L’America contadina volta le spalle a Obama

L’America contadina volta le spalle a Obama

LANGDON (Missouri) – Quando quattro anni fa Richard Oswald illustrava entusiasta il programma agricolo di Obama nei bar della campagna al confine tra Missouri e Nebraska, la gente prestava grande attenzione. Adesso, invece, si gira dall’altra parte.

«Qui sono in tanti a essere delusi dalle politiche agricole dell’amministrazione Obama», racconta a Linkiesta Oswald. «Purtroppo una delle pecche del presidente è aver lanciato il sasso e poi aver tirato indietro la mano nella battaglia contro la grande distribuzione alimentare, contro multinazionali come Walmart».

Richard Oswald: agricoltore, democratico di ferro, blogger per il Daily Yonder, un sito di news che racconta l’America rurale.

Oswald quattro anni fa ha votato per Obama, e come lui si è espresso il 47% degli americani nelle contee rurali in bilico. Quell’inconsueto risultato positivo per un candidato democratico nelle campagne, ha sospinto Obama verso la Casa Bianca. Ora, però, un nuovo sondaggio del Center for rural strategies, il centro studi con base a Whitesburg in Kentucky che a ogni tornata elettorale pubblica una ricerca chiave per capire gli umori dell’America rurale, mostra come il consenso del presidente nelle stesse zone sia calato di ben sette punti. 

Degli americani delle zone rurali si parla poco. Eppure si tratta di una popolazione di 60 milioni di persone, sparse in oltre duemila delle 3.100 contee del Paese. In maggioranza bianchi e dai mezzi economici limitati, contadini e minatori, tradizionalmente votavano per il partito democratico. Ma vedendo che i democrats si interessavano sempre di più agli afroamericani, ai latinos, alle minoranze etniche e ai disoccupati, nel 1980 sostennero il repubblicano Ronald Reagan. Successivamente questi cosiddetti «Reagan-democrats» sono stati alla base della doppia affermazione di George W. Bush nel 2000 e nel 2004. In quest’ultima tornata Bush prevalse nel voto rurale di ben 19 punti sul candidato democratico John Kerry. Alle scorse consultazioni Obama si è avvicinato alla parità nel voto rurale. E come era successo per Jimmy Carter nel 1976 e Bill Clinton nel 1992 e 1996, alla fine ha avuto la meglio.

Adesso, però, quella sintonia tra Obama e l’America agricola sembra essere sfumata. Il candidato repubblicano Mitt Romney in queste aree è in vantaggio sul presidente di 14 punti, stando allo studio del Center for rural strategies. Secondo Dee Davis, direttore del centro, questo è dovuto a una serie di promesse frustrate.

«La riforma sanitaria non è mai stata veramente spiegata come un aiuto alle comunità rurali, è sempre stata raccontata nell’ottica delle classi svantaggiate urbane,» spiega Davis a Linkiesta. «Alcuni deputati democratici di zone rurali infatti non l’hanno neppure votata in Congresso per non perdere voti nelle loro circoscrizioni». 

In pratica molti contadini, specie quelli che gestiscono piccole fattorie, temono di doversi accollare parte del costo dell’assicurazione medica dei loro lavoratori, che spesso sono immigrati o gente che fino a questo momento sgobbava senza assicurazione. Da qui nasce il disappunto per l’Affordable Care Act, la riforma sanitaria fiore all’occhiello del governo Obama, che ha allargato la copertura a fasce sociali precedentemente escluse dall’accesso alle cure mediche.

«A dire il vero non è per niente chiaro se la riforma graverà sulle tasche degli agricoltori», dice a Linkiesta, Ronald Plain, professore di Politiche agricole all’università del Missouri. «La legge sembra suggerire che o il datore di lavoro garantisce l’assicurazione medica oppure deve pagare una penale, ma la multa potrebbe rappresentare un costo inferiore a quello dell’assicurazione stessa. Per cui molte piccole aziende agrarie prenderanno la logica decisione di sborsare la penale invece di assicurare i braccianti. In definitiva per i farmer non dovrebbe cambiare granché».

I campi di granturco nella zona di Templeton a 10 minuti di macchina da Langdon nel Nord-Ovest del Missouri.

Per Davis un altro fronte sul quale Obama ha deluso le campagne è quello a cui accennava il signor Oswald: nella guerra ai monopoli della grande distribuzione alimentare come Walmart, Obama è rimasto impigliato nella rete delle lobby e non ha voluto premere sull’acceleratore. 

«Due terzi della produzione agricola totale negli Stati Uniti proviene da un 10% di grosse corporazioni agricole, il resto sono fattorie a conduzione familiare, e per loro tirare avanti è estremamente difficile», spiega a Linkiesta Dennis Goldford, ordinario di Politica alla Drake University in Iowa. E aggiunge che forse chi di loro ha votato Obama si attendeva qualcosa di più dal presidente.

Un’altra ragione che ha contribuito a far scendere il gradimento di Obama nelle zone rurali è la sua vera o presunta «guerra al carbone».  «In aree come il Sud dell’Ohio, la Virginia Occidentale e la parte orientale del Kentucky la gente crede che Obama voglia far chiudere le miniere», ci spiega Davis, il direttore del Center for rural strategies. «Quattro anni fa l’energia elettrica in America era prodotta all’incirca per metà con il carbone. Oggi lo è solo per un terzo abbondante. C’è stato un cambiamento. E l’industria dell’estrazione ha puntato il dito contro l’amministrazione Obama. In realtà la decisione di ridurre il peso del carbone nella produzione di energia è stata presa da George W. Bush. Non per questioni legate all’impatto ambientale, ma per motivi puramente economici, perché le nuove tecnologie consentono di estrarre gas naturale a costi più contenuti del carbone».

Emblematica della battaglia anti-Obama della grande industria del carbone è l’azione di Robert Murray, capo del colosso Murray Energy Corp. A metà agosto ha invitato Romney in una delle sue miniere nella contea di Belmont County, tradizionalmente una roccaforte democratica, dove nel 2008 Obama aveva prevalso per meno di tre punti percentuali. «Adoperiamo carbone da 250 anni, perché diavolo dovremmo smettere di usarlo?», ha detto Romney sfoderando un sorriso. Al comizio c’erano dozzine di minatori di Murray ai quali il capo non ha fatto mancare succulenti hot-dog, Coca Cola a volontà e perfino uno spettacolo di magia per intrattenere i figli. Il giorno dopo i giornali della zona aprivano con la foto di un Romney raggiante, attorniato da festanti minatori in elmetto. Però passata qualche settimana, in una trasmissione radiofonica locale, è affiorata una verità diversa: Murray aveva di fatto obbligato i lavoratori a partecipare all’evento. E per quella giornata da comparse non li aveva neppure pagati. Insomma, i signori del carbone, gente come Murray, ma anche Joseph Craft III, amministratore delegato di Alliance Resource Partners, i dirigenti di Alpha Natural Resources e molti altri, stanno facendo l’impossibile per far passare un concetto, nelle zone rurali: Obama odia il carbone, se viene rieletto ci farà chiudere e voi perderete il posto di lavoro. Un mantra che, ripetuto in migliaia di spot, sta dando i suoi frutti.

Obama pur guardando con più interesse ad altre forme di energia, soprattutto i gas naturali, dice di non essere in guerra contro il carbone. È vero, ha messo in atto misure per ridurre nell’ambito dell’estrazione di carbone le emissioni di mercurio, arsenico e altre sostanze tossiche, ma ricorda che in Stati come l’Ohio il lavoro in miniera è aumentato del 10% da quando lui è presidente. Eppure, il messaggio di un Obama nemico del carbone è ormai entrato in circolo. Più in generale Obama sembra aver perso appeal nelle campagne perché viene visto come un tipo snob, troppo cerebrale, e quindi lontano dal cuore dell’America.

«Nelle campagne, in pratica, siamo a un referendum pro o contro Obama», sintetizza Davis. «La gente non vede Obama come un amico degli agricoltori. Qui affascinano personaggi alla George W. Bush, il quale in ogni annuncio elettorale televisivo era ripreso accanto a balle di fieno o stava tagliando l’erba nel suo ranch in Texas, e pazienza se nel ranch non c’era mai stato prima della campagna elettorale». 

Invece Romney sarebbe un tipo di campagna? «Tutt’altro,» accenna una risata Davis, «quando si presenta per qualche comizietto rupestre con i jeans stirati con la riga in mezzo è patetico, grottesco, d’altronde lui è un uomo nato con la giacca. Intendiamoci, se i rurali potessero, voterebbero contro entrambi. Ma non possono. Per cui, turandosi il naso, in maggioranza daranno la preferenza a Romney».

Con o senza i rurali, comunque, Obama gode al momento di un sostanziale vantaggio negli Stati chiave alla vigilia del primo dibattito con Romney in programma il 3 ottobre. Gran parte del buon margine che i sondaggi attribuiscono al presidente è merito dello stesso Romney. Nei giorni scorsi ha inanellato una serie memorabile di dichiarazioni fuori luogo. Adesso per lui il gradimento è alto solo nelle campagne. 

Tutte le immagini sono di Damiano Beltrami