza?

Erano grandi battaglie ambientaliste, perché non c’erano tutele e vincoli sui centri storici, sui parchi. Oggi l’Italia è fornita di leggi avanzatissime che tutelano il patrimonio e il paesaggio in maniera molto diffusa. Non è più questo il tema. Il tema ormai è una questione di cultura del progetto. E il sistema dei grattacieli e delle torri rimane in tutto il mondo uno dei modi per affrontare il tema dell’alta densità metropolitana, piaccia o non piaccia.

Negli altri Paesi europei ci sono resistenze paragonabili a quelle presenti in Italia?

No. In questo momento c’è un grosso dibattito a Londra, che ha attuato una deregulation totale, lasciando al privato ogni capacità di intervento. Il risultato è che ha avuto negli ultimi anni una crescita verticale spasmodica e che si sia acceso un dibattito sul tipo di città che si vuole avere. Ma non c’è confronto con la capacità che hanno le pubbliche amministrazioni italiane di regolare, attraverso le commissioni e i piani urbanistici, la presenza o meno di una torre. Quando si decide di costruire una torre in Italia, questo avviene alla fine di un lunghissimo iter amministrativo in cui le parti pubbliche e private si confrontano. Non è che arriva un immobiliarista cattivo e fa quello che vuole. Ci può essere un’amministrazione profondamente de-regolamentante, ma questo è spesso bilanciato da leggi regionali. La cultura italiana è una cultura molto di tutela del paesaggio.

Eppure le discussioni ci sono anche all’estero.

Certamente. Poco tempo fa è stato bloccato un progetto di una grande torre nel centro di Parigi, ma era un grattacielo solitario nel cuore di una città del tutto orizzontale. Se ne è fatta una questione di orgoglio cittadino, di nuovi segni. Alla fine il tema è sempre questo: costruire un segno nuovo per dare un’identità contemporanea a una città che cambia. Tutte le città del mondo sono in competizione tra loro, per attrarre capitali, headquarter, talenti, forza lavoro. Questo passa anche attraverso dei segni architettonici clamorosi.

L’Unicredit Tower di Milano vista da Corso Garibaldi (FILIPPO MONTEFORTE / AFP)

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

«A Milano Porta Volta l’intervento con il nuovo grattacielo non è stato solamente accolto ma addirittura abbracciato dalla cittadinanza milanese che lo considera uno spazio naturalmente moderno della propria storia. Piazza Gae Aulenti è costantemente gremita di persone»

Dal punto di vista economico il grattacielo è ancora un fattore di attrattività?

Assolutamente sì. Le faccio un esempio su Porta Nuova: Unicredit ha rinunciato all’affitto di decine e decine di immobili, concentrando tutta la forza lavoro in un edificio. Questo ha portato dei vantaggi dal punto di vista di gestione e finanziario. Ormai i grandi gruppi cercano superfici importanti e sempre di più le superfici importanti possono essere realizzate ai margini di una città storica, non più in periferia e in mezzo alle campagne. Questi edifici comunicano anche l’essenza dell’aziende. Nel caso di Porta Nuova l’Unicredit Tower diventa un simbolo del sistema bancario, come la torre di Intesa Sanpaolo di Renzo Piano. Diventano dei segni urbani che rappresentano anche la forza economica e simbolica di chi le occupa. Il Grattacielo Pirelli a Milano non si chiama Grattacielo Regione Lombardia, si chiama ancora Pirelli, malgrado l’ingegner Leopoldo Pirelli abbia utilizzato quella torre per pochi anni. L’idea di landmark anche simbolico è molto rilevante.

Se parliamo di estetica, i grattacieli sono un elemento di rottura con la tradizione?

Se lei prende una qualsiasi stampa di una città italiana del Seicento, vede due elementi: un elemento orizzontale della residenza e decine e decine di torri, fatte in mattoni dalle famiglie più importanti. Così vale per Bologna, Firenze, Milano, San Gimignano, Lucca. Il rapporto tra orizzontale e verticale era dato per scontato nelle città italiane, ovviamente con le tecnologie di quel tempo, che consentivano di costruire fino a una certa altezza. Poi nell’Ottocento, grazie all’acciaio e all’ascensore, le torri sono salite, per una questione puramente tecnica. Sul fatto che le città italiane non abbiano mai avuto elementi verticali sarei contrario. Faccio una provocazione: quando Brunelleschi costruisce la Cupola di Santa Maria del Fiore, fa un gesto di un’avanguardia potentissima. È un edificio monumentale nel cuore di una città orizzontale. Oggi noi lo consideriamo armonico, ma allora fu un elemento di grande violenza fisica, oltre che simbolica. La premessa è importante. Aggiungo che vengo da una città come Milano in cui il tema delle torri e dei grattacieli, al di là di alcune polemiche viene continuamente assorbito dalla realtà. Porta Volta è la dimostrazione del fatto che un intervento di quel tipo è stato non solamente accolto ma addirittura abbracciato dalla cittadinanza milanese che lo considera uno spazio naturalmente moderno della propria storia. Poco tempo dopo la sua apertura, piazza Gae Aulenti è stato uno dei luoghi più postati sui social che si ricordi. La piazza è costantemente gremita di persone. Il luogo è abitato e ha risolto un attraversamento che prima era una separazione tra due parti della città.

Una critica che si è fatta storicamente ai grattacieli americani è che desertificavano le aree circostanti per la presenza di parcheggi all’aperto. Qual è l’impatto sociale delle nuove torri?

Questo dipende dal tipo di contesto. A Torino la costruzione della torre di Renzo Piano di Intesa Sanpaolo e della sede della Regione Piemonte di Massimiliano Fuksas ha comportato molte polemiche perché, in un paesaggio profondamente orizzontale, a parte la Mole Antonelliana, questi elementi risultavano essere disturbanti per alcuni. Io ho una visione contemporaneista delle cose. Penso che le città cambino, siano dei corpi viventi che si modificano e hanno bisogno di costruire ogni volta i propri monumenti. Se questi nuovi monumenti non sono privatizzati ma costruiscono tessuto sociale e di relazioni e nuovi elementi significativi dal punto di vista dell’identità del luogo, credo che rappresentino la storia contemporanea di quella città. Le città non sono dei musei fissi per cartoline. Anche le cartoline cambiano nel tempo. Credo che se costruiti con intelligenza, con la capacità di fare sistema, di essere un elemento integrato, malgrado la loro diversità i grattacieli siano elementi che abbiano le loro ragioni di esistere, anche perché non siamo più nel 1850.

Interno del grattacielo di Intesa Sanpaolo a Torino, progettato da Renzo Piano (MARCO BERTORELLO / AFP)

MARCO BERTORELLO / AFP

«Le torri sono strutturalmente un elemento che comporta la possibilità di consumare meno territorio, perché salgono in verticale. Inoltre i grattacieli hanno delle tecnologie applicate che consentono un risparmio energetico molto significativo»

C’è però una differenza fondamentale tra un grattacielo connesso e un grattacielo in periferia raggiungibile solo con le auto.

Sì. Nel caso di Roma, per quel che so, il progetto dello stadio era dotato di elementi di connettività pubbliche importanti. Non era un centro commerciale in mezzo al nulla con un parcheggio per mille auto, ma un sistema integrato. Per essere approvato da un passaggio in giunta e prima dalle commissioni paesaggio, quel progetto è stato ampiamente discusso. Non è uscito dal nulla da un cappello magico, ci sono leggi dello Stato da rispettare.

Tornando a Tor di Valle, il progetto si reggerà senza i grattacieli? Ci sarà abbastanza flusso di persone per alimentare gli edifici commerciali dell’area durante la settimana?

È certamente un punto di dubbio. Al momento non ho gli strumenti per capire che tipo di sostenibiità finanziaria ci sia. Se hanno trovato un accordo, Parnasi avrà fatto i suoi conti. Da una parte erano interessati allo stadio, dall’altra bisogna capire quanta superficie costruita, quali funzioni e quali servizi saranno attivati intorno. Per esempio, lo stadio della Juventus vive anche grazie al fatto che di fianco c’è un centro commerciale molto importante, che produce redditività. Tutti i grandi stadi europei costruiti negli ultimi 20 anni sono sempre stati pensati come sistemi integrati, in cui dall’idea dello stadio pensato come uno spazio che vive per due ore alla settimana si passa al tema della città dello sport, a un progetto integrato in cui si possono avere servizi tutta la settimana, in un luogo aperto costantemente all’uso da parte della comunità e dei cittadini.

In questo senso avere tre torri con migliaia di dipendenti garantiva più sostenibilità al progetto.

Questo è evidente.

Potrebbe interessarti anche