Il castello si sta sgretolando, i berluscones fuggono

Il castello si sta sgretolando, i berluscones fuggono

«Mi sembra di essere tornato al 1992». Due sere fa, a cena con un amico di vecchia data, uno dei ministri più vicini al presidente del Consiglio si sfogava così. Nessuna remora a dirsi preoccupato. Anzi, terrorizzato dall’atmosfera da fine impero che aleggia, sempre più pesante, a Palazzo Chigi. L’esponente di Governo che si è lasciato andare a questo tipo di confidenze non è l’unico. Il timore di assistere alla fine di un ciclo è comune a quasi tutti membri dell’Esecutivo. E, chi più chi meno, sono in molti ad aver paura. «Da quando è iniziata la legislatura – spiega il collaboratore di un ministro – non avevo mai respirato un’aria così tesa».

A dare il colpo di grazia al già traballante Esecutivo ci ha pensato la recente crisi finanziaria. Crisi globale, certo. Ma che in Italia ha messo a nudo le difficoltà di un governo incapace di reagire. La manovra vista, rivista e corretta più volte. I veti degli alleati leghisti sulle pensioni (e l’incapacità del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di alzare la voce e imporre le modifiche necessarie in tema di previdenza). Adesso, neanche ventiquattro ore dopo la definitiva approvazione da parte del Parlamento, c’è la certezza che per raggiungere il pareggio di bilancio in tempi certi l’Esecutivo dovrà allestire un nuovo, pesante, intervento. Il tutto accompagnato dallo scetticismo dei partner europei. Gli stessi che pochi mesi fa si sono addirittura arrogati il diritto di dettare l’agenda economica al Governo italiano.

E poi la bufera giudiziaria. Sulla credibilità di Silvio Berlusconi pende ormai da tempo la spada di Damocle di presunte, imbarazzanti, intercettazioni telefoniche. Tali, giura chi le ha ascoltate, da minare definitivamente la figura del protagonista degli ultimi vent’anni di politica italiana. Da Montecitorio al bar sotto casa, è tutto un fiorire di indiscrezioni sul contenuto delle scottanti telefonate. Ai timori legati al rischio di un crollo del Governo, per molti ministri si aggiungono quelli di essere diventati ignari protagonisti di alcune delle conversazioni “rubate”. Ieri l’ultimo disperato tentativo di approntare un decreto per bloccarne le pubblicazioni. Bloccato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Come se non bastasse, i risultati dei più recenti sondaggi sono impietosi. Già prima dell’estate i maggiori istituti di ricerca avevano confermato il sorpasso del Partito democratico ai danni del Pdl. Le ultime rilevazioni sulle intenzioni di voto degli italiani non lasciano dubbi. Secondo i dati raccolti questa mattina da Ipr Marketing la fiducia degli elettori nei confronti del presidente del Consiglio è scesa al 24 per cento. Cinque punti in meno rispetto al dato precedente. Se si dovesse andare oggi al voto, l’opposizione conquisterebbe il 44 per cento delle preferenze, contro il 37 dell’attuale maggioranza.

Nel frattempo, consapevoli del rischio di un anticipato sciogliete le righe, i principali esponenti della maggioranza cercano di organizzarsi per il “dopo”. C’è chi racconta di un ministro di prima fascia che nelle ultime settimane ha passato intere giornate attaccato al telefono cercando di contattare vecchi amici. «Prima propone a un collega di rifondare la Democrazia cristiana – racconta divertito chi ha assistito alla scena – Poi cambia interlocutore e si dice disponibile a dar vita a una nuova componente socialista. Digita un altro numero e quasi supplica: “Almeno voi, non mi abbandonate”». E se persino un (ex) fedelissimo come Gaetano Pecorella dichiara alla Zanzara su Radio 24 che «ci vuole un nuovo Governo di larghe intese anche senza Berlusconi, con un Presidente del Consiglio che sia un politico. In una situazione di emergenza ci vuole un governo di emergenza», vuol dire che i suoi sono pronti ad abbandonarlo. «Berlusconi si deve presentare: un testimone è un testimone», ha anche detto Pecorella.

Qualcuno prova a far ragionare il presidente del Consiglio. Il suggerimento è sempre lo stesso: un passo indietro. Ormai le dimissioni di Berlusconi sono rimaste, forse, l’unico modo per portare a termine la legislatura. E chissà, magari per permettere al successore del Cavaliere di candidarsi alle politiche del 2013 con qualche speranza di successo. Le trattative sono, ovviamente, private. A convincere il premier della necessità di farsi da parte ci aveva provato il sottosegretario Gianni Letta, il suo braccio destro. Niente da fare. Una settimana fa ci avrebbero provato anche i responsabili dei due gruppi parlamentari: il presidente dei deputati Pdl Fabrizio Cicchitto e il vicecapogruppo a Palazzo Madama Gaetano Quagliariello. «Non so se vi rendete conto della gravità della situazione – spiegava in preda al panico un ministro – stavolta la richiesta di un passo indietro gli è stata avanzata addirittura da due esponenti del suo “cerchio magico”».

La proposta è sempre la stessa. Quella avanzata dal leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, ormai sempre più vicino a un ritorno nel centrodestra (post berlusconiano). «I due gli hanno confermato – raccontava ancora il ministro – che in cambio delle sue dimissioni da Palazzo Chigi il presidente del Consiglio avrebbe potuto nominare liberamente il suo successore». Anche stavolta, nessuna risposta. Silvio Berlusconi sarebbe irremovibile. «Io non mi faccio da parte». Tra i colleghi di Governo, cresce la paura. E il Paese ormai sembra irrimediabilmente lontano da lui. 

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