Le vie degli Eurobond sono sempre finite

Le vie degli Eurobond sono sempre finite

BRUXELLES – Tutti parlano di Eurobond come la soluzione della gravissima crisi che l’eurozona sta vivendo. Lo strumento caldeggiato all’inizio da Giulio Tremonti e Jean-Claude Juncker viene ora sostenuto da economisti di razza come Mario Monti, il consulente economico del governo di Berlino Peter Bofinger, oppure Jacob von Weizsäcker e Jacques Delpla autori del cosiddetto “modello di Bruegel”, o ancora dal finanziere anglo-ungherese George Soros – anche se non va dimenticato chi, come il capo economista della Deutsche Bank Thomas Meyer, parla invece di “pillola avvelenata”. E durante la conferenza stampa congiunta Merkel-Sarkozy il duo sembra avere ascoltato più quest’ultimo che i primi visto che l’idea è sono stata ancora una volta respinta. 

Senza voler entrare nei pro o contro, c’è un punto essenziale: la creazione del famoso titolo europeo non sarebbe una passeggiata. Anzitutto, c’è il problema politico. La stampa tedesca parla di discussioni interne al governo sugli eurobond, con aperture di alcuni esponenti Cdu, anche se ufficialmente Berlino rimane nettamente contraria. Il problema è però che i liberali del ministro dell’Economia Philipp Rössler minacciano di uscire dal governo se la cancelliera Angela Merkel dovesse cedere alle lusinghe di Nicolas Sarkozy. Del resto, non c’è solo la Germania da convincere: contrarie ai titoli europei sono anche Olanda e Finlandia, con una fortissima pressione dei partiti della destra populista.

C’è poi un aspetto giuridico che resta ancora da chiarire. Il commissario agli Affari economici e monetari Olli Rehn a giugno davanti al Parlamento Europeo ha annunciato che, sei mesi dopo l’eventuale accordo tra Strasburgo e Consiglio Ue sulla riforma della governance economica (che si spera di raggiungere entro fine 2011), presenterà uno studio di fattibilità sull’eurobond. Linkiesta ha chiesto al suo portavoce Amadeu Altafaj se questo strumento comporterebbe una modifica del Trattato di Lisbona – con conseguente obbligo di ratifica e i rischi connessi. La risposta è stata vaga: «non lo sappiamo ancora, dipende dai modelli».

Il problema è la famosa no bail out clause contenuta nell’art.125 del Trattato di Lisbona (nella parte dedicata al funzionamento dell’Ue): «L’Unione non risponde né si fa carico degli impegni assunti dalle amministrazioni statali, dagli enti regionali, locali, o altri enti pubblici, da altri organismi di diritto pubblico o da imprese pubbliche di qualsiasi Stato membro». Già l’istituzione dell’Esm (European Stability Mechanism), che dovrebbe funzionare dal 2013 al posto dell’attuale fondo salvastati provvisorio Efsf (European Financial Stability Facility), ha comportato, oltre a un vero e proprio trattato separato, anche una leggera modifica (che necessita ratifica) del Trattato, per “aggirare” la famosa no bail out clause.

L’eurobond rappresenterebbe un vero e proprio salto di qualità, secondo vari esperti difficile da conciliare con lo spirito e con la lettera dell’articolo 125: titoli di Stato europei vorrebbe dire che tutti gli Stati “rispondono” e “si fanno carico” dei debiti di tutti gli altri. Su questo, ad esempio, è categorico Daniel Gros, l’economista direttore del Ceps di Bruxelles e considerato uno degli ideatori del fondo salvastati: «eurobond emessi in presenza di stati euro a forte debito pubblico, com’è il caso ora – ci dice – violerebbe in pieno Lisbona e anche la Costituzione tedesca».

In effetti, l’altra grande incognita è proprio la Corte costituzionale tedesca, già interpellata varie volte – finora senza successo – dagli avversari dell’euro. La Corte ha dato il via libera anche al Trattato di Lisbona, specificando però che il Parlamento tedesco deve essere consultato puntualmente. E attualmente sta valutando il ricorso di alcuni professori di economia contro il fondo salvastati. Gli esperti scommettono che anche questo alla fine sarà respinto, ma con alcune condizioni che potrebbero rendere difficilissimi gli eurobond: e cioè che per ogni salvataggio ci debba essere il via libera del Bundestag, e, soprattutto con il divieto di qualsiasi automatismo, pena la lesione del diritto di decisione del popolo sovrano. Coinvolgere il popolo sovrano nell’emissione degli eurobond sarebbe davvero complicato.  

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