Kim Robinson è il più grande romanziere americano, ma non ce ne siamo accorti

Vincitore di numerosi premi letterari, l'ultimo romanzo di Kim Stanley Robinson è stato paragonato alla trilogia degli Usa di John Dos Passos e a 'Underworld' di Don DeLillo. Ma nessuno dei critici letterari occidentali se n'è occupato finora, dimostrando una vera e propria sonnolenza culturale

KSR
6 Maggio Mag 2017 0830 06 maggio 2017 6 Maggio 2017 - 08:30

Senza star troppo a ciurlare e a gingillarsi con i sofismi, partiamo dalla fine, con la morale dell’articolo. Siamo, culturalmente, un paese da terzo mondo. Come mai? Prendiamo una fotografia e il titolo di un giornale super famoso. La fotografia ritrae un tizio ben bardato, in Antartide, aureolato da cinghie di gelo. Il tizio si chiama Kim Stanley Robinson, classe 1952, nato in Illinois e cresciuto in California. Decisamente atletico, gli garba, nel tempo libero, esplorare zone selvagge. Di mestiere fa lo scrittore di fantascienza. Laureatosi sull’opera di Philip K. Dick, la scrittura gli viene piuttosto bene. Ha vinto tutti i premi più importanti del ‘genere’, dal premio Nebula al premio Hugo. Nel 1997 ha pubblicato uno dei suoi romanzi più celebrati ambientandolo proprio in Antartide, si chiama Antarctica, appunto. È però riguardo a Shaman, pubblicato nel 2013 e con l’Era glaciale come scenografia, che il New Yorker – il giornale super famoso di cui sopra – ha tuonato nel titolo: “Abbiamo scoperto il più grande romanziere americano?”. La fama di Robinson, tuttavia, è consolidata da un bel po’, esattamente dal 1992, quando con Red Mars comincia a pubblicare la cosiddetta “Trilogia di Marte”, che racconta la colonizzazione del Pianeta Rosso nel 2026, mentre la Terra implode tra catastrofi naturali e scontri sociali. Almeno questo l’editoria nostrana l’ha beccato. Il rosso di Marte viene tradotto nel 1995 da Mondadori, poi ci pensa Fanucci, nel 2016, a pubblicare Il verde di Marte e quest’anno a chiudere il cerchio con Il blu di Marte. Vent’anni dopo. Kim Stanley Robinson chiude la trilogia nel 1996 e noi la recepiamo nel 2017. Poi non ditemi che non siamo un paese culturalmente da terzo mondo.

Con particolare perizia narrativa l'autore non racconta la catastrofe, lo scioglimento dei ghiacci, le turbe urlanti di sgomento. Racconta la vita dopo la catastrofe. Una New York a misura di subacquei, divisa tra i rari supericchi con attico che sfocia sugli oceani e i parecchi poveracci che debbono adattarsi a vivere come i polpi e le murene

Ora però “il più importante scrittore di fantascienza dell’ultimo decennio” – ancora il New Yorker, quattro anni fa – l’atletico Robinson, ha fatto un passo ulteriore verso la gloria. Da un mese a questa parte le più autorevoli – e vendute – testate angloamericane scrivono di New York 2140. L’ultimo romanzo di Robinson. Che racconta Big Apple dopo la catastrofe climatica, sommersa dalle acque. Il film sembra già visto, sia sul grande schermo (The Day After Tomorrow, di Roland Emmerich) che sul grande libro (Il mondo sommerso, dell’immenso J. G. Ballard). Solo che Robinson fa qualcosa in più. Con particolare perizia narrativa (l’autore dice di aver calcato “la struttura di Casa desolata, il più bel romanzo di Charles Dickens”) non racconta la catastrofe, lo scioglimento dei ghiacci, le turbe urlanti di sgomento. Racconta la vita dopo la catastrofe. Una New York a misura di subacquei, divisa tra i rari supericchi con attico che sfocia sugli oceani e i parecchi poveracci che debbono adattarsi a vivere come i polpi e le murene. Il romanzo è oceanico – 624 pagine – e segue la vita quotidiana di otto personaggi, farcendo la trama di riflessioni filosofico-politiche. Il capitalismo è brutto e bastardo – “Immiserire fino alla fine chi li tiene in vita?”, dice un eroe parlando del residuale 1% della popolazione straricca, “quale dio omerico, quale divinità idiota lo ha mai fatto? Nessuno. Questi sono peggiori degli dèi di Omero” – eppure la città immersa nelle acque, che paradosso estetico, è bellissima, “ora New York è una Super Venezia”, ulula un recensore americano, che forse ha la casa al trentesimo piano e prega perché la catastrofe accada domani. Piuttosto, il Guardian parla di un romanzo “impressionante e ambizioso”, paragonandolo alla “trilogia degli Usa di John Dos Passos e a Underworld di Don DeLillo”. Soltanto che “New York 2140 è ancora più urgente di quei due capolavori”. E noi stiamo a guardare, dall’oblò di questa sonnolenta provincia d’Occidente.

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