Lavoro

Sorpresa, nelle fabbriche si ignora il Jobs Act e sopravvive l’articolo 18

Se la Consulta ha respinto il quesito referendario della Cgil per abolire le modifiche introdotte all’articolo 18, il sindacato di Susanna Camusso da tempo lavora nelle retrovie per aggirare il Jobs Act. Con accordi aziendali, o addirittura individuali

Operai Felici
20 Aprile Apr 2017 1420 20 aprile 2017 20 Aprile 2017 - 14:20

L’ultimo accordo anti Jobs Act la Cgil lo ha firmato a Trani, in Puglia. Nel cambio d’appalto per il servizio di vigilanza delle isole ecologiche, sono stati salvati i lavoratori e pure l’ormai defunto articolo 18. Le sette guardie giurate non solo sono state assunte dalla nuova azienda. Ma l’azienda stessa continuerà a garantire loro anche la vecchia disciplina contro i licenziamenti illegittimi cancellata dal Jobs Act.

Se le piazze non sono servite e la Consulta ha respinto il quesito referendario della Cgil per abolire le modifiche introdotte all’articolo 18, il sindacato di Susanna Camusso da tempo lavora nelle retrovie per aggirare il Jobs Act. Con accordi aziendali, o addirittura individuali, per i lavoratori che passando da un’azienda all’altra non ci pensano nemmeno a entrare nel magico mondo delle tutele crescenti. Il “vecchio” articolo 18 si trasforma così in un benefit per attirare manodopera qualificata. Soprattutto nei grandi distretti industriali metalmeccanici in Lombardia ed Emilia Romagna, dove la contrattazione sindacale ha ancora un suo peso.

La formula usata è: “Con anzianità di servizio antecedente al 7 marzo 2015”. I singoli lavoratori contattano i sindacalisti e si tratta. Soprattutto quando in gioco ci sono operai esperti. Finora molti accordi sono stati sottoscritti dalle aziende senza fare troppa pubblicità, in attesa del possibile referendum cgiellino. Ma con la bocciatura del quesito, l’atteggiamento degli imprenditori è cambiato.

A marzo, le sigle dei metalmeccanici hanno sottoscritto per Ducati e Lamborghini un accordo che smonta diversi punti del Jobs Act: licenziamenti individuali, demansionamento e controllo a distanza. Della riforma renziana originale è rimasto poco. L’accordo non prevede una reintroduzione dell’articolo 18, ma la garanzia di un confronto sindacale preventivo nel caso di licenziamento con la ricerca di altre soluzioni, dal ricollocamento al part time. E dai sindacati si dovrà passare anche in caso di demansionamento e per l’introduzione di strumentazione per il controllo a distanza. «Si stipulano accordi migliorativi a livello aziendale», spiega Michele Bulgarelli della Fiom di Bologna, che ha seguito le trattative con le due aziende del gruppo Volkswagen. «Una volta si usava la legge, ora dobbiamo inventarci di tutto per migliorarla».

Il “vecchio” articolo 18 si trasforma così in un benefit per attirare manodopera qualificata. Soprattutto nei grandi distretti industriali metalmeccanici in Lombardia ed Emilia Romagna, dove la contrattazione sindacale ha ancora un suo peso

Ma a parte grossi accordi come il duo Ducati-Lambo, per le nuove assunzioni si cerca di aggirare il Jobs Act soprattutto a livello individuale. «Soprattutto per la manodopera qualificata», spiega Lorenzo Chiodo della Fiom Lombardia. «I lavoratori che dopo il 7 marzo 2015 vengono assunti da un’altra azienda, dimettendosi perderebbero l’articolo 18. Così si rivolgono a noi per chiedere al nuovo datore di lavoro di inserire nel contratto una clausola che garantisca il mantenimento dell’articolo 18. Sono accordi semi-individuali». E il sindacato è intervenuto anche nel caso di esternalizzazioni di rami d’azienda e ristrutturazioni. «Per garantire tutele maggiori rispetto a quelle previste dal Jobs Act», dice Chiodo. Non sempre si torna a’llarticolo 18, ma si cercano garanzie che ci si avvicinano. Come è avvenuto alla Franco Tosi dopo lunghi negoziati. Non hanno le tutele crescenti ma non è stato mantenuto nemmeno l’articolo 18: è stata garantita una forma di tutela reale in alternativa all’applicazione del Jobs Act.

A pochi giorni dall’approvazione del decreto sulle tutele crescenti, tra i primi a stipulare un accordo in deroga al Jobs Act era stata la Novartis nel marzo 2015. E da lì sono arrivate altre firme “riparative”. Soprattutto nel settore dei servizi, interessato dai cambi d’appalto.

«Abbiamo siglato molti accordi territoriali», spiega Cristian Sesena, segretario nazionale della Filcams Cgil, il ramo del sindacato che raccoglie commercio, turismo e servizi. «Passando un appalto all’altro i lavoratori maturano anzianità, così puntiamo a mantenere l’articolo 18 senza ricominciare da capo rinunciando alle tutele». Lo scorso agosto, Cgil, Cisl e Uil hanno anche firmato con la Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) un protocollo per i subentri in concessione autostradale. Il discorso è uguale: nel passaggio dei lavoratori, si tiene stretto l’articolo 18. La stessa cosa è successa al Comune di Bologna per i call center di Hera, dove sono riusciti a ottenere anche il divieto di usare le registrazioni delle chiamate per valutare i dipendenti. Potranno essere riascoltate solo con le voci alterate e alla presenza sia di personale aziendale che dei sindacati. «Il Jobs Act viene emendato in senso migliorativo», dice Sesena. «La difficoltà è convincere le controparti a farlo».

Se la legge non piace, i sindacati si sono ormai arresi agli accordi di secondo livello per smontare il Jobs Act. Anche sul fronte del controllo a distanza dei lavoratori. Come hanno fatto agli stabilimenti Toyota di Bologna e in quelli Ducati e Lamborghini. L’11 aprile scorso anche la Mycis Company, che produce i cosmetici della Pupa, ha firmato un accordo per garantire che l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori da applicare ai dipendenti degli outlet rimanga quello del 1970 e non quello del Jobs Act. Con tanto di firma e timbro anche della Confindustria di Lecco e Sondrio.

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