Sfrattati da TrumpIl divorzio dell’Europa dagli Stati Uniti è già cominciato

Il presidente americano accelera il disimpegno dal principale alleato occidentale e mette a nudo tutte le fragilità del continente: dalla difesa all’energia, fino all’intelligence. La vera sfida non è resistere a Washington, ma costruire una sovranità europea credibile

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Donald Trump, in preda a una hybris irrefrenabile, è convinto che i suoi poteri siano illimitati. I suoi modelli? Attila, Gengis Khan, Josif Stalin e Mao Tse Tung. Pensa di averli superati, poiché contrariamente alle orde del flagello di Dio il suo potere si estende su tutto il globo, e non solo sulle steppe asiatiche sferzate dal vento. Più potente di Alessandro Magno, Napoleone Bonaparte e Giulio Cesare. Ma non più furbo, a quanto pare, considerando la terra bruciata che sta lasciando ovunque metta piede. Gli europei non hanno più scuse per affrancarsi dal giogo americano, consciamente indossato per fin troppi decenni.

Opportunisti e scrocconi. Così Pete Hegseth, il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, definisce i Paesi europei della Nato, rei di non aver ancora stabilito un percorso credibile per raggiungere il cinque per cento di spese per la Difesa. Provocazioni, quelle giunte da Washington negli ultimi giorni. Per ultima, quella rivolta al dimissionario premier britannico Keir Starmer: è stato proprio Trump a preannunciare la sua resignation, compiendo l’ennesimo sfrontato sgarbo istituzionale nei confronti di un alleato. Sui social Trump aveva criticato Starmer, colpevole di aver «fallito malamente su immigrazione ed energia». Ne ha fatto le spese anche Giorgia Meloni, che ormai provoca solo «pena» al presidente degli Stati Uniti. La motivazione? «Non c’era, né lei né la Nato, durante la crisi dello Stretto di Hormuz».

Meloni e Trump si rivedranno al vertice Nato ad Ankara, ma probabilmente questa volta niente foto. Quella sensazione di essere stato abbandonato, manifestata a Meloni durante il G7 di Evian, ha il sapore di una frattura insanabile. Ed è per questo che la lettura di un’Europa che deve affrancarsi dagli Stati Uniti è parziale. Più che noi ad affrancarci, sono gli Stati Uniti a starci sfrattando. La National security strategy americana del 2025 già ridefiniva i termini dell’ingaggio con gli alleati, rendendo la collaborazione dipendente dagli investimenti europei in difesa. Questo perché l’ormai proverbiale pivot-to-Asia degli Stati Uniti imponeva un taglio della spesa sul fronte orientale-europeo, e una riallocazione degli asset per finanziare la competizione con la Cina.

L’autonomia europea passa per il divorzio da Washington, certo. Passa per la costituzione di una Nato europea allargata agli alleati non Ue – Turchia in testa –, ma soprattutto per il decoupling dalle garanzie di sicurezza americane. È in questa cornice che si colloca la faida sulle due sponde dell’Atlantico per l’utilizzo delle basi militari da parte degli americani in Italia. Quelle basi da cui i bombardieri yankee sarebbero dovuti transitare per colpire l’Iran, ma che Meloni ha interdetto all’uso.

È una questione di credibilità, ma anche di armi. L’aumento delle spese per la difesa da parte degli Stati europei, ossia il fulcro della ricerca di autonomia strategica per Bruxelles, è messa in discussione da almeno due fattori. In primis, la dipendenza dall’industria bellica americana. Il valore delle importazioni europee di armamenti americani è passato dagli 11 miliardi del periodo 2017-2021 ai sessantotto miliardi di dollari del solo 2024. Quando abbiamo provato a produrre in casa, non è finita benissimo. L’8 giugno scorso Francia, Germania e Spagna hanno ufficialmente staccato la spina all’Fcas (il caccia di sesta generazione che doveva incarnare l’autonomia aerea europea) a causa delle continue liti tra Dassault e Airbus. Altro fattore direttamente collegato è l’inefficienza nei sistemi di acquisti. La frammentazione degli approvvigionamenti tra Stati impedisce le economie di scala e genera ampie perdite, soprattutto economiche e in termini di efficienza. Il Servizio di ricerca del parlamento europeo stimava che nel 2024 il “costo della non-Europa” annuo si collocava tra i diciotto e i cinquantasette miliardi di euro per il settore difensivo. La dipendenza dell’Europa dall’aiuto esterno e la sua carenza di cooperazione interna creano insieme una grave lacuna nella sua potenza militare, rendendo la sua strategia assai poco deterrente. Una deterrenza credibile richiede che un’Unione europea autonoma disponga di forze in grado di prevenire un’aggressione su larga scala o di rispondervi senza un immediato aiutino dagli statunitensi.

Le stime di Bruegel e del Kiel Institute indicano che raggiungere questo obiettivo richiederebbe agli Stati dell’Unione di portare la spesa collettiva annua a Duecentocinquanta miliardi di euro in più rispetto alle cifre attuali. Ma il divorzio dagli Usa non passa solo per le armi, poiché siamo dipendenti dai loro servizi di intelligence, dal loro ombrello nucleare, dal gas liquefatto che compriamo a prezzi stellari, dalla tecnologia ideata nella Silicon Valley. Un’Europa che finanzia l’industria – bellica, ma non solo – del suo ex-amico mentre proclama l’autonomia, non può realmente affrancarsi. Sembra quasi che il divorzio lo vogliano più gli Stati Uniti dall’Europa che il contrario, nonostante le dichiarazioni roboanti della Commissione. Questo perché la frammentazione interna è il vero ostacolo all’indipendenza esterna, molto più di Trump. La sovranità è una capacità che si esercita in maniera congiunta, o non si esercita proprio.

Attila, il re degli Unni che aveva terrorizzato l’Europa romana, morì nella notte delle sue nozze. Che sia stato assassinato o stroncato da un’emorragia interna resta un mistero; ciò che è certo è che il suo impero iniziò a disgregarsi sin da subito. Alessandro Magno morì febbricitante a Babilonia, da leggenda vivente, e i suoi diadochi fecero a pezzi il regno faticosamente costruito. Giulio Cesare cadde sotto le pugnalate, ai piedi della statua del suo arcinemico Pompeo, per mano degli uomini di cui più si fidava. Napoleone terminò i suoi giorni, solo e malato, su uno scoglio in mezzo all’Atlantico, due volte sconfitto e due volte esiliato. Stalin morì agonizzante sul pavimento della sua dacia, abbandonato per ore perché nessuno dei suoi gerarchi volle soccorrerlo; tre anni dopo, furono proprio loro a demolirne il mito. Mao se ne andò consumato dalla malattia, e poche settimane più tardi sua moglie e i suoi fedelissimi vennero arrestati, mentre la rivoluzione che portava il suo nome cominciava a essere smantellata dall’interno. Erano tutti convinti di essere invincibili, dotati di poteri sovrannaturali. Erano tutti convinti di essere riusciti a piegare la storia alla propria volontà. Ma la storia è puntuale coi superbi, spesso non avvisa quando passa a prendersi tutto ciò che l’uomo considera eterno. La caduta di Trump è una certezza storica. La nostra sovranità no, quella tocca costruircela.

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