Opportune et importuneLa moda di “odiare” la Giornata Mondiale della Gioventù

Le accuse variano dal sesso al marketing

È da quasi 30 anni che esistono le Giornate mondiale della gioventù (Gmg) eppure una parte del mondo laico insieme alla stampa progressista non riesce ad andare oltre i soliti cliché stucchevoli. A cominciare dal preservativo ovviamente seguito, in ordine, da quelli che in fondo «è solo tutto un business» e da chi puntualmente riduce i raduni mondiali dei giovani cristiani a una sorta di «Woodstock cattolica», «kermesse hollywodiana», «kolossal della fede» o uno «show multimediale» animati da partecipanti dipinti come «nuovi crociati», «legionari fondamentalisti» o, addirittura, «rockettari della fede». Non c’è stata Gmg, in questi anni, che non sia stata accompagnata da questi commenti.

Gli esempi si sprecano. Gmg di Denver, 1993: il New York Times del 15 agosto prendendo spunto da quanto aveva detto il Papa alla veglia con i giovani evoca ovviamente la polemica sui condom. Alan Cowell rimarca la distanza tra le parole di Giovanni Paolo II, che condannava i metodi artificiali di controllo delle nascite, e la vita reale negli Stati Uniti e il fatto che molti, soprattutto giovani, in materia sessuale non seguono più la dottrina della Chiesa. Il giorno dopo Dirk Johnson sempre sul New York Times descrive la veglia al Cherry Creek State Park come un’accozzaglia di preghiere, canti, balli e slogan da stadio. E il solito corollario: la distanza tra le «severe» parole del Papa e lo stile di vita frivolo e superificiale dei giovani pellegrini. L’apoteosi si toccò a Roma, nel 2000, per il Giubileo dei giovani che radunò oltre due milioni di giovani. Molti cronisti armati di taccuino si aggiravano curiosi ma alla fine la domanda era sempre la stessa: «Ma tu lo usi il preservativo?». Qualcuno fece pure la conta dei profilattici ritrovati sulla spianata di Tor Vergata alla fine della celebrazione. 200mila, dissero, ironizzando sull’effetto “afrodisiaco” della veglia celebrata da Giovanni Paolo II.

Folla alla Giornata Mondiale della Gioventù di Roma

L’altro cliché è il business. Gmg di Częstochowa, 1991. Domenico del Rio su la Repubblica del 15 agosto, parla di un «fiorente» mercato della «paccottiglia religiosa» dove «le cose più vendute sono una Madonna fosforescente e un busto di Cristo con incorporato un orologio». Tra un souvenir kitsch e un Paternoster il clou è la sera quando «scoppia la festa», «si danza, si suona, si fa teatro», «i bar rimangono aperti tutta la notte» e la città diventa «anche il paradiso dei ladruncoli e dei borsaioli». Nel 1997 la Gmg fa tappa nella laicissima Parigi. Quasi un milione di giovani si raduna all’ombra della Tour Eiffel con Giovanni Paolo II. Puntuali arrivano gli strali del sociologo Alain Touraine sulle «folle del Papa» descritte come quelle che «si radunavano a Memphis per l’anniversario della morte di Elvis Presley» paragonate a quelle minoranze cattoliche «tradizionaliste» e «reazionarie» del passato che difendevano la «civiltà cristiana come una setta».

Le Gmg passano, i papi cambiano ma i luoghi comuni, frutti del pregiudizio anticattolico, restano. Ecco quindi il solito repertorio del “tutto nel nulla”: le parole del Papa per il quale al massimo ci si emoziona ma che nessuno di quei giovani ascolta più e prende sul serio; una Chiesa in declino e alle prese con scandali interni che utilizza le Gmg per mostrare i muscoli al mondo e illudersi di essere ancora viva e vitale radunando grandi folle giovanili; il giro d’affari dietro a questi eventi che poi sarebbe il vero motivo per cui vengono organizzati.

Non c’è scampo. Né serve a molto rimarcare le vocazioni fiorite, i sorrisi ritrovati, le ferite sanate, gli impegni assunti, gli amori sbocciati che hanno segnato il cammino di tanti giovani in quasi trent’anni di Giornate mondiali. Ma di solito a chi guarda con le lenti del pregiudizio e dell’ideologia questo non interessa: «Se la realtà mi smentisce», è il ragionamento, «tanto peggio per la realtà!». Soprattutto, nel descrivere i giovani che vi partecipano non c’è mai una via di mezzo. Chi crede viene dipinto o come uno sfigato, frustrato e fuori dal mondo, o come un furbetto che magari va a messa e applaude il Papa ma non lo ascolta. La fede insomma è ridotta a paccottiglia moralistica, a un prontuario di etica sessuale o ad un elenco di cose da non fare.

Tor Vergata nel 2000 in occasione della Gmg alla presenza di Giovanni Paolo II

Forse alla radice di queste rappresentazioni caricaturali c’è il malcelato fastidio per quelle folle gioiose e colorate che non si vergognano di proclamare la propria fede pur nella fatica e nelle contraddizioni della vita. E, soprattutto, radunandosi attorno al Papa, non hanno paura di dire che credono non da soli ma all’interno della Chiesa, cioè in cordata con altri amici, maestri, testimoni.

I giornali cosiddetti “laici” hanno cominciato ad occuparsi delle Gmg quando i numeri gliel’hanno imposto: quattro milioni di partecipanti a Manila, due milioni a Roma, un milione a Parigi. Chi crede sa invece che i numeri non contano. O contano solo fino ad un certo punto. D’altra parte, il destino dei cristiani non è, Vangelo alla mano, quello di essere lievito nella pasta, dei piccoli magari poveri “granelli di senape”?

Tutte le Gmg in questi anni, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI fino a papa Francesco, hanno mostrato il volto di una Chiesa forse minoritaria ma non certo marginale. Ed è questo in fondo quello che certi laicisti proprio non riescono a mandare giù.

Twitter: @AntonioSanfra