Il rebus delle primarie: ecco su cosa litigano nel Pd

Il rebus delle primarie: ecco su cosa litigano nel Pd

Un tempo facevano parte del Dna del Pd, oggi diventano terreno di scontro fra le varie anime dei democratici. L’assemblea nazionale del Pd all’Ergife Palace Hotel di Roma dovrà stabilire le regole sulle primarie del prossimo 25 novembre.

Per prima cosa l’assemblea dovrà approvare una modifica dello statuto per consentire la corsa ad altri esponenti del Pd. Secondo lo statuto (Capo IV, Articolo 18, comma 8), «qualora il partito democratico aderisca a primarie di coalizione per la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri è ammessa, tra gli iscritti del Partito democratico, la sola candidatura del segretario nazionale». Una norma che sarebbe favorevole al segretario nazionale Pierluigi Bersani, e sulla quale si è molto discusso nelle scorse settimane. Ma già da circa un mese il segretario nazionale, onde evitare spaccature all’interno del partito, ha aperto ad altre candidature, in primis quella del rottamatore Renzi, promettendo la modifica dello Statuto.

La commissione statuto, in vista dell’assemblea, ha approvato all’unanimità la modifica statutaria che consente la partecipazione di Matteo Renzi, come di altri candidati. Ovviamente manca l’ultimo passaggio formale: la “modifica statutaria” andrà votata oggi in assemblea.

A quel punto si passerà alle regole per le primarie. Circola una bozza che prevede un albo degli elettori, e il doppio turno. In sostanza chiunque potrà partecipare alle primarie ma dovrà prima registrarsi in un apposito albo. Anche se una cosa è se sarà consentito iscriversi all’albo degli elettori e contestualmente votare; un’altra cosa è se invece si dovesse ritirare la tessera elettorale in un posto diverso, una procedura che avrebbe un effetto devastante, e scoraggerebbe i potenziali elettori del Pd. «Non soltanto fai la coda il 25 novembre e ti dichiari elettore, ti iscrivi all’albo, versi il quattrino, dimostri di aver letto di D’Alema e conosci le ultime strofe di Bandiera Rossa, ma la domenica prima devi andare pure a preregistrarti per la domenica dopo!», tuona lo sfidante numero uno di Bersani, Matteo Renzi.

Altro nodo da sciogliere sarà quello sul doppio turno. Se nessuno dei candidati raggiungerà il 50% più uno al primo turno, si andrà al ballottaggio tra i primi due classificati. E al secondo turno potranno votare soltanto gli elettori che avranno votato al primo turno. «E se io al primo turno non potrò andare perché ho un matrimonio, o un altro impegno?», si domanda con Linkiesta Salvatore Vassallo, componente della commissione statuto.

In sostanza il quadro è assai incerto, e tutto dipenderà da quanti delegati prenderanno parte all’assemblea. Il quorum è uno degli enigmi che in queste ore attanagliano Bersani e le sue truppe. Ieri sera ancora il numero preciso dei componenti non era noto. La votazione è valida se si raggiunge la metà più uno degli aventi diritto. L’assemblea nazionale è composta da 1.400 membri, ma fra questi ce ne sono tanti che non fanno più parte del Pd. Quindi ci sarà una gestione attenta dell’assemblea per verificare la validità del voto, e la platea verrà divisa in settori e ogni settore avrà uno scrutatore, affiancato da un funzionario del partito.

Ma prima della modifica dello Statuto, l’assemblea sarà chiamata a votare (in questo caso a maggioranza semplice) il mandato a Bersani: trattare con la coalizione la piattaforma politica, i punti programmatici e quindi e le regole delle primarie di centrosinistra.

Tuttavia in tanti, sopratutto fra i renziani, pensano che «la grande opportunità del Pd non va sprecata con modalità di svolgimento che, invece di favorire la partecipazione, si propongono di limitarle». E domani Renzi non ci sarà. E si scoprirà se le primarie continueranno a far parte del Dna del Partito democratico.

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