Medicina

Non solo vaccini, l’Italia ha un problema con gli antibiotici: ne consuma troppi

Non solo antivaccinisti, il rapporto strampalato degli italiani con la scienza porta il nostro Paese a essere tra i maggiori consumatori di antibiotici in Europa e anche quello in cui cresce di più l’antibiotico-resistenza. Ma il piano nazionale del ministero ancora non ha visto la luce

Antibiotics

(Pixabay/EmilianDanaila)

5 Agosto Ago 2017 0830 05 agosto 2017 5 Agosto 2017 - 08:30

Abbiamo gli antivaccinisti militanti in piazza e tra i banchi del Parlamento, ma siamo anche tra i primi Paesi in Europa per uso di antibiotici umani e anche quello in cui più cresce l’antibiotico resistenza. Con un consumo doppio rispetto a Germania e Svezia, il triplo rispetto all’Olanda. Misteri dell’Italia e del suo strampalato rapporto con la scienza. Dall’ultimo Rapporto nazionale sull’impiego dei medicinali nel 2016 pubblicato dall’Aifa, viene fuori che il 40% della spesa totale del servizio sanitario nazionale è rappresentato da antitumorali e antibiotici. Anche se, a dirla tutta, ben pochi sanno a che cosa servano, visto che sei italiani su dieci sono ancora convinti che gli antibiotici uccidano i virus. Eppure, nonostante gli abusi, l’Italia non ancora un Piano nazionale contro l’antibiotico-resistenza, ossia la capacità sempre più diffusa dei batteri di resistere agli antibiotici. La ministra della Salute Beatrice Lorenzin lo aveva annunciato per la primavera, diverse associazioni lo hanno solelcitato, i Cinque stelle hanno presentato un’interrogazione, ma il piano ancora non ha visto la luce.

Tra gli Stati membri dell’Ue, l’Italia è il Paese con il più alto consumo di antibiotici a uso umano (con 27,5 ddd, la dose definita giornaliera ogni mille abitanti), insieme a Belgio, Francia, Cipro, Romania e Grecia, che ha la maglia nera in Europa. Il ricorso facile all’antibiotico non avviene solo tra le mura di casa, ma anche nelle strutture sanitarie. Dove nel 2016 la spesa in antibiotici è aumentata del 9,5%, con una crescita dei consumi pari al 18 per cento. Nel 94% dei casi gli antibiotici ce li prescrive il medico. Gli altri riescono a ottenerli senza prescrizione medica, con cicli fai-da-te. Anche nella durata.

Con tutto quello che un uso eccessivo e imprudente di antibiotici può produrre anche in termini di resistenza dei batteri ai farmaci, che in Italia è in crescita. La resistenza dei batteri klebsiella pneumoniae ai carbapenemi, gli antibiotici più comunemente usati per trattare le infezioni ospedaliere, è più che raddoppiata passando dal 15,2% nel 2010 al 34,3% nel 2013. Solo nel nostro Paese. Non a caso il consumo di polimixina, usata per combattere i batteri resistenti ai carbapenemi, da noi continua a crescere. Un circolo vizioso, insomma. Che per l’Organizzazione mondiale della sanità rappresenta un’emergenza mondiale, tanto da aver realizzato un piano di azione globale, chiedendo a ogni Paese di l’implementazione di un piano nazione. Al momento, in Europa 14 Stati membri hanno già messo a punto un piano nazionale contro la resistenza agli antibiotici, mentre altri 26 si sono dotati di un sistema di sorveglianza e attività per promuovere l’uso prudente degli antibiotici. L’Italia ancora arranca.

E con un minor numero di antibiotici efficaci, spiegano dallo European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc), il rischio è di tornare «all’epoca pre-antibiotica», quando le malattie non potevano essere trattate e la maggior parte dei pazienti moriva per le infezioni poiché non c’era un trattamento che funzionava.

(Source: Ecdc)

Con un minor numero di antibiotici efficaci, il rischio è di tornare «all’epoca pre-antibiotica», quando le malattie non potevano essere trattate e la maggior parte dei pazienti moriva per le infezioni poiché non c’era un trattamento che funzionava

Secondo l’Ecdc, ogni anno l’antibiotico-resistenza fa 25mila morti in Europa, 700mila a livello globale. E in Italia, secondo le stime della Società italiana malattie infettive e tropicali, i decessi riconducibili a infezioni ospedaliere sono tra 5mila e 7mila, con un costo annuo superiore a 100 milioni.

L’uso eccessivo e inappropriato degli antibiotici sia negli esseri umani sia negli animali, come confermato da un recente report dell’Ecdc, è una delle cause principali della resistenza agli antibiotici. Che da noi è tra tra le più alte in Europa, molto al di sopra della media europea. Con dati preoccupanti anche per l’uso degli antibiotici negli animali, visto che il 71% di quelli venduti è destinato agli allevamenti intensivi.

Ma se ingoiamo pillole come e quando ci pare con l’intento di curarci, spesso non sappiamo neanche di cosa si tratti. Da un sondaggio richiesto dalla Commissione europea, è venuto fuori che il 60% degli italiani non sa che gli antibiotici non servono a combattere i virus (i dati sono in linea con l’Europa), mentre il 38% è convinto che siano efficaci contro l’influenza e il 21% è convinto che si può interrompere la cura quando ci si sente meglio senza finire il ciclo indicato dal medico. Un pratica che, secondo le principali organizzazioni scientifiche internazionali, dall’Oms alla Fda, aumenta la probabilità che i batteri che hanno causato la malattia sopravvivano e sviluppino resistenza (anche se un recente studio del British Medical Journal sembra fare un passo indietro sul tema).

Il tema è molto dibattuto nella comunità scientifica e nelle istituzioni. Tanto che esistono sia uno European Antibiotic Awareness Day (18 novembre, in Portogallo) sia una World Antibiotic Awareness Week (dal 13 al 19 novembre). Perché il sonno della scienza non genera solo i no vax, ma anche l’abuso di antibiotici. Due facce della stessa medaglia.

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