L’uomo da 16 milioni di dollari lavora in Barclays

L’uomo da 16 milioni di dollari lavora in Barclays

Per le banche britanniche l’austerity non esiste. L’amministratore delegato di Barclays, Robert Diamond, nell’ultimo anno ha ricevuto uno stipendio di 16,5 milioni di dollari. Di questi, 10,6 milioni derivano dai bonus annuali. Non sono state poche le critiche al banchiere. E dire che proprio venerdì scorso il governatore della Bank of England, Mervyn King, aveva rimproverato gli istituti di credito della City, colpevoli di non aver cambiato il proprio atteggiamento nonostante la crisi finanziaria.

La performance di Barclays nell’ultimo anno è stata vivace. Il fatturato è stato di circa 51 miliardi di dollari, mentre gli utili sono stati pari a circa 9,8 miliardi, il 32% in più rispetto l’anno passato. Merito della divisione trading, che ha generato un giro d’affari di 16,7 miliardi di dollari, un terzo del totale. Barclays Capital, segmento dedicato all’investment banking, ha registrato un fatturato di 22 miliardi di dollari per un utile di 7,7 miliardi e bonus per 4,2 miliardi. Il monte salari complessivo, a frutto di ciò, è salito del 20% su base annua, toccando i 19,3 miliardi di dollari. I bonus hanno sfiorato quota 5,7 miliardi. Sebbene, come aveva fatto notare il ceo Diamond alla presentazione dei conti 2010, la quota dei compensi sia calata del 7% rispetto al 2009, il malumore rimane. Specie dopo le garanzie del banchiere su una «politica delle retribuzioni capace di riflettere l’attuale stato dell’economia globale», cioè quanto chiesto da Downing Street. 

«Gli incentivi erogati nel 2010 al ceo Diamond riflettono il risultato annuale del gruppo, che si è rafforzato a livello globale», recita la nota di Barclays. Devono essere state queste le motivazioni che hanno spinto il comitato remunerazioni a optare per il maxi bonus di Diamond. Peccato che arrivi proprio il lunedì successivo al pesante monito di King. Il governatore della Bank of England aveva infatti utilizzato parole di fuoco per definire il nuovo corso della finanza britannica. «I bankers, dopo due anni di remissione, sono tornati a spendere cifre folli per feste e altri eventi», ha detto King, puntando il dito anche sui maxi compensi. In effetti, anche il primo ministro David Cameron aveva invocato una maggiore responsabilità nello stacco degli assegni di fine anno. E Barclays doveva essere da esempio. Lo è stata, ma in negativo. 

Poco importa che Diamond non abbia ricevuto il bonus per il 2009, nonostante un risultato positivo anche per quell’anno. La banca britannica, unica a non aver utilizzato gli aiuti di Stato nei giorni più bui del dopo Lehman Brothers, ha reagito con forza alla crisi finanziaria. Prima ha acquisito gli asset dell’ex istituto di Richard Fuld, poi ha iniziato una risalita nel mondo dell’investment banking grazie ai 4,5 miliardi di sterline ottenuti da investitori privati. A oggi, risulta essere una delle realtà più in salute della City. Eppure, in più di un’occasione il governatore King ha ribadito che tutte le società finanziarie di britanniche, Barclays compresa, hanno ricominciato a utilizzare la leva finanziaria con vigore. 

«Sono troppe le banche Too big to fail (troppo grandi per fallire, ndr)». Questo è l’avviso del numero uno di Threadneedle Street. Il governatore sta continuando la sua crociata contro gli eccessi della finanza. Del resto, sarà proprio lui che dal 2012 sarà a capo dell’organismo di vigilanza finanziaria che sostituirà la Financial services authority (Fsa) raggruppandone i poteri nella Banca d’Inghilterra. 

Intanto, il cancelliere dello Scacchiere George Osborne ha spiegato che il processo di revisione del sistema bancario del Regno Unito sta andando avanti. L’Independent Commission on Banking (Ibc) sta valutando l’ipotesi di dividere le attività retail da quelle d’investimento, come dettato dal Glass-Steagall Act del 1933, che imponeva una netta separazione fra banche commerciali e d’affari negli Usa. Sir John Vickers, capo della Ibc, ha in mente di introdurre questa norma nel sistema inglese entro l’anno. «Sono troppi gli squilibri, i rischi non sono diminuiti e urge agire velocemente per evitare una nuova crisi», ha sottolineato Vickers. Eppure, le vecchie consuetudini, come dimostra il caso Barclays, sono dure a morire.  

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