Sicilia anno zero, dove l’industria vale l’agricoltura

La crisi dei poli produttivi alla vigilia del voto

Meno cinque al voto, e nella terra che in tanti definiscono un “laboratorio politico” si dibatte di politichese, e di strategie tutte in chiave premio di maggioranza al Senato. I leader politici, da Silvio Berlusconi a Mario Monti, passando per Pier Luigi Bersani, che mercoledì sbarcherà per la terza volta in tre settimane in Sicilia, hanno preso d’assalto l’isola per cercare di convincere gli indecisi e per arginare quel Movimento Cinque Stelle guidato dal comico Beppe Grillo, già primo partito alle recenti regionali dello scorso ottobre.

Nell’attesa di conoscere chi vincerà le elezioni, il settore industriale siciliano è in profonda crisi al punto che, come fotografa il Dpef 2013-2017 approvato dalla Giunta regionale nella seduta del 28 dicembre, «il riacuirsi della crisi economica ha provocato una nuova fase flessiva colta dalle ultime statistiche ufficiali che mostrano un valore aggiunto del settore in contrazione del 2,2% a consuntivo 2011». Non solo. «L’andamento negativo sembrerebbe aggravarsi nel corso del 2012, con le stime che indicano un ulteriore vigoroso calo (-6,0% secondo Prometeia)». E ciò trova riscontro nei dati congiunturali. «Il clima di fiducia delle imprese manifatturiere, che esprime in sintesi l’andamento dei vari indicatori presi in esame da Istat, risulta a partire dal 2011 mediamente in calo in tutte le aree del Paese, ma nel Mezzogiorno e in Sicilia il valore dell’indice si mantiene costantemente al di sotto delle altre ripartizioni territoriali, passando da 93,6 a 84,9 da gennaio 2011 a settembre 2012».

Secondo le informazioni provenienti dalle Camere di Commercio, è in calo il numero di imprese industriali attive, e nel settore manifatturiero la diminuzione appare ancora più evidente in tutti i maggiori comparti della regione. D’altronde, come spiega il nuovo assessore all’Economia Luca Bianchi, «c’è un dato che dovrebbe far riflettere: attualmente in Sicilia nel settore industriale ci sono 120 mila addetti, che sono equivalenti a quelli del settore agricolo». In sostanza è come se la Sicilia fosse tornata indietro di diversi decenni. Oggi l’obiettivo del nuovo governo regionale e del neo assessore Bianchi, che è ancora il vice direttore dello Svimez, è quello di portare la quota dei 120 mila addetti all’industria «almeno a 150 mila: 30 mila addetti in più possono essere un elemento fondamentale dal quale ripartire».

Allo stato attuale i tre poli industriali più rappresentativi dell’isola sono quello di Termini Imerese, dove fino a poco tempo vi era uno stabilimento Fiat, la raffineria chimica di Priolo/Augusta, e il polo tecnologico di Catania, denominato Etna Valley. A Termini fra stabilimento Fiat/Magneti Marelli e indotto lavoravano all’incirca 1.200 persone. Un numero impressionante, sopratutto in funzione delle famiglie coinvolte. Ma oggi non c’è più nulla. Gli 850 lavoratori di Fiat/Magneti Marelli usufruiranno della cassa integrazione straordinaria fino al 31 dicembre del 2013. Mentre i 350 operatori dell’indotto, come spiega il rappresentante Fiom Roberto Mastrosimone, «si serviranno della cassa integrazione in deroga della Regione siciliana. Firmeremo l’accordo per l’indotto lunedì 25».

E poi che ne sarà di Termini Imerese? «Fino ad oggi – illustra l’assessore Bianchi – non c’è stata la capacità di inventare un futuro per quell’area, non si è riuscito a costruire un’ipotesi di lavoro credibile». Tutto ciò perché «c’è stata una fortissima resistenza sull’auto, si è voluto insistere sull’automotive, ma DR Motor non ha rappresentato un’ipotesi credibile, non ha passato il vaglio delle banche». Ecco, sbotta Bianchi, «bisogna avere un approccio più laico». A oggi, pare ci sia l’interessamento da parte una casa automobilistica cinese, la “Chery”, ma ancora «dobbiamo verificare», dice Bianchi. Altrimenti «ci sono due-tre ipotesi per Termini Imerese, si tratta di aziende italiane non del settore auto ma che potrebbero integrarsi con l’automotive». Anche se la Fiom pare non essere d’accordo perché «queste ipotesi extra-auto non riusciranno a salvare tutti i lavoratori».

Altra storia rappresenta quella della raffineria chimica di Priolo, Augusta e Melilli. Le industrie petrolifere hanno dato lavoro negli anni a circa 10mila persone. Sono arrivati nell’ordine la Esso, l’Eni, l’Erg, e l’Enel. «Ma il Polo – come spiega l’attuale vice Presidente nazionale di Confindustria Ivan Lo Bello – ha vissuto una situazione complicata sotto il profilo dell’indotto. Un polo industriale del genere ha bisogno di investimenti industriali nel tempo. Ma questi sono stati sabotati dal governo regionale. Come ad esempio il rigassificatore di Priolo». Tuttavia l’Eni ha investito oltre 350 milioni di euro nel triennio 2012-2015 alla riconversione dello stabilimento chimico di Priolo, con interventi inerenti gli impianti cracking e polietiliene e con la realizzazione di nuovi impianti che garantiranno la redditività del sito.

Il fior all’occhiello dell’industria siciliana resta così, almeno sulla carta, il polo tecnologico di Catania, comunemente noto come Etna Valley. Che ha una storia più giovane rispetto a quella di Termini e Priolo, ma conta circa 5mila addetti diretti. Un polo che ruota attorno alla STMicroelectronic che da sola assorbe l’80% dei lavoratori. Recentemente è arrivata sul territorio anche l’americana Micron, anch’essa tra le aziende leader a livello mondiale del settore elettronico e già presente in Italia ad Avezzano. Ed è sorta anche la 3Sun, azienda attiva nella produzione di pannelli fotovoltaici a film sottile. Proprio nelle ultime settimane attorno alla STMicroelectronics si è aperto un tavolo al quale hanno preso il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, la Regione Siciliana, il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, e i rappresentati delle principali industrie. Ad esempio, dice Bianchi in merito all’incontro della scorsa settimana, «la 3Sun fa dei pannelli solari che impattano meno sull’ambiente, ma il vetro lo acquistano in Giappone. Se noi investissimo sull’intera filiera cercando un’impresa che fa il vetro avremmo ridotti i costi e creato lavoro». Come riferiscono fonte governative, «l’incontro fra la regione e i due ministeri ha avuto più una natura prototipale, ma si potrebbe pensare di investire su un progetto strategico in questa zona per la programmazione 2014-2020».

Tuttavia, come ricorda Ivan Lo Bello, «il tema vero è che in questi anni questi poli industriali hanno avuto una bassa attenzione da parte della politica». Cambierà qualcosa dopo la fine dell’ennesima campagna elettorale?

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