Bagdad Cafè e quella ricerca dell’armonia perduta

La rubrica Genio del male

L’altra sera in casa d’amici non siamo riusciti a non parlare dei misteri che avvolgono i rapporti di coppia. Così, per distrarci dalla realtà, abbiamo deciso di rivedere “Bagdad Cafe”. Mi era piaciuto la prima volta, anzi mi aveva commosso, e volevo di nuovo trarre godimento da quelle immagini. Non tutte le pellicole cinematografiche producono questo effetto: alcune si esauriscono dopo i titoli di coda, altre invece danno curiosi frutti a distanza. “Bagdad Cafe” è una di queste.

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Conoscevo fin troppo bene cosa sarebbe accaduto: un improbabile incontro tra due donne lontane anni luce in the middle of nowhere. Una favola ambientata in un luogo inesistente se non nella testa di Percy Adlon. Un incontro magico, propiziato da una parte dallo stupore per una semplicità contagiosa, dall’altra da una speciale condivisione: quella della Madre Terra che permette a Brenda di sciogliere le riserve su Jasmin in nome di una comune maternità.

Ovviamente la favola deve avere una svolta e quando tutto sembra andare per il meglio, arriva prima la partenza di Jasmin e poi quella di Debby: se la prima è forzata dalla legge, la seconda è provocata dal desiderio. Debby vuole andarsene da quel posto perchè gli oggetti non sono più riconoscibili, grazie all’intervento silente di Jasmin non conservano più quell’aria decadente e trascurata delle origini che le davano conforto e rassicurazione. Strano eppure la partenza di un’artista del tatuaggio che legge “Death in Venice” è come se rifacesse ascoltare una delle tante note stonate che fuoriescono dal pianoforte del figlio di Brenda. Una nota stonata che tuttavia proviene di nuovo da una donna.

Ecco il punto. Gli uomini sembrano non partecipare a questo gioco: alienati sulle proprie macchine o relegati a scrutare da lontano gli eventi che riguardano le proprie donne, al massimo sono spettatori di qualche gioco di prestigio. Fino alla fine – cioè fino a che il pittore Rudi chiederà la mano di Jasmin – rimane la sensazione che l’ordine delle cose sia frutto di una tacita alleanza tra femmine. Come leggere allora la fuga di Debby se non come la testimonianza di un’instabilità dentro un’armonia tutta al femminile?

La seconda volta “Bagdad Cafe” mi ha commosso di meno: mi ha fatto venire in mente le difficoltà che quotidianamente viviamo nella ricerca di un’armonia impossibile. “Bagdad Cafe” ora mi sembra non tanto la storia di un’amicizia (la cui complicità potrebbe anche condurre alle sue più radicali conseguenze come per esempio in “Thelma&Louise”), ma una pellicola che ha come soggetto un preciso colore, il colore del desiderio, il desiderio di un rapporto (im)possibile tra ordine e caos, tra utopia e realtà, tra natura e cultura e ultimamente tra uomini e donne. E questo colore è precisamente il colore dorato del deserto.

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