Pizza ConnectionIl poliziotto che nel ’83 scoprì la ’ndrangheta al Nord

Il poliziotto che nel '83 scoprì la ’ndrangheta al Nord

La vicenda Pedone citata da Ilda Boccassini

«La ‘ndrangheta al nord non la scopriamo di certo oggi. La prima traccia la troviamo addirittura in un rapporto di un attento poliziotto di Vigevano nel 1983». Quell’attento poliziotto si chiamava Giorgio Pedone e a Vigevano, paese di circa 60mila abitanti in provincia di Pavia, divenne vice questore. Le parole sono di Ilda Boccassini che risponde, nel corso dell’incontro di lunedì scorso, a chi si meraviglia della ‘ndrangheta al nord, dando anche una stoccata ai suoi colleghi magistrati che hanno sempre sottovalutato l’impatto della mafia calabrese in Lombardia. Boccassini non fa subito il nome, ma raggiunta a conferenza conclusa lo confida.

Boccassini: «La ‘ndrangheta al nord non la scopriamo di certo oggi. La prima traccia la troviamo addirittura in un rapporto di un attento poliziotto di Vigevano nel 1983»

Decliniamo il racconto al passato perché Giorgio Pedone morì suicida, così almeno dice un processo archiviato piuttosto in fretta, in una frazione di Vigevano, dove lo avevano portato le sue indagini sulle attività di presunte sette sataniche della zona. Correva l’agosto del 1991. L’anno dopo arriva la prima denuncia di Maria Grazia Trotti, imprenditrice, che denuncia la cosca Valle affiliata ai De Stefano e ai Cotroneo per usura ed estorsione ai danni della sua attività nella stessa cittadina del pavese.

Ma otto anni prima Giorgio Pedone quel cancro lo aveva già diagnosticato all’interno di un rapporto che aveva firmato per il commissariato di Vigevano dopo l’omicidio di Domenico Galimini, autotrasportatore di Rosarno residente nella cittadina. L’ipotesi investigativa di quell’“attento poliziotto” fu chiara: si trattava di un omicidio di ’ndrangheta a opera di un appartenente al clan Pesce di Rosarno.

Più che una scoperta, quella di Pedone fu una comprensione delle dinamiche della ‘ndrangheta che allungava la sua “linea della palma” a nord, evolvendosi da una anonima sequestri agli appalti, al traffico di droga e cercando contatti con la politica locale. Molte delle indagini da lui svolte sono state importanti anche negli anni ’90 e alcune lo sono ancora oggi nella ricostruzione dei rapporti e degli organigrammi delle organizzazioni criminali. 

Non basta, perché nel 1984 raccoglie informazioni, svolge indagini e otto anni prima della denuncia dell’imprenditrice Trotti il commissariato di Polizia di Vigevano, grazie alla scorta delle indagini dello stesso Pedone, denuncia il clan Valle per associazione di stampo mafioso ed estorsione. Nel corso di una perquisizione domiciliare, durante le indagini nello stesso anno, Pedone e i suoi uomini troveranno anche un atto di affiliazione alla ’ndrangheta scritto a penna su un’agenda. Nel manoscritto, «traccia rarissima» scriveranno i magistrati, vi è la formula recitata durante l’affiliazione e il riferimento ai tre cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che secondo la leggenda sbarcati in Italia fondarono le tre mafie principali.

Il procedimento penale fu però archiviato. Per ravvisare l’ipotesi di reato di associazione mafiosa gli elementi non risultarono sufficienti. Eppure, scriveranno i magistrati nel 1992, «gli elementi che all’epoca non risultarono sufficienti per ravvisare l’ipotesi di reato di cui all’articolo 416 bis codice penale hanno ora ricevuto dignità di fonte di prova». E questa dignità di fonte e prova rimarrà cristallizzata, tanto da essere richiamata anche in una operazione del 2010 che riporterà il clan alla sbarra, questa volta per gli atti compiuti nell’hinterland milanese.

Nel 1986 Pedone e la sua squadra arresteranno a Milano Salvatore Di Marco, organico a Cosa Nostra, tra gli imputati del maxi-processo di Palermo

Nel 1986 Pedone e la sua squadra arresteranno a Milano Salvatore Di Marco, organico a Cosa Nostra, tra gli imputati del maxi-processo di Palermo istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Pedone indicò il nome del Di Marco in un rapporto del 1981.

Un suicidio misterioso

Il vicequestore di Vigevano fu trovato morto suicida in una frazione della cittadina lombarda, dove stava svolgendo alcune indagini sull’esistenza di sette sataniche che operavano riti nelle campagne. Quelle indagini non furono mai chiuse da Pedone. Il suicidio però rimase un mezzo mistero, alimentato da una indagine chiusa forse troppo in fretta e da una lettera anonima inviata al quotidiano locale La Provincia Pavese: “Pedone è stato assassinato e l’assassino era al suo funerale”. Una lettera che, ai fini delle indagini, non conterà più di tanto, ma che apre uno scenario di mistero attorno alla vicenda. La stampa locale imputava al suicidio un movente da romanzo rosa, mai accettato dalla famiglia, cioè che Giorgio Pedone si fosse tolto la vita per la scelta della figlia di fare la spogliarellista. Una voce che servì ad alimentare le fantasie dei suoi detrattori e a poco altro.

Da vice-questore di Vigevano, dopo 14 anni di permanenza, si tolse la vita alla vigilia del suo trasferimento a Trieste

Da vice-questore di Vigevano, dopo 14 anni di permanenza, si tolse la vita alla vigilia del suo trasferimento a Trieste. In città le sue intuizioni trovarono un riscontro giudiziario solo anni dopo, proprio quando il clan Valle finì alla sbarra e condannato per associazione mafiosa e usura. 

Agosto 2014: riaperto il caso su un delitto indagato da Pedone

Pochi mesi prima del suicidio del vice-questore (definito “dubbio” anche in un rapporto della Squadra Mobile di Milano alla Direzione Distrettuale Antimafia), l’8 marzo del 1991 a Cilavegna, cittadina alle porte di Vigevano, viene freddato a colpi di arma da fuoco Basilio Salvia, titolare di una ditta di autotrasporti, proprio come Galimini. Nelle indagini che nel 2010 portarono in manette il clan Valle di fatto il caso fu riaperto dai magistrati meneghini. Come riporta il Corriere della Sera “la squadra Mobile ha ricostruito, anche grazie ad alcune nuove testimonianze, il caso di Pedone. Tuttavia non sono emersi dettagli che possano sostenere ipotesi diverse dal suicidio. Nel corso delle stesse indagini però i poliziotti della prima sezione della Mobile hanno trovato alcuni riscontri sull’omicidio di Basilio Salvia, ancora insoluto. Secondo alcune testimonianze, il titolare della Europatrans srl sarebbe stato «organico e prestanome» del clan guidato dall’anziano don Ciccio Valle“.

Stando a una informativa della polizia Salvia avrebbe avuto una relazione con Angela Valle, nonostante fosse sposata con il cugino Fortunato Pellicanò. Nell’immediato leindagini sull’omicidio Salvia, coordinate appunto da Pedone, puntarono il clan Valle. Tra gli approfondimenti svolti il giorno stesso dell’omicidio il vicequestore fece la prova del guanto di paraffina su Fortunato Valle e Fortunato Pellicanò. Esito negativo. “Ma – riporta ancora Il Corriere della Sera di oggi – la polizia non escluse un loro coinvolgimento (mai dimostrato però) proprio in relazione alla gestione della Europatrans. Sei mesi dopo Pedone morirà suicida. Nello stesso giorno, un testimone racconterà d’aver visto due poliziotti del commissariato di Vigevano a pranzo proprio a casa dei Valle”.

La riapertura dell’omicidio Salvia con le indagini che ancora una volta puntano, 23 anni dopo, il clan Valle potrebbe gettare nuova luce anche sul caso di quel poliziotto che nel 1983 arrivò a cogliere le prime fondamenta della malavita calabrese in Lombardia. Forse troppo presto, ma non sarà un caso che 31 anni dopo le sue intuizioni rimangono alla base della prima condanna per associazione mafiosa rimediata dal clan Valle.

(Ultimo aggiornamento: 7 agosto 2014)

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