Boldrini, le pulci alla Fiat e l’ideologia dei diritti

Con la retorica non si cresce

Non ci convincono le parole facili con cui Laura Boldrini, via lettera, ha rifiutato l’invito dell’ad di Fiat, Sergio Marchionne, a visitare uno stabilimento italiano del Lingotto. I passaggi salienti della lettera indirizzata al manager italo-canadese li ha twittati direttamente Boldrini, eletta in Parlamento nelle file del partito di Nichi Vendola. «Lei (Marchionne, ndr) concorderà che le vecchie ricette hanno fallito e che ne servono di nuove», scrive il presidente della Camera sul suo account Twitter. «Per la competitività servono innovazione e ricerca, ma anche il dia-logo sociale». E soprattutto, eccoci al cuore del dissenso, «non sarà certo nella gara al ribasso sui diritti e sul costo del lavoro che potremo avviare la ripresa del paese». Chiaro il riferimento alla scelta di Fiat di riformare in senso più flessibile le relazioni industriali, uscendo dalla Confindustria, a cui è seguito un sofferto referendum sui nuovi contratti aziendali votato a maggioranza tra i lavoratori del gruppo e, a ruota, una lunga sequela di ricorsi giudiziari promossi dalla Fiom, fino al recente pronunciamento (pro Fiom) della Consulta.

Una scelta che, legittimamente, Boldrini può anche non condividere. E’ prerogativa della terza carica istituzionale fermarsi alla superficie e al disbrigo protocollare di eventi e relazioni pubbliche. Se però una importante carica istituzionale decide, come ha fatto Boldrini, di addentrarsi apertamente nel merito di condotte e comportamenti di una grande azienda come Fiat e del suo management, ha il dovere di farlo con cognizione di causa, senza appellarsi al sociologhese e ad una fumosa ideologia dei diritti. A dirlo è un altro fresco presidente, l’ex collega del Corriere Massimo Mucchetti, oggi alla guida della commissione Industria del Senato, in quota Pd. Mucchetti, come forse si sa, da cronista e commentatore finanziario non ha mai fatto sconti al Lingotto e a Marchionne, anzi. Ma ha sempre fatto le pulci, giuste o sbagliate che fossero, sul merito delle scelte aziendali, senza lanciarsi in fumisterie retoriche che, sopratutto in questi tempi di crisi, lasciano il tempo che trovano: non risolvono i problemi di occupazione, rendono più difficoltoso investire in Italia e non aiutano a migliorare la capacità competitiva del nostro sistema produttivo. Leggere per credere uno stralcio della lettera che Mucchetti ha scritto oggi a Repubblica: «Caro direttore, la Fiat invita la presidente della Camera a visitare la Sevel, cicerone Sergio Marchionne, ma Laura Boldrini rifiuta e manda una lettera in cui invoca diritti, ricerca, cultura e innovazione. È uno strappo. Ma poi? C’è modo e modo di visitare le fabbriche. Si può andare a Melfi, come fece Mario Monti per sponsorizzare Marchionne ed esserne sponsorizzato. Ma si può anche andare a vedere, con la fabbrica, il gioco del suo gerente. Pensi la presidente Boldrini quante questioni avrebbe potuto porre tra un robot e l’altro, in favore di telecamere: perché Fiat Industrial sposta la holding all’estero e si dota di due classi di azioni? Fiat Spa farà lo stesso? Come sopravviveranno gli impianti italiani se Fiat cercava la riduzione concordata e sussidiata delle capacità produttive tra le case europee? Come si regolerà dopo la sentenza della Corte sui sindacati? Perché Fiat investe nel Corriere»? Per poi concludere: «La nuova politica industriale nasce dal confronto sulle cose, carte alla mano, e non dalle opposte retoriche…». Con Mucchetti ne siamo convinti anche noi. Fare le pulci alla Fiat è cosa ben diversa dalla facile ideologia dei diritti di cui si è resa protagonista il presidente della Camera.

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