Addio City: dopo 11 anni, la free press italiana è più povera

Addio City: dopo 11 anni, la free press italiana è più povera

Oggi, nelle metropolitane italiane, gira l’ultimo numero di City, il quotidiano free press di Rcs. L’ultimo perché, dopo 11 anni, il giornale chiude. La decisione è stata presa dal gruppo editoriale all’inizio di gennaio: troppe perdite e sempre meno pubblicità. I redattori hanno cercato di opporsi: sia con una campagna online, sia citando le cifre, molto lusinghiere, di Audipress. Il giornale, secondo i dati del 2011, è il sesto più letto d’Italia, con un milione e 746mila lettori. Non poco. Ma non abbastanza. E allora, con malinconia e orgoglio, oggi riporta le copertine più importanti dei suoi 11 anni di vita. Una celebrazione, che è anche un saluto. Meglio, un addio. 

«Il giornale è nato il 3 settembre 2001», racconta Bruno Angelico, il direttore. «si pensava a fare una serie di contenuti molto leggeri, poca informazione». Ma la cosa è cambiata subito: «dopo nemmeno una settimana, c’è stato l’11 settembre. Non si poteva non parlare di certe cose: il mondo cambiava e avevamo il dovere di raccontarlo». City viene reimpostato: più informazione «Abbiamo cercato di fare articoli chiari, semplici, rispettando la correttezza dell’informazione, sintetica e puntuale». 

È lo stile da free press, comune a tutte le testate italiane, come Leggo, Metro e Dnews. Notizie brevi, prese da internet e dalle agenzie, ma scritte in modo molto chiaro e semplice. Le devono capire anche gli stranieri. Con poche pagine, è semplice da trasportare e, soprattutto, gratis. Si trovano nei luoghi di passaggio, nelle metropolitane e nelle stazioni. E, a guardare i dati, hanno ancora un discreto successo, nonostante un leggero calo. Tutte insieme, in Italia, hanno più di 6 milioni di lettori. Molto più dei lettori della Gazzetta dello Sport, il giornale più letto d’Italia.

Tutto nasce da un’idea degli anni ’90, pensata in Svezia dal gruppo Kinnevik, che inventa Metro, il quotidiano free press d’informazione più diffuso al mondo. Subito, il boom, in coincidenza con quello di internet. In Italia Metro arriva nel 2000. L’anno dopo, a marzo apre Leggo, tuttora il più letto in Italia e poi, a settembre, arriva City, della Rcs. Seguiranno, negli anni ruggenti, Epolis, che sarà distribuito in 26 province, e, infine, nel 2006, si butterà nella mischia anche il Sole24Ore, pubblicando 24 minuti, un giornale upper class. Chiuderà il primo aprile 2009, a causa della crisi della pubblicità.

In generale, la crescita è stata esponenziale: nel 1997 erano solo quattro paesi, e quattro testate in tutto. Dieci anni dopo, i giornali free press in tutto il mondo erano 264, e solo in Europa c’erano ben 140 testate. Numeri enormi. La diffusione totale toccava i 42 milioni di copie. E l’Italia era in prima fila, insieme alla Spagna, con sei testate e milioni di lettori. Quasi un miracolo.

Con la crisi, però, tutto cambia. Nel 2009 chiude 24minuti. Un anno dopo, tocca a Epolis. Leggo, invece, resiste, ma da tempo riduce le sue edizioni, chiudendo le redazioni locali e concentrandosi su Roma e Milano. Metro ha dovuto ristrutturare tutto, tagliando costi e dipendenti. E City chiude. Fine della stagione d’oro? Crisi del modello?

«No, non credo», risponde Bruno Angelico. «Non abbiamo una crisi di lettori, abbiamo una crisi di pubblicità». I dati sembrano dargli ragione: secondo il Censis, nel biennio 2009-2011, i lettori di free press sono perfino cresciuti. Non c’è stata la concorrenza di internet, e nemmeno delle grandi testate. Inoltre, secondo Piet Bakker, ricercatore all’Università di Amsterdam ed esperto di free press, alcune chiusure sono fisiologiche. Una questione di concorrenza, spiega: in Italia la concentrazione di free press era eccessiva. In generale, un sistema editoriale può contenerne tre, massimo quattro. Non certo il caso dell’Italia.

Ma allora sorge un dubbio: se il mercato comunque tiene, nel senso che la free press si è radicata, perché non aspettare che finisca la crisi? «Non è una decisione che dipende da me, io sono il direttore dei contenuti», risponde secco Angelico. «Hanno deciso così e così si dovrà fare». E così, per crisi pubblicitaria e strategie editoriali, l’avventura di City finisce oggi. «Un giornale che, comunque, sono orgoglioso di avere diretto», dice Angelico. «Senza rimorsi, senza rimpianti. Nessuna pressione. Insomma, una posizione privilegiata».

Intanto, oggi circolano le sue ultime pagine, che poi sono le stesse che, in questi 11 anni sono girate, gratis, per le mani di lettori di tutti i tipi. Le migliori copertine, gli eventi più importanti, gli episodi più significativi. Storia di un giornale che si chiude, e che dedica ai suoi lettori un saluto. Meglio, un addio. 

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