Manovra

Ancora bonus per assumere i giovani: è ufficiale, il Jobs Act non funziona

Nella legge di bilancio del 2018 ci sono ben due bonus per le assunzioni, questa volta destinati ai giovani. La riforma del lavoro firmata da Renzi non ha favorito i contratti stabili. E l’introduzione di nuovi sgravi è una sorta di ammissione

Renzi Linkiesta

Matteo Renzi (Andreas SOLARO/AFP)

17 Ottobre Ott 2017 1345 17 ottobre 2017 17 Ottobre 2017 - 13:45

Sono ricomparsi, così come era stato annunciato sotto il sole estivo. Nella legge di bilancio 2018 (o almeno da quello che sappiamo) ci saranno ben due bonus per le assunzioni, questa volta destinati ai più giovani: uno per gli under 29, l’altro per chi ha tra 29 e 35 anni. Per i primi il taglio del 50% dei contributi vale tre anni, per gli altri 12 mesi. A più di due anni e mezzo dall’entrata in vigore del contratto a tutele crescenti del Jobs Act, il governo torna così a premere sulla leva del taglio del costo del lavoro per favorire l’occupazione stabile. Finiti gli sgravi contributivi che nel 2015 avevano guidato la corsa al tempo indeterminato, i datori di lavoro hanno tirato il freno. Ed è sotto gli occhi di tutti – anche tra chi frequenta Palazzo Chigi, evidentemente – che non è stata l’eliminazione dell’articolo 18 a spingere le imprese ad assumere, ma gli sconti fiscali. Se qualcuno volesse tracciare un bilancio del Jobs Act, si potrebbe dire che la missione è fallita. La riforma del lavoro firmata da Renzi non ha favorito i contratti stabili, soprattutto tra i più giovani. E l’introduzione di nuovi sgravi è una sorta di ammissione. Non è un caso, forse, che il segretario del Pd, all’avvio del suo tour in treno, abbia detto che nella prossima legislatura «dovremo fare un ulteriore Jobs Act».

Perché chiusa la parentesi degli sgravi contributivi generalizzati (validi per tutti, non solo per i giovani), i contratti a tempo determinato sono tornati a crescere più degli altri. Nell’ultimo anno si registrano 350mila contratti a termine in più, contro i 66mila permanenti. Nei primi sette mesi dell’anno, su 1 milione di rapporti di lavoro in più, i contratti a tempo indeterminato sono solo 27.218. Una quota minima. E se si guarda al confronto con l’anno scorso, sul totale sono addirittura calati (-4,3%). Per il resto, si continua a trovare lavoro nel mare magnum di contratti di somministrazione (+20,4% in sette mesi) e ancora di più con i contratti di lavoro a chiamata, cresciuti del 124,7% in sette mesi dopo l’abolizione dei voucher.

La “rivoluzione copernicana” del Jobs Act non s’è vista. I datori di lavoro, come tanti avevano previsto, più che alla riforma renziana hanno guardato alla decontribuzione per le nuove assunzioni. Più che l’incentivo normativo, a interessare è quello economico. Tant’è che a inizio 2015 (come avevamo raccontato), in tanti approfittarono degli sconti per le nuove assunzioni senza aspettare nemmeno che entrasse in vigore il decreto che introduceva le tutele crescenti. Di fatto da gennaio a marzo 2015 ci furono le prime assunzioni con lo sconto, e pure con l’articolo 18. In 12 mesi, nel primo anno di decontribuzione, gli occupati stabili erano cresciuti di quasi 800mila unità. E a dicembre 2015, termine ultimo per presentare le domande, c’era stata la corsa all’incentivo per accaparrarsi gli ultimi bonus per i neoassunti. Costo totale in tre anni: oltre 18 miliardi di euro. Nel 2015, al netto delle trasformazioni, ogni nuovo contratto ci costò circa 10mila euro. Nel 2016 il bonus venne replicato, ma con uno sconto minore e tetti massimi più bassi. E la corsa al tempo indeterminato cominciò a rallentare. Fino all’arresto dell’ultimo anno.

I datori di lavoro, come tanti avevano previsto, più che alla riforma renziana hanno guardato alla decontribuzione per le nuove assunzioni. E ora, con i nuovi bonus della legge di bilancio 2018 si torna a scommettere di nuovo sul tempo indeterminato. Ma solo per i giovani e per tre anni. Nessuna misura strutturale. Finiti i soldi, poi si vedrà

Senza dimenticare che, a parità di bonus fiscali, le aziende spesso hanno preferito assumere lavoratori con esperienza e già qualificati, non giovani da formare. E in molti casi i nuovi contratti altro non erano che stabilizzazioni di rapporti lavorativi già esistenti.

I neet intanto non sono diminuiti. Mentre il tasso di disoccupazione nella fascia 15-24 anni è calato al 35 per cento (anche se resta sempre tra i più alti d’Europa). E tra i 25-34enni siamo scesi oltre il 16 per cento. Ma ad aiutare, più che il Jobs Act, è stata la liberalizzazione dei contratti a tempo determinato (con due decreti), per i quali non è richiesto più un giustificativo della natura temporanea della mansione. Mentre si puntava sui contratti stabili con il Jobs Act, allo stesso tempo da Palazzo Chigi rendevano più semplici quelli a termine. Schizofrenia delle politiche del lavoro.

E ora, con i nuovi bonus della legge di bilancio 2018 si torna a scommettere di nuovo sul tempo indeterminato. Ma solo per i giovani, e per tre anni. Nessuna misura strutturale (ma anche se lo fosse sarebbe molto debole vista la scarsità di risorse), né interventi sulla formazione e le nuove competenze per non restare ai margini del mercato del lavoro. Il governo ha deciso di puntare ancora sui bonus, mettendoci 300 milioni di euro per il prossimo anno, che salgono a 800 milioni del 2019 e 1,2 miliardi nel 2020. Così si avranno subito nuove assunzioni tra i ragazzi, e soprattutto stabili. Finiti i soldi nel piatto, poi si vedrà.

La fascia d’età interessata dai due bonus giovani è quella fino ai 35 anni. E poi? Come abbiamo raccontato, c’è una generazione di mezzo, quella dei 35-49enni, in cui i disoccupati sono quasi 1 milione, molti lo sono da più di un anno e l’occupazione non cresce. Ma anche stavolta a loro non ci ha pensato nessuno.

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