“Crollo degli investimenti: abbiamo perso 15 anni”

FORUM Il credit crunch/Giorgio Merletti

Giorgio Merletti è presidente nazionale di Confartigianato Imprese dal dicembre scorso. Imprenditore del settore falegnameria, è laurato in architettura.

Dal vostro osservatorio qual è, oggi, in tempi di grande recessione, il rapporto tra banche e imprese?
Le nostre rilevazioni confermano che la situazione creditizia delle imprese, soprattutto di quelle di piccola dimensione, rimane molto critica, sia per la quantità che per la qualità dei finanziamenti. Dalle banche arriva alle imprese meno denaro e più costoso. Nell’ultimo anno lo stock di credito al sistema produttivo è diminuito del 6,4% e per le imprese con meno di 20 addetti il calo è stato del 5,9%. Quanto ai tassi di interesse pagati dalle imprese italiane, nonostante la politica monetaria espansiva, sono i più alti d’Europa, superiori di quasi un punto (97 punti base) rispetto alla media dell’Eurozona e la differenza sale a 148 punti base in confronto alla Germania. Così, nel 2012, agli imprenditori italiani il credito è costato 14,3 miliardi in più rispetto agli imprenditori tedeschi. A fine 2012 la discesa dei tassi di riferimento Bce si è fatta sentire nell’Eurozona, con il calo di 81 punti base in un anno, mentre in Italia la diminuzione si è fermata a -53 punti base. I prestiti fino a 250.000 euro, vale a dire quelli che riguardano artigiani e piccoli imprenditori restano i più costosi (4,88%) e in un anno il loro tasso è quello che è sceso meno (-40 punti base).
Come ha risposto a questa domanda: Luca Barni, Antonio Belloni, Fabio Bolognini

Esiste davvero un credit crunch e quali sono gli effetti?
Gli effetti del credit crunch sono evidenti: nel 2012 la domanda di beni di investimento è crollata del 9,1% e gli investimenti sono ritornati ai livelli di 15 anni fa.
Come ha risposto a questa domanda: Luca Barni, Antonio Belloni, Fabio Bolognini

I crediti dubbi sono in crescita del 17,5% anno su anno (dati Bankitalia), e non c’è traccia di ripresa fino alla seconda metà dell’anno. Come cambia il business delle banche quando le imprese sono in difficoltà?
Come ogni impresa, anche le banche risentono dell’andamento congiunturale dell’economia. Così viene pesantemente influenzata la logica di contemperare il profitto con la funzione essenziale di fare credito alle altre imprese, in un momento come questo in cui l’andamento dell’economia è molto condizionato dalla mancanza di fiducia che i mercati esprimono. E come se fossimo avvolti in una spirale che ci trascina verso il basso ed in cui, all’aggravarsi dello stato di salute dell’economia reale si aggrava lo stato di salute del mondo finanziario. Questa cosa, nel nostro Paese, è ancor più vera per la caratteristica del nostro sistema bancario che (e questo fortunatamente) ha ancora una marcata veste “commerciale”.
Come ha risposto a questa domanda: Luca Barni, Antonio Belloni, Fabio Bolognini

Quanto peseranno le nuove regole di Bankitalia sul “pronto realizzo” sugli accantonamenti?
La nostra impressione è che l’attività dei regolatori dei mercati finanziari, da Basilea 2 in poi, tenda ad inseguire una idea astratta della vigilanza prudenziale, assolutamente non coerente con gli andamenti congiunturali dell’economia. Anche questo atteggiamento, a nostro avviso, non fa che peggiorare lo stato delle cose. Continuare ad alzare l’asticella per il sistema bancario, in una situazione in cui per le banche è comunque difficile fare credito, non fa che peggiorare la situazione e comporta atteggiamenti restrittivi dietro cui da un lato è difficile tirarsi fuori, dall’altro è facile nascondere i comportamenti opportunistici che portano a giustificazioni del tipo: Bankitalia non ce lo consente!
Come ha risposto a questa domanda: Luca Barni, Antonio Belloni, Fabio Bolognini

Ci sono imprese a cui le banche prestano più volentieri? E le altre? È vero che dentro le banche si sta facendo questa selezione?
Non c’è dubbio che sempre di più l’atteggiamento delle banche è, potremmo dire con un eufemismo, molto selettivo. In realtà abbiamo l’impressione che non siano pochi i casi in cui, da un lato, il finanziamento ad alcune tipologie di imprese, soprattutto le Pmi, non è economicamente conveniente per le banche, dall’altro che queste siano portate a sopravvalutare, in questo periodo, il rischio. È sempre più frequente, infatti, il caso in cui le banche rifiutano il credito anche in presenza di adeguate garanzie, come ci dicono sempre più i nostri Confidi.
È anche vero, tuttavia, che il sistema economico – nel suo complesso – deve fare lo sforzo per aumentare il livello di “informazione qualitativa” che viene trasferito dalle imprese alle banche e che queste ultime si debbano abituare ad una valutazione non meramente contabile e finanziaria delle richieste, ma giudichino il complesso delle condizioni economiche dell’impresa e le sue effettive capacità di stare sul suo mercato di riferimento.
Come ha risposto a questa domanda: Luca Barni, Antonio Belloni, Fabio Bolognini

L’obbligo di pagamento della Pa a 30 giorni ha reso più “bancabili” le imprese che lavorano con il pubblico?
Assolutamente no.
Come ha risposto a questa domanda: Luca Barni, Antonio Belloni, Fabio Bolognini

Perché nonostante i proclami del governo Monti gli scaduti di pagamento continuano a non essere saldati? Quali sono i nodi da sciogliere?
In linea generale sappiamo bene che sulla soluzione del problema dei ritardi di pagamento pesano ostacoli enormi, a cominciare dai bilanci sempre più in rosso delle Pubbliche amministrazioni, per continuare con i vincoli del Patto di stabilità, fino ad arrivare alla mala gestione degli Enti pubblici. Senza dimenticare lo scarso senso etico nei rapporti commerciali tra committente e fornitore.
Tutti i meccanismi normativi messi a punto dal Governo Monti e dal Ministro Passera sono ormai a regime ed anche gli accordi tra Associazioni imprenditoriali, Abi e Ministeri per generare una provvista a basso costo da parte di Cassa depositi e prestiti, con la garanzia del Fondo centrale, sono cosa definita. Tutto sembrerebbe pronto per far partire la cosiddetta “certificazione del debito”, ma il meccanismo non sembra dare i riscontri auspicati. Anche col nostro Osservatorio sui ritardi di pagamento non registriamo segnalazioni, in bene o in male, da parte delle imprese, e questo è il sintomo che il sistema stenta a partire.
Bisogna quindi evitare ogni appesantimento burocratico. Ritengo che l’unico strumento veramente efficace sarebbe quello di consentire all’impresa di compensare, in modo secco e automatico, i crediti verso a Pa con quanto dovuto per imposte o altri pagamenti, senza orpelli inutili come la certificazione, presentando semplicemente la documentazione contabile a dimostrazione del credito, come si farebbe dal giudice per ottenere un decreto ingiuntivo. In pratica, se io sono fornitore di un bene, di un servizio con la Pa, del valore di diecimila euro e devo pagarne 5mila di imposte a qualsiasi titolo, devo avere la possibilità di versarne solo 5mila di differenza. Ogni altra ipotesi di “ingegneria amministrativo/finanziaria” rischia di aggiungere al danno la beffa.
Questo per quanto riguarda il pregresso. Quanto alla nuova legge, in vigore da gennaio, che fissa il termine di 30 giorni per i pagamenti nelle transazioni commerciali, bisogna farla rispettare. Sappiamo bene che, in Italia, il problema non è tanto fare le leggi, ne abbiamo fin troppe, ma applicarle. E allora, vista la drammaticità del problema dei ritardi di pagamento, vigileremo affinchè questa volta non ci siano scappatoie.
Come ha risposto a questa domanda: Luca Barni, Antonio Belloni, Fabio Bolognini

GLI INTERVENTI DEL FORUM:

Luca Barni, direttore del Credito Cooperativo di Busto Garolfo e Buguggiate

Antonio Belloni, autore di Esportare l’Italia

Fabio Bolognini, Amministratore Delegato di Linker Srl

Giorgio Merletti è presidente nazionale di Confartigianato Imprese

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