Adesso Salvini fa il populista moderato: «Libereremo l’Italia, ma rispettando i patti»

Il leader del Carroccio gira per il Friuli, rilancia le sue promesse ma ricorda: «Sul programma c’è estrema chiarezza». Chi vincerà della coalizione deciderà il leader, fosse anche Tajani o Draghi

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20 Febbraio Feb 2018 0740 20 febbraio 2018 20 Febbraio 2018 - 07:40

Qui non ci sono patemi. Il leader della Lega Matteo Salvini arriva a Udine per un «breve comizio improvvisato» di un quarto d’ora, stringe mani, distribuisce volantini («Li do a voi ma fateli girare») e scatta tantissimi selfie con la folla (uno, addirittura, con una donna velata). Non troppo numerosa, in realtà. A mezzogiorno, ora prevista per l’incontro con gli elettori, piazza Matteotti (o San Giacomo), nel centro storico della città, è vuota. Forze dell’ordine a parte, a resistere al freddo sotto ai portici si annida solo qualche fan. Qualcuno dà da mangiare ai piccioni, qualcuno passa per caso, chiede di “Matteo”, si ferma un minuto e poi riparte. Per incontrare il segretario della Lega bisognerà aspettare ancora un’ora.

Il tour lampo del segretario della Lega in Friuli comincia al mattino a Trieste, dove incontra gli elettori in piazza della Borsa. Passa poi a Monfalcone dove incontra i lavoratori della Eaton, infila una puntata a Udine per dirigersi poi a Rauscedo e infine a Pordenone. Intorno a lui, nessuna contestazione. «È troppo presto. Il lunedì mattina quelli dei centri sociali si svegliano a mezzogiorno», scherza a Trieste. Ma i centri sociali non ci sono nemmeno a Udine, dove pure arriva alle 13. Non è un caso: in Friuli, come ha detto in un’intervista al Messaggero Veneto, «il centrodestra vince senza patemi».

Il bagno di folla c’è, ma piccolo. È pur sempre lunedì e si lavora. Sotto alla colonna della piazza il leader riepiloga il suo programma. Niente clandestini, prima gli italiani, addio alla Fornero. «Illy [candidato per il Pd a Trieste] ha detto che è la più bella legge del mondo. Io la penso tutto all’opposto, ma lui almeno è stato chiaro: chi vota Pd sa a cosa va incontro». Chi vota Lega, invece, sa che potrà affidarsi a lui. «In tanti mi hanno detto che votano per me perché sono esasperati. Noi ci batteremo per liberare Udine e l’Italia dai clandestini», e la piccola folla gioisce. «Le caserme, che qui sono tante, non le useremo per i finti profughi, ma per le nostre ragazze e per i nostri ragazzi». Altri applausi.

È in terra amica e sorride. Potrebbe esagerare, ma non lo fa, anzi. «Noi siamo per la normalità». Noi, dice, «vogliamo andare a Roma e tenere i piedi per terra. Con estrema chiarezza», e sembra per un attimo la Lega di vent’anni fa, ruspante sì ma stavolta senza culto della personalità: «Una signora mi ha detto che sono “eccezionale”. Non è vero. Io sono una persona normale, con tantissimi difetti – (“Non è vero”, urlano) – ma con un programma chiaro e preciso, che gli alleati conoscono benissimo».

Gli alleati, già, altro problema. “Attento a Berlusconi”, gridano dalla folla. E lui subito: «Con Berlusconi servono non due occhi aperti, ma ben quattro», e giù applausi: perché nelle piazze ormai, di questo Cavaliere troppo ammaliato dalle sirene delle larghe intese non si fidano più. E pure nei palazzi. Lo dimostra il braccio di ferro dei componenti del centrodestra sul candidato alla Regione friulana, dove si voterà il 29 aprile. Il nome ufficiale sarà dato il 5 marzo, dopo le elezioni. Perché? Salvini e il suo candidato in pectore, Massimiliano Fedriga, attendono anche le mosse di Berlusconi. Su tutte le strategie possibili aleggia l’ipotesi di un’alleanza post-voto di Forza Italia con il centrosinistra. Insieme a quella che vengano scelti, per la presidenza del Consiglio, persone di stampo europeista come il presidente della Bce Mario Draghi o il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani. Lui come la vede?

“Speriamo di no”, dicono i fan. Ma lui risponde: «I patti sono chiari: chi nella coalizione prende più voti sceglie il premier». Insomma, nonostante la sua linea anti-Bruxelles (ma di uscire dall’euro non parla più), accetterebbe il risultato. Istituzionale, in fondo. Ma anche strategico: punta forse a rifarsi con un grande Nord leghista, dalla Lombardia fino ai confini con la Slovenia. E poi chissà, magari ci spera anche nella poltrona. «La prossima volta che vengo qui vorrei farlo da presidente del Consiglio», spara. E tutti gioiscono. «L’unica cosa che non posso garantirvi è che la finale di Champions sarà Milan-Udinese».

Dopo aver chiuso sul calcio, come fanno ormai tutti da Berlusconi in poi, il leader discende in mezzo alla piccola folla, piena di giovani, prestandosi ai tanti selfie. È meglio che stringere le mani. Forse è addirittura il momento più importante di tutto l’incontro. Sa che grazie ai suoi elettori la sua immagine sorridente (e perciò rassicurante) viaggerà, gratis, su tutti i social.

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