Cambiare l’articolo 18 è giusto, la fine dei privilegi valga per tutti
Serve un’unica tipologia di contratto di lavoro applicabile ai lavoratori dipendenti e che permetta
(Flickr)
questo articolo del professor Miche Boldrin è stato originariamente pubblicato da linkiesta il 29 dicembre 2011. Conserva secondo noi tutta la sua attualità, e per questo ve lo riproponiamo.
La fase due del governo Monti è in arrivo. Così dicono tutti, quindi assumiamo sia vero e proviamo a fare una riflessione su uno dei temi più scottanti che, volente o nolente, questo governo dovrà affrontare: quello del “mercato del lavoro”. Sotto questa dicitura si annida un nugolo di questioni complicate e controverse attorno alle quali, da quasi un secolo, la società italiana si divide in due fazioni incapaci d’intendersi e di trovare un qualche compromesso. Le tragedie che lo scontro quasi secolare su chi “comanda” nel, e su come funziona il, mercato del lavoro italiano hanno causato – dall’avvento del regime fascista negli anni ’20, sino alla fiammata terroristica degli anni ’70 – ci ricordano che si tratta di un terreno minato toccando il quale si rischia, letteralmente, di morire. D’altro canto, l’orrenda realtà odierna – un tasso d’occupazione fra i più bassi in Europa, una scandalosa diseguaglianza nel trattamento riservato ai protetti rispetto a quello per i non protetti, l’apparentemente inarrestabile decrescita della produttività del lavoro e dei salari reali, la crescente fuga dal mercato del lavoro nazionale di imprese altamente innovative assieme a quella, oramai massiccia, dei giovani talenti – non può non spingerci a cercare di sminarlo questo terreno. Proviamoci, cercando di guardare all’intera questione da un altro punto di vista.
Chiarisco subito che, come ho menzionato in un precedente intervento, un’unica tipologia di contratto di lavoro applicabile a tutti i lavoratori dipendenti e che permetta la licenziabilità anche per motivi economici, costituisce un passo essenziale nella costruzione di un mercato del lavoro che permetta di aumentare sia il tasso di occupazione che i livelli dei salari reali. Per la stessa ragione ritengo impossibile avere un mercato del lavoro funzionante se non si elimina l’attuale istituto della Cig (Cassa integrazione guadagni) sostituendolo con un’assicurazione pubblica contro la disoccupazione ottenuta adattando alla realtà nazionale uno dei tanti modelli che, nel Nord Europa, funzionano oggi adeguatamente.
Ciò che conta è il principio di fondo: l’assicurazione pubblica contro la disoccupazione deve applicarsi a tutti, deve essere finanziata con i contributi di tutti e deve essere associata ad interventi di formazione professionale e ricerca occupazionale che forniscano ai lavoratori italiani sia la capacità di, che gli incentivi per, adattarsi ai cambiamenti della domanda di lavoro. Non vi è dubbio alcuno, inoltre, che occorra demandare alla contrattazione aziendale la determinazione dell’organizzazione del lavoro e dei livelli salariali specifici ad ogni singola impresa. A fronte del cambiamento tecnologico continuamente in atto e dell’enorme diversificazione di figure professionali e tipologia aziendale tipica oramai di ogni settore produttivo, è inconcepibile pensare che un unico contratto nazionale settoriale possa servire alla bisogna. La realtà dei nostri partner europei mostra in modo inequivocabile che ai contratti nazionali vanno demandate solo funzioni generali di protezione del lavoratore contro trattamenti discriminatori, lasciando il resto alla contrattazione territoriale e possibilmente aziendale.
Ed infine la questione da sempre più ostica: un’assicurazione decente contro il rischio di disoccupazione deve esistere per poter accettare come possibile il licenziamento per motivi economici. Il reintegro, che permette al pretore del lavoro di forzare un’azienda a riassumere un lavoratore licenziato, è un istituto che fu utile in un passato buio ma che ha oggi l’unico effetto di far licenziare in anticipo (non assumendoli) migliaia di lavoratori potenzialmente meritevoli e di far scappare dall’Italia sia le imprese più dinamiche che i lavoratori più produttivi. Vietare per legge la meritocrazia ha non solo l’effetto d’indurre molti a fare il meno possibile ma anche quello di far che se ne vadano quelli che vogliono veder riconosciuto il proprio merito.
Tutto questo risulta così totalmente acquisito sulla base dell’esperienza degli altri paesi europei – specialmente di quelli del Nord Europa dove sia i tassi di occupazione, che i salari reali, che le condizioni generali dei lavoratori dipendenti sono molto migliori delle nostre – che solo il pregiudizio ideologico non informato dai fatti giustifica che in Italia si continui a considerare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori come la verità rivelata che invece non è.
Ma tutto questo, occorre riconoscerlo, soffre di un grave limite: chiede cambiamenti, sia culturali che materiali, ad una sola “parte” socio-economica mentre non chiede alcun cambiamento all’altra “parte”. E questa è una ricetta per il disastro già sperimentato svariate volte. Perché, piaccia o meno ed a me non piace, come le brevi allusioni storiche che ho usato da incipit dovrebbero ricordare, in Italia continuano ad esistere due “parti” socio-economiche e financo politiche, l’una contro l’altra armate. Perché tali parti abbassino le armi e siano disposte a trovare un compromesso ragionevole e non pasticciato sul mercato del lavoro occorre che entrambe le parti cedano alcuni privilegi. Occorre cioè che si riformi l’intero mercato del lavoro italiano d’un solo botto e non solo quella parte di esso che ha a che fare con il lavoro dipendente privato.
Questo vuol dire, per parlare fuori dai denti, che non è possibile depotenziare l’articolo 18 se, contemporaneamente, non si svuotano d’ogni potere monopolistico gli ordini e le associazioni di professionisti, commercianti ed artigiani. Questo vuol dire, sempre parlando fuori dai denti, che non è possibile introdurre il diritto a licenziare per motivi economici i lavoratori del privato se lo stesso non si applica a quelli del settore pubblico, a partire dai dipendenti ministeriali. Questo vuole anche dire che se rendiamo possibile licenziare i dipendenti quando non tornano i conti, deve anche essere possibile “licenziare” le imprese ed i loro manager nelle medesime circostanze. In Italia oggi questo vale, senza dubbio alcuno, per le piccole e medie imprese ma non vale e non è mai valso per le grandi e per chi le gestisce. Se Fiat oggi ha la capacità di alterare i rapporti contrattuali con i propri dipendenti è perché questi sanno che, a differenza del passato, se Marchionne fallisce non arriverà nessun ministro a salvarlo. Quanto vale per Fiat deve valere per tutte le grandi aziende italiane (banche incluse) se vogliamo che i loro dipendenti accettino quanto viene loro chiesto. Brutalmente: l’unica riforma del mercato del lavoro italiano che può funzionare è quella che, simultaneamente, riduce il potere di Cgil-Cisl-Uil e di Confindustria e delle dozzine di altre associazioni che siedono “dall’altra parte”.
*Department of Economics - Washington University in Saint Louis

Comments
Se avessi le ali, potrei volare.
E allora, visto che le ali non le ho?
Ma che razza di articolo sarebbe questo, nel quale un emerito Prof. si lancia in bubbole fuori dalla realtà ? Sarebbe meglio restare con i piedi per terra.
Infatti la riforma non riguarda i dipendenti statali. E' confortante sapere che c'e' qualcuno che mantiene ancora dei priviligi. Le cose valide per tutti sanno di comunismo e certi neoliberisti che parlano di di riforme valide per tutto sono soltanto dei criptocomunisti.
Le garanzie come una qualsiasi "assicurazione" ha avere un costo. Ci stanno dicendo che in questo momento di crisi questo "costo" non è più sostenibile, andiamo fuori mercato se non abbattiamo questi costi. Va bene, prendiamo per buono che non possiamo più permetterci questi costi, ma allora guai a provare a dire che altri "costi" non possono essere tagliati, costi come l'evasione, le lobbies, gli stipendi dei dirigenti pubblici fuori da ogni logica, i costi della classe politica (non solo del parlamento), i sussidi di stato a settori fuori dal mercato (ogni anno soldi a pioggia per siccità e nubifragi). Se non tagliano anche questo allora mi sento preso in giro e bersagliato, se mi sento bersagliato poi mi incazzo. Monti farebbe bene a tirare fuori il coltello non solo contro il buon italiano pacioccone, ma anche contro l'italiano delinquente e parassita. E' la classica frase dell'indifeso, ma penso che l'attuale situazione sia da imputare alla totale incapacità del Pd di schierarsi totalmente dalla parte di qualcuno. Il Pdl, a parte l'essere il peggior partito della storia italiana, almeno ha difeso a spada tratta qualcuno, di questo bisogna dargli atto.
State tutti dimenticando una cosa. Corruzione, truffe e ladrerie multimiliardarie dilagano. Si parla di centinaia di miliardi in cui prendere a piene mani tra evasione delle slot, tav, cacciabombardieri, costi della corruzione, truffa delle frequenze tv, finanziamenti pubblici ad aziende private (tra rimborsi elettorali e i soldi dati alla fiat, ad alitalia...), evasione con capitali portati all'estero (e non parlo dell'evasione con scontrino mancato ma bei miliardi che viaggiano senza controllo e senza tasse), soldi prestati alle banche a tassi dell'1%. Cosa mettono in primo piano? Un privilegio della classe media. Non potete negare che la classe agiata ha ben altri privilegi e che se estirpati potrebbero servire perlomeno da scusante per giustificare una "lotta al privilegio".
Semplicemente vi stanno prendendo per il sederino facendo discussioni che ovviamente servono solo per far perdere tempo a tutti noi e per farci dividere e chiudere nelle nostre idee (che ognuno ovviamente può avere diverse dagli altri).
Leggi finora:
- diminuzione pensioni
- tasse
- ici
- licenziamenti
- leggi ad personam (ebbene sì; si battono anche per l'ultima leggina per evitare il processo Ruby)
A me non frega niente se è giusto o sbagliato il fatto di modificare l'articolo 18. Non è una priorità, lo si può fare dopo. Dopotutto, direttamente contro i giovani hanno alzato l'età pensionabile. La fase 1 è stata tasse. La fase 2 è stata tasse. La fase 3 sarà tasse.
Siamo in dittatura e voi ancora pensate che sia una priorità che un dittatore (Monti è un dittatore, chiamatelo pure governo tecnico se preferite "l'in*ul**a morbida") tolga un privilegio (unico rimasto a dispetto di chi invece ha sia il privilegio che stipendi milionari). Non fatevi fregare per l'ennesima volta...
Hanno recentemente creato un nuovo ente sovranazionale che avrà una marea di poteri decisionali e a cui si dovranno dare centinaia di miliardi (non è chiaro il perché). Non date ancora retta alle loro buffonate stile berlusconi.
Con il trucco di dire "prima la pillola amara e poi faremo le cose buone" vi stanno fregando da ben quarantanni... Come fate ancora a farvi fregare, non lo so...
Si parlava di contratto unico, ultimamente è diventato "1,4% di stipendio in più per i precari", che su 500 euro di stipendo sono 7 euro in più, e che forse nemmeno riusciranno a fare mentre invece sull'abolizione del 18 sono tutti fastidiosamente daccordo... Il contratto unico promesso dove è finito? ;)
Altra presa in giro che dicono è che ci si deve accontentare perché c'è la crisi. Da quando la crisi giustifica una dittatura? O giustifica i soldi dati alle banche?
Io spero nell'arrivo del terrorismo. Una bomba fatta esplodere al momento giusto con relativo crollo di Montecitorio e morte della maggior parte dei parlamentari. Chiunque andrà al loro posto (una volta morti sotto le macerie di Montecitorio) avrà paura di scontentare ancora le richieste del popolo. ;) ma comincio a pensare che il terrorismo non esista... Almeno per come lo hanno descritto... In realtà il terrorismo lo fanno per farci discutere su cose a cui rinunciare (vita, lavoro, pensioni...)...
La gentilezza serve solo ad ottenere i manganelli come in Val di Susa... Anche chi è contro la violenza non potrà negare che un bell'omicidio di massa scuoterebbe sicuramente uno Stato addormentato...
La risposta a questi interrogativi, posto che gli Ordini professionali si alimentano come ogni giudice disciplinare, anzi come ogni organismo associativo dalla qualità degli uomini che la incarnano, l'ha data in maniera incontrovertibile la Corte Costituzionale con la sentenza numero 11 del 1968, a proposito dell'Ordine dei Giornalisti: "Il fatto che il giornalista esplica la sua attività divenendo parte di un rapporto di lavoro subordinato non rivela la superfluità di un apparato che secondo l'avviso della difesa del Longhitano si giustificherebbe solo in presenza di una libera professione, tale il senso tradizionale. Quella circostanza, al contrario, mette in risalto l'opportunità che i giornalisti vengano associati in un organismo che, nei confronti del contrapposto potere economico del datori di lavoro, possa contribuire a garantire il rispetto della loro personalità e, quindi, della loro libertà: compito, questo, che supera di gran lunga la tutela sindacale del diritti della categoria e che percio' puo' essere assolto solo da un Ordine a struttura democratica che con i suoi poteri di ente pubblico vigili, nei confronti di tutti e nell'interesse della collettività, sulla rigorosa osservanza di quella dignità professionale che si traduce, anzitutto e soprattutto, nel non abdicare mai alla liberta' di informazione e di critica e nel non cedere a sollecitazioni che possano comprometterla".
Premesso che l'anonimo cui codesto post sembra rispondere sono io (è stato un errore), mi sembra che la risposta di Gabriele Testi sia del tutto incongruente. La sentenza citata si pone un problema ben diverso, quello della compatibilità dell'iscrizione all'ordine professionale dei giornalisti con un rapporto di lavoro subordinato.
Attendo le risposte dal prof. Boldrin, che non incorre in simili incomprensioni.
La cosa curiosa di Smascheriamo Boldrin è che è d'accordo con Boldrin quasi su tutto...
:-)
L'avevo notato anche io.
Per quello ho evitato di rispondere: che senso ha discutere con un anonimo che - dato il combinato disposto di nickname e testo scritto - ha chiaramente dei conflittuali sentimenti amore-odio con me?
Di una sola cosa mi scuso: effettivamente non sono MM e non sta a me governare l'Italia. Quindi i provvedimenti posso solo auspircarli, non adottarli. Se l'anonimo vuole arrabbiarsi per questo, faccia pure.
Buon anno anche a lui, oltre a tutti i lettori, redattori, giornalisti e collaboratori de Linkiesta.
mb
A me pare che l'anonimo osservi che tutto ciò di cui parla Boldrin è wishful thinking completamente sconnesso dalla realtà per cui, delle due l'una, o Boldrin non capisce la realtà che lo circoda oppure è in malafede.
In un modello bloccato e stagnante come il nostro, la perdita del lavoro è un male paragonabile alla perdita di una gamba: lo devi evitare a tutti i costi, anche se si tratta di lavorare per un omofobo razzista discriminatore che odia il sindacato.
Perché se sei fuori non torni più dentro. D'altra parte se sei "dentro" non è male la situazione. Il risultato è la paralisi attuale.
C'era una vignetta di Dilbert in cui lo spazzino più intelligente del mondo spiegava a Dilbert (tentato da una nuova offerta di lavoro) che la paura di cambiare è normale, ma che non bisogna tirarsi indietro. Dilbert allora chiedeva "Ma adesso che lo so ma comunque non voglio cambiare, come devo valutare la mia scelta di rimanere?". Risposta: "Adesso sei solo stupido".
Si potrebbe pensare di partire dall'assicurazione collettiva? In fondo se funzionasse seriamente i casi di applicazione dell'Art18 calerebbero sensibilmente (chi vorrebbe restare legato a un datore di lavoro che lo licenzia ingiustamente, quando ha buone prospettive di reimpiego in tempi ragionevoli?).
Sto maturando l'impressione che in Italia (e non solo) ci sia concorrenza tra i lavoratori dipendenti e non tra le imprese (e poca tra i professionisti), invece dovremmo essere spietati con le imprese e "protettivi" con le persone.
Il sistema attuale è un sostanziale regalo alle aziende cattive (peggio sei, più grande il regalo) pagato dai lavoratori e dovrebbe cambiare al più presto, però non capisco perché l'art18 debba essere tra le prime cose da abolire e non "la carota alla fine del lavoro": l'effetto mi pare più o meno lo stesso e si eviterebbero certe crisi di panico (da un lato, perché convincere confindustria ad accettare il fallimento delle aziende non competitive non sarà certo facile).
Marco, un editoriale e' un editoriale, piu' di tanto non si riesce a mettere. Antitrust, certo, implacabile sulle pratiche collusive di commercianti ed artigiani, liberi professionisti e quant'altro. Ma anche una fine ai mille sussidi di cui queste categorie privilegiate godono, dagli orari limitati ai tariffari, dall'iscrizione agli albi alle licenze centellinate dalle amministrazioni locali.
Luciano: il nesso mi sembra duplice. Da un lato trattasi di un pezzo del mercato del lavoro nel quale e' difficile entrare a causa delle restrizioni che le varie lobbies hanno imposto. Qui l'analogia con i dipendenti protetti e' totale. Dall'altro e' una questione di distribuzione del reddito nazionale: ogni volta che riduci il potere contrattuale di una parte, la sua capacita' d'imporre prezzi di monopolio e ricevere renti aumenti, per ovvia simmetria, quella dell'altra. L'intento d'una riforma del mercato del lavoro dovrebbe essere quello di renderlo efficiente, non di redistribuire reddito da dipendenti del privato al resto del paese (non mi sembra davvero vi sia necessita' di far questo, anzi ...). Ragione per cui occorre assolutamente ridurre il potere contrattuale e di monopolio degli altri gruppi sociali se si decide di ridurre quella di quella porzione del lavoro dipendente che oggi e' protetta dalla triplice sindacale.
Chiedo scusa ma la spiegazione non è mi è chiara:
1 - le restrizioni all'ingresso nelle professioni sono un dato storico, forse parlare di lobbies significa guardare al passato con gli occhi del presente. Ma bisogna vedere anche quali professioni soffrono di effettive restrizioni: forse solo il notariato (le farmacie, in definitiva, sono imprese operanti in un mercato regolamentato). Altre professioni sono accessibili a chiunque superi un esame di Stato, richiesto dalla Costituzione: alcune prevedono anche un periodo di pratica prima dell'esame, in modo che questo verifichi non solo la preparazione teorica ma anche il know how specifico della professione. Si tratta di restrizioni ingiustificate? se sì, perché?
2 - non vedo il nesso tra la riduzione del potere contrattuale dei lavoratori dipendenti e l'aumento di quella dei professionisti: chi se ne avvantaggia sono sicuramente ed immediatamente i datori di lavoro, vale a dire soprattutto le imprese, private e pubbliche. L'affermazione che la riforma del mercato del lavoro porti al trasferimento di reddito dai lavoratori dipendenti ai professionisti mi sorprende: ci sono evidenze empiriche?
Allora, si chiede l'abolizione delle tutele dei lavoratori in cambio di
1) Antitrust... posso sorridere? La stessa antitrust che consente il monpolio di Alitalia sulla Roma Milano? O parliamo di quella che garantisce la concorrenza fra le tv italiane?
2) Abolizione degli ordini... beh, ben si inizia coi pubbilicisti... e qui ci si ferma perché il ben più potente ordine dei giornalisti è ovviamente intoccabile.
3) Liberalizzazione degli esercizi commerciali; stiamo parlando delle farmacie? Le vedo proprio in fase di liberalizzazione...
Senta Boldrin, questa storia del fare simultaneamente le riforme sgradite a tutti ci è stata ammanita da Monti già alcuni mesi fa, che lei qui ce la ripeta fa sorridere e non brilla certo di originalità. Abbiamo visto la simultaneità di Monti: massacro sui redditi da lavoro dipendente, mance e sconti sui redditi d'impresa e nulla, zero, sulla lotta all'evasione. (Sbaglio o è stato proprio il Suo blog Boldrin (nfA) a rilevare che la manovra Monti è pesantemente regressiva, in barba e in contrasto ai principi di progressività stabiliti dalla costituzione?)
Visto il precedente Monti, per la "manovra boldrin" pronostico questo risultato: abolizione di ogni diritto per chi guadagna meno di 1000 euro al mese e ulteriori guarentige per chi sta "sopra" (in tutti i sensi).
Le ricordo, Boldrin, il precedente della riforma Biagi che avrebbe dovuto prevedere due pilastri (a) contratti a termine e (b) ammortizzatori sociali e sussidi di disoccupazione ad ampio raggio. Ovviamente (a) è stato fatto e (b) è scomparso. Lei ora propone (a) massacriamo i poveri diavoli e (b) aboliamo gli ordini... fin troppo facile prevedere che (a) si farà e il resto rimarrà lettera morta. Ah e poi suggerisce di finanziare un sistema di sussidi e incentivi alla riqualificazione? LEI E' UN ECONOMISTA! CON QUALI DIAVOLO DI SOLDI PENSA DI FINANZIARLO UN SISTEMA DEL GENERE???? SE FOSSE POSSIBILE FARLO L'AVREBBERO GIA' FATTO AL TEMPO DELLA RIFORMA BIAGI, O NO???
1) infatti l'antitrust non serve a nulla, puoi tranquillamente eliminarla.
In un mercato libero non esisterebbe nè Rai, nè Mediaset
nè l'Alitalia verrebbe salvata.
è possibilissimo finanziare un'assicurazione pubblica universale.
Molti paesi che lo fanno, hanno una spesa pubblica minore dell'Italia.
Basta tagliare nel pubblico, cominciando dagli enti inutili, ospedali inutili(ne abbiamo il triplo della Germania) e super stipendi dei manager pubblici.
Poi puoi tagliare anche le pensioni d'oro che ricordo a tutti sono RETRIBUTIVE.
Arrivare a 30-40 miliardi è facilissimo
Michele, mi sarebbe piaciuto che approfondissi di più quest'ultima parte. Cosa bisogna fare per rendere più flessibile il mercato della domanda (di lavoro)? Rendere più effettiva l'antitrust contro i cartelli? Poi?
Grazie.
Beh almeno qui i commenti sono più civili ed intelligenti (tranne il primo di Minerva..mai nome fu meno azzeccato) rispetto a quelli dell'articolo scritto da me sul mio blog.
Quello che non si riesce a capire è proprio questo punto qui: "l reintegro, che permette al pretore del lavoro di forzare un’azienda a riassumere un lavoratore licenziato, è un istituto che fu utile in un passato buio ma che ha oggi l’unico effetto di far licenziare in anticipo (non assumendoli) migliaia di lavoratori potenzialmente meritevoli e di far scappare dall’Italia sia le imprese più dinamiche che i lavoratori più produttivi."
Ma è così difficile??
Il problema è che un sistema del genere implica che non esistono garanzie totali e tombali per nessuno: qualcuno potrebbe risultare sfortunato o semplicemente essere messo di fronte ai propri errori, e pagarne le conseguenze.
Questo noi non lo accetteremo mai: le nostre rivendicazioni sono sempre sul piano ideale, e mai sul piano reale.
In questi giorni si parla della classe economica di Trenitalia, con molte lamentele per il prezzo. Mi gioco quel che si vuole che gli Italiani alla fine chiederanno uno sconticino a Trenitalia, lo otterranno e per non più di sei mesi la cosa sarà accolta. Poi Trenitalia farà pagare il resto con tanto di interessi.
E nel frattempo non avremo liberalizzato neanche una singola locomotiva, mentre sarebbe l'unica, vera, durevole cosa da fare.
io sarei favorevole a togliere lárt. 18 per chi guadagna piu di 2500€ nette, comprendendo perö anche i dipendenti e manager pubblici
L'argomento è illustrato con efficacia, a dispetto di chi sa solo impostare contestazioni ideologiche.
Però mi pare da approfondire il tema delle associazioni e degli ordini professionali, non è evidente il nesso tra riforma del mercato del lavoro dipendente e attività professionali.
D'accordo con la sostituzione della CIG con una assicurazione, magari finanziata col modello se ho capito bene, Ichino: l'impresa dovrebbe essere obbligata ad assicurarsi, ma può scegliere con chi, e con un meccanismo bonus/malus che penalizzi chi licenzia troppo, (il come definire "troppo" lo lascerei agli attuari, se licenzi molto di più della media geografica o del settore forse è meglio che cambi mestiere, o stile di gestione delle risorse umane)
Non sono d'accordo, o forse non ho capito: i licenziamenti collettivi per motivi economici e organizzativi sono permessi anche con l'art. 18, si parla di licenziamenti individuali per motivi economici? In quel caso, come si fa a distinguerli da quelli discriminatori senza entrare nel merito delle scelte imprenditoriali?
"A fronte del cambiamento tecnologico continuamente in atto e dell’enorme diversificazione di figure professionali e tipologia aziendale tipica oramai di ogni settore produttivo"
sei proprio sicuro? Io ho l'impressione contraria, il lavoro impiegatizio ormai si basa su PC e software molto simili, quello operaio su mansioni semplificate o su macchinari a controllo numerico. Forse la diversificazione era maggiore prima. Non è che cambi molto in termini di necessità di un contratto unico per tutta l'industria o per tutto il lavoro dipendente.
In quanto al "disarmo bilanciato", per me c'è troppa asimmetria. La percezione dei lavoratori sarà "adesso possono licenziarmi ad nutum, chissenefrega che hanno tolto i privilegi agli autonomi o alla controparte, tanto sono già più ricchi di me e comunque faranno sempre un atterraggio più morbido del mio". Sarebbe una riforma da fare in una fase espansiva, dove tra gli effetti positivi del mix assicurazione/riqualificazione e un buon livello di occupazione si vedrebbero presto.
sante parole!
Ma purtroppo resteranno lettera morta perchè in italia abbiamo un problema: ci sono gli italiani, tranquilli che qui non si cambia nulla. Grecia arriviamoooooo
@minerva: mmmhhh, sento puzza di mancanze di idee. ma per favore...
mmhhh, sento forte puzza di neoliberismo. Si salvi chi può.
Gentile minerva,
e se invece di evocare "formule", tipo neoliberismo, ragionassimo sulle proposte concrete, valutandone i pro e i contro?
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