Dopo la Catalogna, tocca alla Corsica: il vento dell’autonomismo torna a battere l’Europa

L'isola si prepara per le elezioni territoriali del 3 e 10 Dicembre con una società divisa e alle spalle una storia indipendentista di sangue. Finirà come in Spagna?

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30 Novembre Nov 2017 0745 30 novembre 2017 30 Novembre 2017 - 07:45

Quando il poeta Ungaretti s’arrampicò agli inizi del ‘900 sui colli scoscesi e verdeggianti dell’amena Corsica sentì dei pastori còrsi cantare una specie di nenia polifonica. Indagando, come racconta l’aneddoto riportato nel Museo di Corte, scoprì con stupore che quei pastori cantavano in ottava la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. L’avevano mandata giù a memoria perché i libri italiani, prima che l’Assemblea Nazionale francese decretasse illegale l’uso dell’italiano, erano ancora numerosi in Corsica e lo furono almeno fino al Novecento. Lo stesso Pasquale Paoli, u Babbu di a Patria corsa, studiò nel Regno di Napoli con Genovesi, scriveva in italiano e fondò un’università a Corte dove s’insegnava la lingua del sì. Nel 1755 si fece Generale della Nazione Corsa, proclamò l’indipendenza promulgando una costituzione e scacciò i Genovesi ma poi fu costretto a riparare in Inghilterra quando l'isola fu ceduta alla Francia. Da quell’esperienza politica, e dalla successiva colonizzazione francese che ha sempre represso anche violentemente ogni velleità d'autonomia, inizia per la Corsica una storia di resistenza che perdura ancora oggi, in un momento in cui il movimento indipendentista còrso ha oramai deposto le armi optando per il parlamentarismo e la via “catalana”. Dopo quarant'anni anni di violenze e attentati perpetrati sin dalla nascita, nel Maggio del 1976, del Fronte di Liberazione Nazionale della Corsica (FLNC), si è scelto infatti con il disarmo la costruzione democratica della nazione corsa attraverso le istituzioni e la progressiva autonomia amministrativa. Lo strappo della Catalogna di questi mesi non ha fatto altro che offrire un’ulteriore accelerazione ad un processo già in avvio e che non può arrestarsi, pena il ritorno agli anni bui della lotta armata.

I Corsi infatti sono chiamati alle urne il 3 e 10 Dicembre prossimo nell’ambito delle nuove elezioni territoriali che dovrebbero portare al potere diversi candidati indipendentisti e nazionalisti che si presentano uniti al fine di ottenere uno statuto d’autonomia sempre più avanzato. Nella parola d’ordine della campagna elettorale c'è già tutto il programma: Un paese da fà. L’obbiettivo è quello di creare una Collettività unica della Corsica che rimpiazzerà i due dipartimenti esistenti della collettività territoriale corsa (CTC). Un ulteriore successo della “via parlamentare”. In effetti da quando si è abbandonata la lotta armata (fine della lotta armata però non significa deporre le armi ha ammonito il FLNC) gli indipendentisti ed i nazionalisti non fanno che moltiplicare successi. Dopo aver vinto le elezioni territoriali nel Marzo del 2015 ed aver preso la maggioranza all’Assemblea Corsa con la presidenza dell’autonomista Gilles Simeoni (del partito Femu a Corsica), la coalizione ha anche preso le redini della CTC nel Dicembre del 2015 e è riuscita ad ottenere nelle elezioni di Giugno scorso tre seggi di deputati sui 4 che conta l’isola all’Assemblea Nazionale. Insomma manca poco alla vera e propria autonomia. Potrebbe riprodursi anche qui in Corsica uno scenario alla catalana?

Lo strappo della Catalogna di questi mesi non ha fatto altro che offrire un’ulteriore accelerazione ad un processo già in avvio e che non può arrestarsi, pena il ritorno agli anni bui della lotta armata

«A corto e medio termine è da escludere - ha spiegato a Linkiesta André Fazi, ordinario di sociologia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Corsica “Pasquale Paoli” - in quanto nonostante alcun sondaggio abbia posto la questione da anni, è probabile che il sostegno ad un’eventuale indipendenza della Corsica si attesti tra il 12% ed il 15% della popolazione. Una minoranza dunque. Molti indipendentisti poi concepiscono l’indipendenza sul lungo termine, non nell’immediato. Quello di cui si discute ora è uno statuto di autonomia come in alcune regioni della Spagna. La Francia offre già questo statuto alle collettività d’Oltremare ma per la Corsica sarebbe necessario una revisione della Costituzione, cosa non semplice. Qualunque indipendenza comunque, lo ha detto lo stesso leader indipendentista Jean-Guy Talamoni, nascerebbe da condizioni economiche che ora la Corsica non ha».

Se si fa un paragone tra la Catalogna e la Corsica si vede da un lato infatti una regione di quasi 8 milioni di persone e quasi il 20% del Pil della Spagna, dall’altro una piccola isola con circa 330.000 abitanti ed un tasso di disoccupazione che si attesta al 10%. Non è un caso che in questo contesto di economia precaria l’anno scorso l’isola sia stata attraversata da un’escalation di violenze e discriminazioni a sfondo razziale e che di questo clima abbiano beneficiato soprattutto i partiti nazionalisti e le loro frange più estreme. «Esistono certo legami forti tra nazionalismo e razzismo - spiega a Linkiesta Marie Peretti-Ndiaye, sociologa del Centre d’analyse et d’intervention sociologiques - ma il problema non sono i politici saliti al potere ma le frange che vivono ai bordi dei partiti nazionalisti o indipendentisti che leggono l’affermazione dell’identità corsa in chiave xenofoba». Si tratta di diversi gruppuscoli che, in concomitanza degli attentati di Parigi, hanno trovato nuovi consensi. Tra questi, il collettivo Vigilenza Naziunale Corsa, da poco disciolto, Cristiani Corsi, Identità Corsa e Corsica Patria Nostra che agitano lo spauracchio dell’islamizzazione della Corsica. «Il problema è che oggi i còrsi non si sentono più a casa loro» spiega il giornalista còrso Niellu Leca. «Con il prezzo degli immobili alle stelle e la disoccupazione dilagante, i giovani còrsi sono costretti a spostarsi nel continente, mentre ogni anno arrivano circa 4.000 migranti e ad Ajaccio vivono oltre 6.000 musulmani. Questo crea un terreno fertile per discriminazione e xenofobia». Ora però i partiti al potere predicano calma mentre lo stesso FLNC detto del “22 ottobre” (un ramo del clandestino FLNC) nell’ombra, ha minacciato musulmani radicali e salafiti di prendere le armi in caso fosse necessario per difendere l’identità corsa. Insomma anche questo contesto di autonomia progressiva e di integrazione alla francese resta comunque fragile.

Il problema non sono i politici saliti al potere ma le frange che vivono ai bordi dei partiti nazionalisti o indipendentisti che leggono l’affermazione dell’identità corsa in chiave xenofoba

La questione più spinosa rispetto al movimento indipendentista resta poi quella dei prigionieri politici. Una ferita aperta per la società còrsa. Dai morti dell’aeroporto di Ajaccio nel 1981 in concomitanza dell’arrivo del presidente Valéry Giscard d’Estaing, all’annus horribilis del 1982 (con oltre 800 attentati commessi in un anno) passando per l’atto forse più eclatante del FLNC, l’assassinio del prefetto Erignac nel 1998, la storia dell’indipendentismo corso è una storia di sangue da un lato e di repressione dall'altro da parte delle autorità francesi. «Noi chiediamo un'amnistia per tutti i prigionieri politici - spiega a Linkiesta Katty Bartoli, presidente dell'Associu Sulidarità che si occupa di aiutare le famiglie dei prigionieri politici - oggi ce ne sono una decina in prigione mentre un'altra decina vive in libertà vigilata. Lo stato francese li considera terroristi ma per noi sono patrioti. Poi c'è da considerare tutte quelle persone obbligate, dopo la recente approvazione della legge sull'antiterrorismo, a presentarsi ogni 3 mesi, persone anche colpevoli di "reati" minori. Dato che li si equipara a terroristi, molti di loro, per ragioni politiche, si rifiutano e per loro scatta una procedura del tribunale. Noi siamo qui per aiutarle, per aiutare le loro famiglie economicamente ed a sostenere le spese processuali. Ma con questa nuova legge sull'antiterrorismo centinaia di persone rischiano di essere processate in Corsica nei prossimi mesi».

Ora pero' si deve guardare avanti, alla prossime elezioni territoriali. Quale obbiettivo per la coalizione già al potere? «L’obbiettivo è semplice - spiega a Linkiesta Lauda Guidicelli, consigliera territoriale dei partiti Femu a Corsica e Pè a Corsica - noi vogliamo servire il popolo corso, difendere la nostra isola e governarla nell'interesse generale. A corto termine vogliamo continuare a governarla come abbiamo fatto fino ad ora, rendendola libera, emancipata e degna. A medio termine chiediamo uno statuto d'autonomia di pieno diritto. Per farlo occorre imporre una revisione della Costituzione. Una questione vecchia di due secoli che la Francia non vuole risolvere». Ma con i venti indipendentisti che soffiano in Europa (vedi Catalogna) chissà che la Francia non cessi di fare orecchie da mercante per ascoltare finalmente il bistrattato popolo còrso.

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