Per Monti, la candidatura presenta più rischi che vantaggi

Per Monti, la candidatura presenta più rischi che vantaggi

Monti ha sorpreso tutti. Lo scatto di orgoglio del premier conferma la sua immagine di statista. Avrebbe potuto traccheggiare, prendere tempo, contrattare invece ha scelto di fare chiarezza. Ora è di fronte a lui la scelta più difficile. Sono in tanti a tifare per una sua discesa in campo. Personalmente credo che avrebbe dovuto farlo prima e che farlo oggi sarebbe un errore. Farlo prima significava dare un’impronta presidenziale, al limite del gollismo, alla sua avventura. Nei primi mesi di governo avrebbe dovuto stagliarsi come figura che pur traendo forza dall’appoggio parlamentare di diverse formazioni politiche si distaccava da esse. Ha scelto invece la strada della prudenza e forse è stato un bene.

Oggi attorno a lui si possono realizzare due ipotesi in parte alternative. La prima lo vedrebbe a capo di una coalizione centrista, l’altra come candidato naturale al Quirinale. La prima ipotesi ha come contro-indicazione la probabile formazione attorno alla sua persona di un accrocco di forze da prima repubblica. Ciò che il centrismo non è riuscito ad esprimere in questi anni vedrebbe la luce solo grazie al carisma tenue dell’attuale premier. Questa scelta lo metterebbe in rotta di collisione non solo con Berlusconi, cui sottrarrebbe voti, ma anche con il centro-sinistra di cui diverrebbe un concorrente anche se in vista di un’alleanza futura.

Monti, però, scegliendo la discesa in campo deve aspirare a fare un movimento a vocazione maggioritaria. Se si accontentasse di una piccola porzione di voti condannerebbe se stesso e la sua esperienza a un ruolo gregario. Non mi pare che ci siano le condizioni perché Monti dia vita a una formazione a vocazione maggioritaria. Non lo sono le forze che gli chiedono di capeggiare una lista, non è forte come un anno fa la sua presa sull’elettorato. Il rischio di una auto-candidatura, i cui contorni politico-costituzionali, sono tuttora dubbi, sono maggiori dei vantaggi, sia per Monti sia per il paese.

Avrebbe invece un senso la designazione preventiva da parte del centro-sinistra, che dovrebbe però sbrigare la pratica Prodi, con tutti i prezzi che ciò comporta, di Monti al Quirinale. All’inizio di marzo, a elezioni già svolte, avremmo così al posto di Napolitano l’uomo che ha incarnato una stagione difficile ma soprattutto una stagione di ripresa della rispettabilità internazionale del paese.

Chi vuole Monti alla guida di una formazione centrista sogna la nascita di un’operazione degasperiana per la quale mancano sia le condizioni internazionali che nel dopoguerra la facilitarono, sia il retroterra ideologico che lo sostenne, sia gli appoggi, per esempio quello dell’episcopato, che lo rese possibile. Manca anche il profilo del leader che in De Gasperi era assai accentuato mentre in Monti si perde nella caratterizzazione inguaribilmente professorale.

Chi aspira a vedere Monti a capo di un partito teme che la sinistra attuale non sia in grado di governare la complessità della crisi. E teme anche una polarizzazione fra il centro-sinistra e Berlusconi. Sono convinto che abbia più possibilità di avverarsi la profezia dei Maya che Berlusconi di vincere le elezioni. La prossima campagna elettorale vedrà il cavaliere alla ricerca dello scontro ravvicinato con Bersani ma dovrebbe vedere quest’ultimo sottrarsi al corpo a corpo. Berlusconi convincerà molti dei suoi a rivotarlo magari turandosi il naso ma è, politicamente parlando un cane morto, perché sulla scena politica ci sono altri soggetti più invadenti e aggressivi, soprattutto il mondo di Grillo.

Per Bersani inizia invece la vera prova di leadership. Dovrà convincere Monti a non contrapporsi al centrosinistra con una proposta concorrente ma dovrà anche rassicurare un mondo di moderati che frigge di fronte a un’alleanza di sole forze di sinistra. Bersani ha due strade per riuscire nel compito. C’è quella di fare liste per il parlamento piene di forze vere della società civile più impegnata, liberandosi più che può dal gioco delle correnti e delle alchimie di partito e deve dire presto qual è la sua squadra di governo. Queste due operazioni fatte assieme possono dare a Bersani quel vantaggio competitivo che può portarlo con maggiore forza a palazzo Chigi. Ma deve soprattutto ignorare Berlusconi. Veltroni non lo nominò mai chiamandolo il principale esponente dello schieramento a noi avverso. Tolga quel principale. 

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