Quando al Nord Fli voleva rubare voti alla Lega

Quando al Nord Fli voleva rubare voti alla Lega

Quella data e un sospiro. Inizia sempre così l’analisi politica dei finiani lombardi: «Ah, se il 14 dicembre…». Il partito nascerà a Milano con il congresso dell’11-13 febbraio, ma è il giorno della fallita sfiducia al governo Berlusconi quello rimasto cerchiato sul calendario.
Come in Parlamento, anche in Lombardia qualcuno ha fatto in tutta fretta dietrofront da Futuro e Libertà, tornando nel Pdl. I berlusconiani hanno usato metafore ciclistiche («la fuga è rientrata. Il gruppo li ha ripresi alla prima salita») e più consuete parabole evangeliche (vitelli grassi da sacrificare per i figliol prodighi). Nel Varesotto i tre assessori che avevano seguito il progetto di Fini si sono pentiti prima della fine del 2010 (in caso contrario avrebbero dovuto dimettersi). Luciano Lista, assessore a Busto Arsizio, Giovanni Manelli, assessore a Castellanza e Giuseppe Martignoni, assessore in Provincia, hanno detto di non condividere più le posizioni di Fini «perché invece di immaginare per Fli un futuro da Pdl più grande e plurale, come promesso a Mirabello, ha voluto schierarlo all’opposizione».

A Bergamo, nessuno, nelle istituzioni cittadine, ha lasciato il premier per il presidente della Camera. Tra gli ex bergamaschi di rango in An solo il vecchio Mirko Tremaglia ha seguito Fini. «Ma molti», dice il rappresentante locale di Fli, Fabio Belotti, «erano venuti a bussare alla nostra porta, fortemente interessati. Sono rimasti in posizione di attesa, di studio. Poi, dopo il 14 dicembre, sono, ecco… un po’ spariti…». E pensare che proprio da queste parti, terra difficile per un partito vissuto spesso come espressione degli interessi del Sud, l’avventura di Fli era partita con una certa spavalderia. «Ruberemo voti alla Lega» aveva detto Belotti a metà novembre. «Sono ormai tanti i delusi che non vedono mai concretizzarsi le promesse e si accorgono che questo federalismo è una farsa». E da Roma erano saliti a festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia (in quella che rimane pur sempre «la città dei mille di Garibaldi») «tre big»: i deputati Fabio Granata e Antonio Buonfiglio e il senatore Giuseppe Valditara. La manifestazione, con circa trenta presenti, si era tenuta provocatoriamente in piazza Pontida.

Fabio Belotti ha 37 anni. Non è ancora avvocato e per ora riceve nel suo studio in centro con il titolo di criminologo. «In tutta la provincia abbiamo 16 circoli e 350 tesserati. Non male in una zona superdifficile, no? Solo il 30 per cento di noi proviene da An. È la generazione di quei finiani quarantenni da anni allergici al predominio di La Russa in Lombardia. Ma il 70 per cento arriva da fuori. Si tratta o di giovani finora non politicizzati o di persone più mature, orfani della Dc. Sono passati a Fli solo due consiglieri comunali, uno di Treviglio e uno di Bolgare. E il sindaco di Sedrino, ex del Carroccio». Belotti è diventato coordinatore cittadino perché era a capo, a Bergamo, di Generazione Italia, la fondazione di cui il partito erediterà gli iscritti. «Fli qui è formato da professionisti, quadri impiegatizi, consulenti finanziari e c’è anche l’impresario teatrale Mario Ferrari», spiega.

Nell’ufficio di Belotti ci sono un grande planisfero, il tricolore, la bandiera europea e quella di Fli. «Ne ho fatte stampare cento a spese mie. Da Roma non riuscivano a farle arrivare. Dal regionale, a Milano, me ne avevano mandate solo cinque…».
Leonardo Peli, 59 anni, avvocato e coordinatore di Fli a Brescia, la bandiera non ce l’ha e nemmeno gli è piaciuto troppo il simbolo del movimento: «Quel verdino leghista, il tricolore così piccolo e schiacciato in basso e soprattutto la scritta FINI così grande. Non metto in dubbio la leadership, ma forse, visto che dobbiamo ancora fare il congresso…». Peli è stato l’ultimo segretario dell’Msi bresciano, dove è entrato a 15 anni («ho frequentato tutte le sedi della Fiamma: via Gramsci, via Matteotti e via Martiri della libertà…»). In An era rautiano. Nell’ultima fase, vicino ad Alemanno. Destra sociale, insomma. «Eravamo i più critici con Fini e ora, qui a Brescia, stiamo con lui. I finiani di allora sono invece i suoi peggiori nemici, oggi. In provincia i circoli sono passati in pochi mesi da tre a trenta e gli iscritti sono oltre 600, di cui 80 solo in città. Il 50 per cento viene da An, il 20 da Forza Italia, un 30 per cento da fuori. Ci sono avvocati, professori universitari, medici… Dati confortanti, a meno che non corrispondano ai voti che otterremo…», scherza.

Anche a Brescia nessun esponente Pdl nelle istituzioni è passato a Fli. In provincia, solo qualche consigliere e assessore in piccoli comuni e il sindaco di Erbusco. «Colpa, o merito anche mio» rivendica Peli: «Non ho voluto far numero a scapito della serietà. Ho subito cacciato tutti quelli che venivano a dire “E voi cosa ci date in cambio?”. Mi sono fatto qualche nemico, fuori e dentro. Ma credo sia meglio tener lontani opportunisti e riciclati». Un’esigenza che dice di sentir forte anche Carlo Beduschi, il nome più grosso tra gli uomini passati a Fli nella politica mantovana. Ex Dc, ex sindaco di Curtatone, ex presidente del Parco del Mincio, ex Ppi, ex capogruppo in Provincia della Margherita, ex iscritto al gruppo consiliare del Pd (di cui ha però rifiutato la tessera), dice di aver visto in Fli «un partito proiettato nel futuro». «La gente è spaesata. Sfiduciata. Noi dobbiamo dare risposte. Ma il 14 dicembre ha cambiato tutto. Ci ha obbligati a scelte strategiche nell’immediato. A Mantova si vota per la Provincia. Ci alleiamo con Udc e Api per correre al primo turno con un nostro candidato. Speriamo in un 5 o 6 per cento come partito e in un 10, 12 come coalizione. Inutile preparare un programma completo. Tanto non corriamo per vincere. Meglio puntare su quattro punti forti. E poi pesare al secondo turno, dove credo che per noi sarà difficile appoggiare il centrodestra: ci sono troppe questioni personali. Puntiamo a diventare l’ago della bilancia per andare a fare, con un po’ più di nobiltà – con tutto il rispetto per i socialisti – quello che faceva il Psi nella prima Repubblica». 

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