Francia al voto, Hollande si gioca la possibilità di fare quello che vuole

Francia al voto, Hollande si gioca la possibilità di fare quello che vuole

È improbabile che alle elezioni legislative che si svolgeranno in Francia questa domenica (primo turno) e la prossima (ballottaggi) il neo-presidente François Hollande vada incontro al destino di Jacques Chirac, che due anni dopo l’insediamento all’Eliseo sciolse l’Assemblea Nazionale convinto di assicurare al suo partito una salda maggioranza, e si ritrovò poi a dover convivere fino alla fine del suo primo mandato con l’ugonotto socialista Lionel Jospin a Matignon. Almeno l’incubo della coabitazione per i socialisti dovrebbe essere scongiurato.

Eppure un quotidiano amico come Libération, temendo la smobilitazione indotta dal venir meno dell’anti-sarkozismo – il vero motore della vittoria del sei maggio – la scorsa settimana ha avvertito la necessità di tenere alta la tensione, interrogandosi in prima pagina a caratteri cubitali sulla possibile sconfitta socialista, e sulle conseguenze di una vittoria incompleta. E il conservatore Le Figaro simmetricamente sabato titolava sul “Terzo Turno” post-presidenziale, per trascinare il popolo moderato alle urne ed evitare così, come avverte l’ex premier François Fillon, di “dare i pieni poteri alla sinistra”.

Perché le elezioni determineranno la forma che prenderà il quinquennio appena iniziato all’Eliseo da François Hollande. E c’è una grande differenza tra governare da soli, con una maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale, o dover tener conto oltre ai delicati equilibri interni al Ps – dove Martine Aubry già preme da sinistra sul ministro delle finanze Pierre Moscovici affinché risolva i problemi di bilancio aumentando le tasse – anche di tutti gli umori di una gauche eccessivamente “plurielle”.
Tanto più se alla libertà di coscienza dei verdi di Europe Ecologie – a cui i socialisti hanno lasciato circa 60 circoscrizioni, ottenendo in cambio dal ministro delle politiche abitative Cécile Duflot una sortita free-lance sulla legalizzazione del cannabis – si sommerà quella del Front de Gauche guidato da Jean-Luc Mélenchon, che ancora non ha deciso se entrare a far parte della maggioranza presidenziale.

L’indipendenza per i socialisti è fissata a quota 289 seggi, e l’ultimo sondaggio pubblicato da Les Echos indica che potrebbero farcela. Il Ps assieme ai fedeli radicali di sinistra dovrebbe conquistare tra i 290 e i 320 seggi, sempre che il tasso d’astensione – “il nostro nemico mortale in queste elezioni” secondo il numero due del partito Harlem Désir – non salga fino al 40%, facendo sballare tutti i calcoli. A destra la linea Maginot per l’Ump è intorno ai 200 seggi. Se va sotto le conseguenze sarebbero “irreparabili” avverte il segretario Jean-Francois Copé, perché la gauche avrebbe tra Assemblea e Senato la maggioranza dei 3/5 che consente modifiche costituzionali, e in primis la vituperata concessione del voto agli immigrati nelle elezioni locali. I sondaggi comunque collocano il partito in un’ampia forchetta – tra 220 e 280 seggi – che allontana la paura del tracollo.

Ma più che per gli orientamenti politici dell’emiciclo, il voto nella famiglia conservatrice conta perché potrebbe avviare la storica “ricomposizione della destra” su cui scommette il Front National (Fn) lepenista. Il micidiale sistema elettorale francese, che alle legislative ammette al secondo turno tutti i candidati che hanno ottenuto almeno il 12,5 % dei voti degli iscritti, ancora una volta dovrebbe moltiplicare gli scontri “triangolari” devastanti per la destra, indebolendo i gollisti senza premiare i lepenisti.
Dopo il breve interludio proporzionale delle elezioni del 1986, quando il Fn portò 35 deputati all’Assemblea Nazionale, solo una volta (nel 1997) il partito è riuscito a fare eleggere un suo deputato, poi rapidamente estromesso per aver violato la legge sul finanziamento elettorale. E anche quest’anno sarebbe già un exploit per il “Rassemblement bleu Marine” guidato da Le Pen conquistare qualche seggio, da zero a tre secondo i sondaggi più prudenti, fino a otto in caso di miracolo alle urne. Tra i possibili vincitori non dovrebbe comunque rientrare il leader, sfidato nel Pas-de-Calais nella partita più mediatica delle elezioni da Mélenchon, in cerca di una rivincita personale dopo il risultato deludente delle presidenziali, dove si è fermato all’11%. Il tribuno rosso dovrebbe farcela, arrivando dietro a Le Pen al primo turno, per poi batterla al ballottaggio.

Per il Front National conta soprattutto non perdere il capitale accumulato al primo turno delle presidenziali (17, 89% dei voti), sfidare l’Ump nel maggior numero possibile di scontri triangolari, e costringere l’elettorato conservatore a una scelta difficile nei duelli tra candidato lepenista e socialista. Le Pen punta a seminare così la zizzania nel partito moderato, tra gli intransigenti sostenitori della “désistement républicain” (pronti a convogliare i voti al secondo turno sul candidato socialista se serve a battere il lepenista) e coloro, come lo stesso Nicolas Sarkozy, che già alle ultime elezioni cantonali hanno virato sulla posizione “né il Front National, né il Fronte Repubblicano”. Uno slogan che può favorire taciti accordi con l’estrema destra, oggi a livello locale, domani chissà.

Nel primo gruppo rientra François Fillon, nel secondo Jean-François Copé, i due rivali che a fatica hanno sospeso le ostilità scoppiate anzitempo per la successione a Nicolas Sarkozy. La “guerre des chefs” è pronta a ripartire all’indomani del voto. E un nuovo shock elettorale potrebbe permettere anche a Marine Le Pen di mettere a punto un’Opa sull’intera destra francese.