Corea del Sud, rischia sette anni di carcere per un retweet

Corea del Sud, rischia sette anni di carcere per un retweet

Sette anni di carcere per un retweet. E non in uno spietato regime autoritario, ma in una democrazia avanzata come la Corea del Sud, patria delle connessioni a Internet più veloci al mondo. Secondo quanto riporta Amnesty International, a rischiare di patire le conseguenze di questo incredibile cortocircuito tra nuovi media e governance della Rete è l’attivista 24enne del partito socialista Park Jeonggeun. La colpa? Aver retwittato la frase «Lunga vita a Kim Jong-Il» dall’account ufficiale della Corea del Nord sul servizio di microblogging.

Grazie alla severissima legge in vigore a Seoul, il gesto può essere sufficiente per accusare Jeonggeun di violazione della sicurezza nazionale e di diffondere propaganda nordcoreana. Nell’attesa di conoscere il suo destino, il giovane si trova nel centro di detenzione della capitale dall’11 gennaio. «L’ho fatto per divertimento», ha detto in sua difesa ad Amnesty, «l’intenzione era ridicolizzare i leader nordcoreani». Jeonggeun ha anche aggiunto di aver «caricato e modificato» sempre su Twitter i poster propagandistici di Pyongyang «rimpiazzando il volto di un soldato con il mio in versione rattristata, e la sua pistola con una bottiglia di whisky». Ma alle autorità sudcoreane l’ironia deve essere sfuggita.

E non per la prima volta. Secondo il direttore di Amnesty per Asia e Pacifico, Sam Zafiri, la legge sulla sicurezza nazionale «è utilizzata non per affrontare le minacce alla sicurezza nazionale ma per intimidire i cittadini e limitare il loro diritto alla libera espressione. Dovrebbe essere riformata in linea con la legislazione sui diritti umani», ha proseguito, «e se il governo non lo potesse fare, dovrebbe essere abolita».

Account della Corea del Nord su Twitter

Il problema è la vaghezza dei reati che ricadono sotto l’ombrello della norma. Consentire allo stato di sanzionare chi loda, incita o diffonde le attività di una «organizzazione anti-governativa», infatti, da un lato significa attribuirgli il potere di esercitare una indebita discrezionalità nella restrizione delle libertà fondamentali, e dall’altro conduce – come segnalato già nel 2010 dal rapporto sui “Nemici della Rete” di Reporters Without Borders – all’autocensura dei cittadini. Che preferiscono cucirsi la bocca, piuttosto che rischiare anni di prigione. Anche perché dire la verità potrebbe non bastare.

Lo stesso rapporto, infatti, segnala che la legge vieta lo scambio di informazioni online ritenute diffamatorie, anche se vere. E un blogger, Minerva, ha rischiato 5 anni di carcere e oltre 40mila dollari di multa solamente per aver raccontato, in una serie di articoli, le cause del collasso del sistema finanziario nazionale. Altro che giornalismo: i post avrebbero «messo a repentaglio la credibilità della nazione di fronte alla comunità internazionale». Tutto questo, ha concluso Zafiri, è avvenuto «per troppo tempo». La richiesta di Amnesty, dunque, è che Jeonggeun sia immediatamente rilasciato.

Fa riflettere che solamente la settimana scorsa le autorità degli odiati nemici nordcoreani abbiano affermato di considerare un «criminale di guerra», e punire come tale, chiunque utilizzi un telefono cellulare nei 100 giorni di lutto per la scomparsa del Caro Leader, Kin Jong-Il. Certo, le differenze tra i due paesi sono abissali sotto svariati punti di vista. Ma almeno qualcosa li accomuna: utilizzare la tecnologia per esprimere dissenso nei confronti del potere, anche solo in forma satirica, può avere delle terribili conseguenze.  

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