25 agosto 1993, Tabucchi conclude “Sostiene Pereira”

La rubrica Genio del Male

Vent’anni fa, il 25 agosto del 1993, Antonio Tabucchi terminava di scrivere l’ultima pagina di una delle sue più celebri storie di metamorfosi. In un torrido agosto del 1938 trova ambientazione anche la vicenda di Pereira, il cardiopatico personaggio di Tabucchi che riesce a cambiare la propria mediocre esistenza grazie all’irruenza di un giovane antifascista e della sua fidanzata.

Com’è possibile che una vita di un uomo, ormai ferma alla data della morte della moglie, possa d’un tratto risorgere? Come puó rinascere una nuova consapevolezza della storia fino a mettere a repentaglio un’esistenza abitudinaria? Probabilmente perchè c’è sempre un pericolo che si corre a vivere, anche quando in pratica si è già morti. E Pereira non fa eccezione.

Leggo tra gli appunti di Sciascia che «Vittorini diceva che gli avvenimenti, anche minimi, lo distraevano ed estraniavano dallo scrivere. È un male cui sono soggetto anch’io. E per essere un male è un male, ché indubbiamente viene da un’idea, più o meno inconscia, della letteratura come altra cosa che la vita, dello scrivere come – italianizzando una esattissima espressione spagnola – disvivere».

Pereira “disvive”, in bilico tra l’urgenza della cronaca nera e il pensiero che la letteratura sia la cosa più bella del mondo. In realtà sembra vivere solo quando è seduto al Café Orquídea e consuma la sua omelette alle erbe aromatiche. Intanto, mentre su Lisbona si alza la brezza atlantica, si fa più pressante la domanda sulla verità della storia come alternativa tra vivere e disvivere.

La lenta metamorfosi in atto nella vita di Pereira è frutto di un’incontro/scontro con un bizzarro Francesco Monteiro Rossi, una specie di novello Bartleby melvilliano che ripropone un’idea fissa di impegno, un’idea di storia nascosta dietro una sequenza di necrologi decisamente impubblicabili.

Quello che sta accadendo a Pereira viene spiegato dal direttore della clinica di Parede con l’ausilio della teoria di Ribot e Janet, secondo i quali «…quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo il risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto nella confederazione delle nostre anime; nel caso sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione».

Una teoria bizzarra, ma non più della vita e della scrittura, in apparente eterna contraddizione. Scrivere non è disvivere se si smette di accumulare necrologi anticipati e si va invece a scovare quei personaggi della vita reale che sono in cerca di una storia che deve essere ancora (e di nuovo) raccontata. Per far questo però bisogna assecondare un’inquietudine – cara a Pessoa – che genera, insieme ad un’idea folle, anche un nuovo io.
Così almeno sostiene Pereira. 

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