I troppi leader politici di cui l’Italia non ha davvero bisogno

Viva il pluralismo democratico, ma forse si sta esagerando. Mentre sempre meno italiani vanno a votare, ogni giorno spuntano nuovi leader. La sinistra è un puzzle impazzito di nomi e sigle, le realtà centriste sono almeno una decina. Dopo la discesa in campo di Boldrini e Grasso, torna pure Ingroia

Franco Origlia/Getty Images
17 Novembre Nov 2017 1020 17 novembre 2017 17 Novembre 2017 - 10:20

L’ultimo arrivato è Antonio Ingroia, ex pm che alle elezioni del 2013 ha guidato Rivoluzione Civile. Stavolta si presenta agli italiani insieme al giornalista Giulietto Chiesa, con cui ha appena fondato “La mossa del cavallo”. Ennesima proposta politica in un Paese che, forse, non ne sentiva poi tanto il bisogno. Non è un problema di idee, ci mancherebbe. Semmai di affollamento. Il fenomeno è curioso e può essere facilmente sintetizzato: in Italia ci sono troppi leader. Basta chiedere a Piero Fassino, il pontiere incaricato dai vertici del Pd di riallacciare il dialogo con la sinistra. In questi giorni il prescelto gira come una trottola. L’agenda fitta di appuntamenti con decine di esponenti politici, ognuno in rappresentanza del proprio movimento. Più che un’alleanza il centrosinistra è diventato un caleidoscopio di nomi e sigle. C’è Pippo Civati alla guida di Possibile, Nicola Fratoianni per Sinistra Italiana. I demoprogressisti di Bersani e D’Alema hanno il volto del coordinatore Roberto Speranza, mentre l’ex sindaco milanese Giuliano Pisapia parla per conto del Campo Progressista. Alcuni leader sembrano già vicini a un accordo con i renziani. Spiccano, tra gli altri, i Radicali Italiani di Riccardo Magi, ma anche i Verdi di Bonelli, i socialisti di Nencini e l’Italia dei Valori di Ignazio Messina. Senza scordare gli europeisti guidati da Benedetto Della Vedova. Una galassia in espansione, che riporta la mente ai quattordici partiti che diedero vita all’Unione di Prodi.

E mentre si cerca l’unità dell’area, continuano a spuntare nuove leadership. Ormai è difficile persino stare dietro a tutti. Anna Falcone e Tomaso Montanari hanno dato vita all’Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza. È il movimento civico del Brancaccio, che al momento potrebbe aver già interrotto la sua corsa. E poi ci sono gli ultimi arrivati. Pietro Grasso e Laura Boldrini, leader in fieri. I presidenti di Camera e Senato sono scesi in campo negli ultimi giorni, entrambi in cerca di un ruolo politico nell’ampio e variegato scenario della sinistra. Una decisione legittima, come spiegava l’atro giorno su Repubblica l’ex presidente di Montecitorio Luciano Violante, che pure ha fatto inalberare non poco qualche renziano.

La situazione generale rasenta il paradosso. In un Paese dove sempre meno persone vanno a votare, cresce senza sosta il numero dei partiti. La domanda resta tiepida, ma l’offerta politica è in pieno boom. Intanto, a destra e sinistra, ogni giorno spuntano nuovi leader

La situazione generale rasenta il paradosso. In un Paese dove sempre meno persone vanno a votare, cresce senza sosta il numero dei partiti. La domanda resta tiepida, ma l’offerta politica è in pieno boom. Per farsi un’idea basta osservare quello che accade nel mondo centrista, altra realtà in ebollizione. Anche qui le leadership spuntano come funghi. Si orientano verso il centrosinistra gli esponenti di Alternativa Popolare, guidati da Angelino Alfano. E con loro i Centristi per l’Europa di Pier Ferdinando Casini. Nello stesso schieramento ci sono anche Lorenzo Dellai e Andrea Olivero, responsabili di Democrazia solidale (ennesimo soggetto nato dall’implosione della Scelta civica montiana). Se il puzzle di centrosinistra si fa sempre più complicato, dall’altra parte del fronte la situazione non è migliore. I protagonisti del centrodestra sono noti: Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. All’ombra dei tre grandi partiti che rappresentano, ecco spuntare una fitta rete di sigle e leadership. L’ex ministro Gaetano Quagliariello è il responsabile del movimento Idea, l’altro ex ministro Gianfranco Rotondi guida Rivoluzione cristiana. Raccontano che un altro ex membro di governo, Raffaele Fitto, potrebbe entrare nella coalizione alla guida del suo partito Direzione Italia. E poi c’è l’Udc di Lorenzo Cesa, altra realtà dallo scudo crociato. E chissà se farà parte del gruppo anche Rinascimento, la realtà politica da poco lanciata da Giulio Tremonti e Vittorio Sgarbi. Altri due leader di tutto rispetto. Sicuramente non ci sarà Flavio Tosi, responsabile di Fare!, su cui i leghisti hanno posto un veto. Mentre restano i dubbi su Energie per l’Italia e il suo fondatore Stefano Parisi, che continua a girare il Paese per radicare il suo movimento.

Chissà, forse è solo l’ambizione dei protagonisti. Magari è la naturale conseguenza di una legge elettorale con una componente proporzionale. Il risultato, intanto, è sotto gli occhi di tutti. Una bulimia di leadership di cui l’Italia, onestamente, non sembra davvero aver bisogno

Ogni progetto, un partito. Ogni partito, un leader. Pluralismo democratico o distorsione della realtà? A elencarli tutti c’è da farsi venire il mal di testa. Ormai le sigle sono così numerose che senza una semplificazione del quadro, seppure minima, diventa difficile anche decidere per chi votare. In alcuni casi è praticamente impossibile persino trovare le differenze tra una proposta e l’altra. Alzi la mano chi conosce le caratteristiche che distinguono Sinistra Italiana e Possibile. Oppure chi sa spiegare in cosa differiscono i centristi di Casini e gli ex montiani del Centro democratico. Ovunque si guardi, ecco spuntare nuovi leader di partito. E per carità di Patria si parla solo di leadership ufficiali, perché se si dovessero considerare anche le correnti interne ad ogni movimento - bastano quelle del Partito democratico - probabilmente non se ne verrebbe più fuori. Chissà, forse è solo l’ambizione dei protagonisti. Magari è la naturale conseguenza di una legge elettorale con una componente proporzionale. Il risultato, intanto, è sotto gli occhi di tutti. Una bulimia di leadership di cui l’Italia, onestamente, non sembra davvero aver bisogno.

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