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Bicocca, quando il corso di orientamento al lavoro vale come gli altri esami

Quest’anno hanno reso per la prima volta obbligatorio un corso di orientamento dedicato ai 400 studenti del secondo anno della magistrale in psicologia. Imparare a scrivere un curriculum convincente e a cercare un bando di concorso ha lo stesso valore di qualsiasi altro esame

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(Pixabay/Engin_Akyurt)

1 Luglio Lug 2017 0830 01 luglio 2017 1 Luglio 2017 - 08:30

Tanti esami, la tesi, la discussione, la laurea. Sì, ma poi che si fa? Come ci si comporta in un mercato del lavoro così veloce, anche ostile, in continuo mutamento? Se molti dei laureati italiani si trovano spiazzati una volta conclusi i festeggiamenti, all’Università Bicocca di Milano da quest’anno hanno reso per la prima volta obbligatorio un corso di orientamento dedicato ai 400 studenti del secondo anno della magistrale in psicologia (fino allo scorso anno era facoltativo e la partecipazione non era poi così alta). Vale due crediti, e senza quei due crediti del secondo semestre non si arriva alla laurea: imparare a scrivere un curriculum convincente e a cercare un bando di concorso ha lo stesso valore di qualsiasi altro esame. «Il nostro corso ha una funzione preventiva», spiega Armando Toscano, tutor del corso, ricercatore e psicologo, «per evitare che questi ragazzi siano laureati senza una meta e finiscano poi nel grande bacino dei Neet italiani».

Si comincia con quattro seminari per presentare quel mercato del lavoro che rimane per troppo tempo lontano dai bunker delle aule universitarie italiane. E si prosegue poi con tre workshop, tenuti da due tutor poco più che trentenni, anche loro psicologi. «Siamo due persone della cosiddetta “generazione y” che hanno un punto di vista aggiornato sul mondo del lavoro in continuo mutamento, che hanno imparato a tradurre in risorsa la cosiddetta “precarietà”», spiega Toscano. «L’obiettivo è rinegoziare gli stereotipi e i pregiudizi che i ragazzi hanno sulla professione». E per finire si passa per diversi incontri gestiti da professionisti inseriti in vari contesti lavorativi per mostrare come non esistano solo uno o due tipi di sbocchi professionali.

Secondo i dati di Almalaurea, a un anno dalla laurea magistrale in psicologia, lavora il 55% dei laureati. A tre anni dalla laurea la percentuale sale al 72 per cento, a cinque si arriva al 78,6 per cento.

Il lavoro che facciamo è stimolare l’autoefficacia, ossia la capcaità di progettare il proprio percorso in modo proattivo. Essere capaci, ad esempio, di sedersi davanti a una scrivania, accendere un computer e sapere dove cercare un bando o come trovare un progetto europeo, evitando l’invio selvaggio di curriculum che genera frustrazioni

Nei workshop della Bicocca viene stimolata la discussione e in alcuni casi si litiga pure. «Il lavoro che facciamo non è dare nozioni sul mondo del lavoro, ma stimolare quella che chiamiamo “autoefficacia”», spiega Toscano. Ossia la capacità di pensarsi nel mondo del lavoro e progettare il proprio percorso in modo proattivo. «Essere capaci, ad esempio, di sedersi davanti a una scrivania, accendere un computer e sapere dove cercare un bando o come trovare un progetto europeo, evitando l’invio selvaggio di curriculum che genera frustrazioni». Oppure: «Pensare a se stessi e alle proprie relazioni informali, costruendo delle vere e proprie mappe, perché il networking è fondamentale».

All’inizio e alla fine del corso viene sottoposto agli studenti un test per misurare la propria autoefficacia. Su una scala da uno a nove bisogna dare un voto alla propria paura di fallire, alle aspettative post laurea, alle proprie capacità o al livello di conoscenza delle professione. «I risultati finali sono certamente migliori rispetto all’inizio», spiega il tutor. Quando gli studenti si presentano al corso, sono pieni di paure e pregiudizi su quello che li attende fuori dall’ateneo e soprattutto non conoscono il mercato del lavoro. «Chi fa psicologia clinica si aspetta di lavorare in uno studio o alla Asl, chi fa psicologia del lavoro in azienda, chi fa psicologia dello sviluppo si vede nelle scuole». Stop. «Esiste un diaframma, che riguarda tutte le facoltà, tra la teoria e la messa in pratica di quanto è stato appreso. Cerchiamo di recuperare concetti imparati all’università e rimasti inerti».

E alla fine si vedono i primi risultati. «Uno studente», racconta Toscano, «ci ha scritto dicendo che il workshop sulle strategie di relazione gli è stato utilissimo. È un ragazzo che ha sempre giocato a calcio. E così, pensando e ripensando, è riuscito a lavorare come psicologo usando il calcio come strumento di intervento per i ragazzi a disagio». Un’altra ex studentessa sta collaborando con il Coni. E un’altra ancora lavora come consulente per lo sviluppo di una app per ritirati sociali. La Asl, insomma, sembra lontana. «È quello che noi chiamiamo “life design”», dice Toscano, «quando un oggetto d’uso comune viene pensato anche per un’altra funzione».

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