Renzi & Bersani, c’eravamo quasi amati

La lunga telenovela tra il sindaco e il segretario

Più che uno scontro politico, una sceneggiata. Anzi, una telenovela. Per raccontare il lungo braccio di ferro tra Matteo Renzi e Pier Luigi Bersani servirebbe una soap opera. Mesi di scontri, poi l’avvicinamento e gli accordi. Adesso la nuova rottura. La guerra tutta interna al Partito democratico procede a ritmi incalzanti. Renzi contro Bersani, Bersani contro Renzi. 

Dopo un periodo di calma apparente, da qualche settimana sono tornati a volare gli stracci. Critiche, insulti, colpi bassi. Il sindaco rottamatore e il segretario democrat sembrano essere arrivati allo scontro finale. L’ultimo scambio d’accuse, oggi, riguarda la mancata nomina di Renzi tra i grandi elettori della Toscana che il 18 aprile voteranno il presidente della Repubblica. Stando ai racconti del sindaco fiorentino è l’ennesima strategia del partito per delegittimarlo. «Qualcuno mi aveva detto vai avanti tranquillo, non c’è problema, ti votiamo. Ma poi da Roma è arrivata qualche telefonata per fare il contrario». Botta e risposta. Pochi minuti dopo le dichiarazioni, Pier Luigi Bersani si sente in dovere di chiarire. «Nella sequela di quotidiane molestie mi vedo oggi attribuiti non so quali giochini tesi a impedire la nomina di Renzi a grande elettore per la Regione Toscana. Smentisco di aver deciso, anche solo suggerito, o anche solo pensato alcunché, a proposito di una scelta che riguarda unicamente il Consiglio regionale della Toscana».

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Sembra una pièce teatrale. Intanto il clima che si respira nel partito è teso. Da qualche tempo Renzi incalza pubblicamente il segretario, colpevole di non fare abbastanza per sbloccare lo stallo istituzionale. «Personalmente spero che si vada il prima possibile ad elezioni» ha ripetuto oggi il sindaco da Trieste. Ma se Berlusconi e Bersani «riterranno che sia opportuno fare una qualche forma di accordo nell’interesse del Paese mi auguro che facciano il più veloce possibile». La frecciata è particolarmente velenosa. L’esponente Pd più volte accusato dai suoi avversari interni di intelligenza con il nemico ironizza sui possibili inciuci tra Bersani e il Cavaliere.

Va avanti così da qualche settimana. I due protagonisti si stuzzicano a vicenda. Una guerra combattuta sui giornali – a colpi di retroscena e virgolettati – e dai rispettivi gruppi di fedelissimi. Una dichiarazione dopo l’altra. Solo ieri Bersani aveva accusato Renzi di «qualunquismo» davanti ai gruppi parlamentari del Pd. Ovviamente senza mai citarlo. E poche ore prima in diretta tv aveva avvertito il sindaco, «una risorsa del centrosinistra» a «stare attento nei toni». Si procede un attacco alla volta. Sulle agenzie di stampa è un rimpallo continuo. «È vero che non ho vinto le primarie e ha vinto Bersani – la risposta di Renzi ieri dalle sale del Vinitaly – Il problemino è che poi Bersani non ha vinto le elezioni».

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Uno scontro cresciuto di intensità da quando Renzi ha deciso di lasciare la prima Direzione del partito dopo le elezioni. Chiaramente contrariato rispetto alla strategia del segretario, incentrata sul tentativo di un’intesa parlamentare con i grillini. Erano i primi di marzo. L’inizio della rottura probabilmente risale ad allora. Oggi i suoi avversari spiegano che il sindaco aveva già in mente di boicottare i tentativi di Bersani di formare il governo. Temendo di essere messo all’angolo. 

Accuse rispedite sdegnosamente al mittente. In un clima avvelenato che ricorda da vicino la campagna delle primarie. Per ricordare i primi scontri tra Renzi e Bersani bisogna tornare alla scorsa estate. Il braccio di ferro è nato in quei mesi. Le richieste del sindaco di sfidare il segretario per la premiership. Le indecisioni del partito. La coraggiosa apertura di Bersani, che ha accettato di modificare lo statuto del Pd per permettere la candidatura di un altro esponente del Nazareno. Chi ha scordato le polemiche sul regolamento delle primarie? Gli scontri tra Renzi e buona parte della dirigenza. Dal 13 settembre, giorno della discesa in campo del rottamatore, un conflitto continuo. Da una parte le accuse all’apparato, l’usato sicuro di Bersani , la nomenklatura, la rottamazione, il partito che vive di finanziamenti pubblici. Dall’altra la reazione dei vertici contro il sindaco arrogante, non abbastanza di sinistra, pronto a spaccare il partito pur di soddisfare le proprie ambizioni. Per non parlare delle polemiche sulle isole Cayman e i finanziatori della candidatura renziana. Una campagna elettorale fatta anche di colpi bassi. Inutile negarlo.

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Poi, a sorpresa, la pace. Nell’ultima parte della campagna elettorale il sindaco rottamatore ha deciso di abbassare i toni. Puntando a un profilo più istituzionale, più tranquillo. «Aveva già capito che avrebbe perso – raccontano i suoi nemici – Non poteva continuare ad attaccare». Chissà. Forse si è trattato solo di una strategia politica. Resta il dato: improvvisamente il sindaco rompiscatole – a forza di strillare era riuscito a rottamare dirigenti del calibro di Massimo D’Alema e Walter Veltroni – si è tranquillizzato. Basta polemiche sul regolamento, «se vincerà Bersani non grideremo ai brogli» rassicurava tutti a poche ore dal ballottaggio. È stato di parola. Appena sconfitto, Renzi si è impegnato a confermare la propria lealtà a Bersani. Una dimostrazione di correttezza che nel partito non tutti si aspettavano.

La pace viene siglata il 3 gennaio, quando i due avversari si incontrano a pranzo in un ristorante vicino Piazza Navona a Roma. Ovviamente a beneficio di giornalisti e fotografi. Nella telenovela democrat, questa è la fase dell’innamoramento. Durante la compilazione delle liste elettorali Renzi non punta i piedi. Evita di difendere i suoi uomini. Per salvaguardare l’armonia del partito accetta di non candidare gli esponenti del suo staff che durante le primarie hanno più duramente polemizzato con Bersani. Il braccio destro Roberto Reggi viene sacrificato sull’altare della lealtà al segretario. Altro che squadra renziana. «Io non sono interessato a fare correnti» giura il sindaco. Tra i due è intesa. Bersani chiede al sindaco di Firenze di partecipare attivamente alla campagna elettorale. Il vantaggio del centrosinistra su Grillo e Berlusconi si va affievolendo. Al Nazareno provano a giocarsi la carta Renzi. Lui acconsente. Una strategia dagli esiti spesso paradossali, come il comizio fiorentino del primo febbraio, con i due ex avversari assieme sul palco travestiti da Blues Brothers. Ma il risultato non cambia. Le elezioni non vanno bene, il Pd non ottiene la maggioranza sperata. «Nel partito abbiamo già abbastanza giaguari e tacchini – assicura subito Renzi – non servono anche le iene». Poi, puntuale come in ogni soap opera, il colpo di scena. E tra i due è di nuovo rottura. 

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