Per il Pd “meglio” Berlusconi che tornare al voto

I travagli dei democratici

Ormai Pier Luigi Bersani tira per la sua strada. È la sua ultima chance. O, come dicono alcuni del Pd, «ha appena passato la sua ultima notte da leader del centrosinistra». Una lunga notte che il segretario del Pd avrebbe trascorso al telefono con i fedelissimi, Maurizio Migliavacca e Vasco Errani su tutti. Il giro, insomma, del «tortellino magico». È uscito frastornato dall’incontro con il Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Scuro in viso, con gli occhi lucidi, il vincitore delle primarie dello scorso 25 novembre ha provato a giocarsi l’ultima carta. Durante l’incontro al Quirinale, che è durato più un’ora, il segretario ha esposto gli otto punti del «governo del combattimento», approvati all’unanimità più di una settimana fa in direzione. Però, allo stesso tempo, non ha alzato il tiro, consapevole che il suo «incarico-esplorativo» rischia di nascere debole in partenza.

Però ci vuole provare ugualmente “senza se e senza ma”. Perché «noi, il Pd siamo la prima forza di questo Paese, checché qualcuno dica e siamo la prima coalizione», scandisce con forza. E, nonostante siamo «la prima forza del Paese», «siamo al servizio del cambiamento lavorando su due versanti: governo con proposte per l’avvio di una legislatura in chiave di cambiamento sul piano sociale e sul piano della moralizzazione della vita pubblica». Fin qui nulla di nuovo.

Il cliché bersaniano sembrava procedere su lunghezze d’onda già note a cronisti ed addetti ai lavori. Ma ad un tratto Bersani vira, e guarda a tutte le forze del parlamento «per un governo di emergenza», evocando la «corresponsabilità di tutte le forze politiche». «Parole non sue», giura qualcuno al Nazareno. Del resto, suggeriscono dal Colle, «nelle sue parole si leggeva lo zampino di Giorgio Napolitano e di alcuni esponenti del Pd». Tuttavia, nonostante il cambiamento di linea su un eventuale «ipotesi B» in alleanza con il centrodestra di Berlusconi, di pensare ad un altro per il giro «esplorativo» guai a parlarne. D’altronde, come racconta a Linkiesta un senatore democratico di lungo corso, «il segretario è stato più aperturista nei confronti di tutto l’arco costituzionale, ma avrebbe dovuto presentare a Napolitano anche un’ alternativa, un governo del Presidente, o come preferite chiamarlo». E dietro quel minimo di apertura si nasconde l’ombra di Massimo D’Alema, che in questi giorni è stato molto silente, ma «avrebbe pressato il segretario a fare un passo indietro», assicurano. E poi ci sarebbero anche gli ex margheritini, che fin dall’inizio non hanno condiviso la deriva “grillina” di Bersani, e oggi lamentano una gestione personale del partito.

Del resto la vicenda del voto al capogruppo della Camera, con l’elezione del bersaniano di ferro Roberto Speranza, e con quasi 100 dissidenti, è stata la miccia che ha fatto esplodere la crisi all’interno del partito. Il segretario Bersani è ormai isolato. E non c’è soltanto il solito Matteo Renzi a far da guastafeste. Il sindaco di Firenze, che ha preferito far calare i riflettori su di sé («non m’interessa la spartizione delle poltrone»), avrebbe comunque avuto diversi colloqui con Bersani. «Matteo gli avrebbe consigliato di presentarsi al Colle con il piano b, ma non ha forzato: l’ha lasciato fare», spiegano. Adesso, dicevamo, ad isolare il segretario c’è tutto lo stato maggiore del Pd. Big del Nazareno, come Massimo D’Alema, Enrico Letta e Dario Franceschini, spingono perché ci sia un governo di qualunque tipo: tecnico, politico o «poli-tecnico». E l’obiettivo comune di quasi tutto lo stato maggiore rimane quello «di non tornare alle urne». D’altronde sanno che il Capo dello Stato non lo consentirà. Così affidano il loro destino a Giorgio Napolitano.

Twitter: @GiuseppeFalci