Le libertà della Lega si fermano davanti al kebab

Le libertà della Lega si fermano davanti al kebab

Dopo che la Corte costituzionale ha bocciato la legge sulla chiusura dei phone center, perché i servizi di telecomunicazione sono di competenza dello Stato e non delle regioni, la Lombardia riprende la sua crociata contro i cosiddetti “negozi etnici”, per i quali si prospettano forti restrizioni. È infatti pronta e dovrebbe essere presentata in settimana la proposta di legge regionale della Lega Nord, denominata “progetto Harlem”, che punta a fissare nuove «Disposizioni in materia di artigianato e commercio» in attuazione della Direttiva 2006/123/Ce (la “Bolkestein”), una direttiva varata in realtà per liberalizzare i servizi nel mercato interno europeo. Ma l’iniziativa leghista non è certo mossa da un impeto liberista. Il modello è la New York della “tolleranza zero” e i ghetti etnici, alla Harlem, rimessi in ordine.

Mentre si avvicinano le amministrative per la città di Milano, Varese e Lecco e le province di Mantova e Pavia, nel mirino dei consiglieri regionali della Lega e dell’assessore all’Industria e artigianato del Pirellone, il leghista Andrea Gibelli, ci sono i centri estetici, che talvolta coprono un’attività di gestione della prostituzione, i parrucchieri (stranieri), soprattutto i negozi di kebab e in generale «le attività di vendita da parte delle imprese artigiane di prodotti alimentari di propria produzione per il consumo immediato». Una dizione quest’ultima sotto cui rischiano di rientrare panettieri, pasticcerie e vendita di pizza al taglio. Lo strumento per attuarlo – è la previsione dell’articolo 7 della proposta di legge, che va a modificare il Testo unico regionale in materia di commercio e fiere – sarebbe «un atto di programmazione (dei Comuni, ndr), avente durata quadriennale, che disciplina le modalità di applicazione, con riguardo alle azone da sottoporre a tutela, dei criteri qualitativi individuati dalla programmazione regionale in riferimento all’insediamento delle nuove attività commerciali». Il focus è tutto sui “criteri qualitativi”, e quindi discrezionali, ai quali dovrebbero essere adeguati i regimi di autorizzazione, visto che la Lega non oserebbe chiedere gli stessi obblighi dei bar (a partire dai servizi igienici a disposizioni del pubblico) a tutte le imprese artigianali che smerciano prodotti alimentari di propria produzione per il consumo immediato. Né le amministrazione locali al momento sono state capaci di far rispettare da tutti criteri di decoro, sicurezza e responsabilità nelle gestione degli esercizi pubblici.

Rispetto agli sprovveduti tentativi portati avanti dalla Lega in Veneto e anche in Lombardia, e già bocciati dalla Corte costituzionale, stavolta la stretta alla libertà di commercio avviene con tanto di riferimento alle normativa comunitaria. La trovata paradossale è di fare ricorso a una direttiva europea che ha come finalità la liberalizzazione dei servizi per farne uno strumento di restrizione delle libertà di mercato. Facendo leva sulla direttiva Bolkestein, il centrodestra progetta di limitare l’apertura di parrucchieri, centri estetici e, potenzialmente, ogni negozio di gastronomia a consumo immediato.  Con il rischio di scivolare verso il regime delle licenze contingentate. «La presente legge – viene detto nella premessa delle proposta – vuole perseguire la libera prestazione dei servizi in un contesto di sviluppo equilibrato e sostenibile delle attività economiche consentendo, quindi, ai Comuni, qualora sussistano dei motivi di interesse generale, di introdurre delle prescrizioni, limitative alla libertà di impresa, volte alla tutela dei valori di rango equivalente al principio di libera iniziativa economica». In sintonia con la formulazione costituzionale delle libertà economiche formulata dal ministro Giulio Tremonti (“è permesso tutto ciò che non è esplicitamente vietato”). 

Al Consiglio regionale verrebbe riservato il potere di definire «gli indirizzi generali per la programmazione urbanistica del settore commerciale», mentre i Comuni  potranno potranno prevedere «incentivi e misure di tutela» per la permanenza degli esercizi storici e tradizionali , ma anche «disporre il divieto di vendita di determinate merceologie, qualora questa costituisca un contrasto con la tutela di valori artistici, storici o ambientali». Nei centri storici e nelle zone limitrofe potrà essere limitato «l’insediamento di attività che non siano tradizionali o qualitativamente rapportabili ai caratteri storici, architettonici e urbanistici dei centri medesimi». Queste misure se da un lato vorrebbero tutelare estetica, paesaggio e decoro urbano – a volte, innegabilmente, disturbati da bivacchi ormai confusi nel paesaggio –  dall’altro rischiano di alimentare tensioni e di ritardare l’incontro sul territorio fra comunità di diversa origine etnica. Come se non bastasse, minacciano anche di restringere la concorrenza. A danno delle fasce sociali più deboli e più in generale delle persone che cercano prezzi più bassi o altri odori e sapori del mondo.

L’obiettivo simbolico dell’iniziativa, che arriva a ridosso delle elezioni amministrative, sono i doner kebab, uno dei più importanti business gestiti dalla comunità locale originaria alla Turchia. Un paese, cioè, con cui l’Italia intrattiene rapporti commerciali privilegiati: siamo il quarto partner commerciale di Ankara. Nel 2010 l’interscambio italo-turco ha raggiunto 16,7 miliardi di dollari, di cui 10,2 miliardi di esportazioni (+32,96 % e quinto paese fornitore) e 6,5 miliardi per importazioni (+10,5%), con un saldo attivo per quasi quattro miliardi. L’Italia è il paese estero che si è aggiudicato più contratti pubblici banditi da amministrazioni turche nel 2008, il 38% degli appalti assegnati a imprese estere.

A dispetto di questi numeri e degli interessi economici dell’Italia, però, in politica per ora risulta vincente la retorica della territorio. A Milano, dunque, niente kebab, solo la cotoletta alla milanese, eventualmente anche nella versione surgelata delle cosiddette “luride” (i furgoni ambulanti di panini presso cui trovano ristoro i nottambuli). Sulle arancine sicule la questione è aperta e potrebbe non risparmiare nemmeno i fast food di hambuger, che già dal nome suonano forestieri. Se passa la legge, occorrerrà procedere a «una valutazione delle problematiche della distribuzione commerciale nei centri storici e delle interrelazioni esistenti con altre componenti territoriali». Benvenuti nella città e nella regione di un Expò 2015 che vuole «valorizzare la conoscenza delle “tradizioni alimentari” come elementi culturali e etnici».