Neppure Fabrizio Barca si sottrae al rituale, tutto interno al Pd, del documento programmatico. Per lanciare la sua candidatura alla segreteria del partito, il quasi ex ministro per la coesione territoriale ha scelto, tra le varie forme possibili, quella più vicina al paper universitario: 55 pagine di analisi, riflessioni e propositi per il futuro. Non è un male, ci mancherebbe. Anzi. Ma Il suo “Pd che vorrei” raccoglie un vizio antico della sinistra italiana: il cerimoniale dei progetti complessi e delle teorie sofisticate (e forse bellissime) condannate, fin dalla nascita, a rimanere sulla carta. Non è un problema di modernità o comunicazione, ma di esito. Perché scrivere tanto per non fare nulla? Dispiacerebbe, nel caso, aver avuto un ennesimo “Pd che vorrei” senza che questo sia diventato, per dirla in modo semplice, un Pd.
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