Cina: meno condanne a morte, meno donatori di organi

Da “The Economist”

Una delle tradzioni più radicate della Repubblica popolare cinese è stata quella di “raccogliere” gli organi dei prigionieri condannati a morte da usare per i trapianti. Ma negli ultimi dieci anni il numero dei prigionieri destinati alla pena capitale è diminuito di 3/4, meno 3mila esecuzioni in un anno. Per un sistema sanitario che ha bisogno di un flusso continuo di organi, questo rappresenta un serio problema. I prigionieri condannati venivano usati per nove su dieci trapianti in Cina. La proporzione ora è di circa la metà. 

Il sistema sanitario del Dragone ha quindi bisogno di nuove “fonti” di organi. Nel 2010 la Cina ha cominciato a introdurre progetti per la diffusione delle donazioni negli ospedali. Persuadere le persone a donare i propri organi dopo la morte è una nuova sfida per i cinesi, destinata però a mettere radici molto lentamente. Nell’ultimo anno, gli ospedali di 11 province e municipi hanno ricevuto 97 organi dai volontari. Gli ospedali di 25 province ora hanno lanciato nuove campagne per la donazione volontaria. 

Ma la domanda di organi è altissima. In base alle fonti ufficiali, circa 1,5 milioni di persone nel Paese ogni anno hanno bisogno di un trapianto di organi. Di cui un milione riguardano reni per cinesi in dialisi. Ogni anno 500mila vite potrebbero essere salvate se queste persone riuscissero ad avere un trapianto di cuore o di fegato. Al momento circa 300mila cinesi sono nelle liste d’attesa, mentre ogni anno avvengono solo 10mila trapianti. Almeno ufficialmente. Perché poi molti pazienti che non riescono a ottenere un trapianto per le vie ufficiali si rivolgono al mercato nero. 

La frequenza delle donazioni volontarie dovrebbe aumentare. La speranza è che da novembre tutti i 165 ospedali in grado di eseguire trapianti di organi siano in grado di mettere a punto valide campagne di sensibilizzazione per la donazione volontaria.

I nuovi ospedali che riceveranno la licenza di fare trapianti dovranno impegnarsi però a non usare più gli organi dei condannati a morte – ma quelli che già hanno la licenza potranno continuare a farlo, aderendo a specifici “standard etici”. 

Nel migliore dei casi, però, questi standard sono nebulosi. I prigionieri condannati (o le loro famiglie) in teoria sono volontari che donano gli organi. Ma se nessun familiare reclama il corpo, gli organi vengono usati comunque senza consenso. Intanto, gli incentivi finanziari per i prigionieri a vendere i loro organi rimangono alti. 

Se più ospedali alla fine rinunciassero a usare gli organi dei prigionieri condannati, come i funzionari di Stato sperano, i trafficanti del mercato nero potrebbero aumentare. I pazienti che desiderano saltare la coda, così come gli ansiosi “turisti degli organi” dall’estero, potrebbero pagare per ricevere gli organi dei condannati a morte. Finché la domanda sarà maggiore dell’offerta, i reclusi del braccio della morte di sicuro hanno maggior valore da morti che da vivi. 

L’articolo è stato originariamente pubblicato su The Economist

X