Come bilanciare tecnologia automatizzata e lavoro umano

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Tecnologia e innovazione sono sempre andate di pari passo con la formazione di nuovi impieghi e la creazione di nuove competenze distintive di ciascun settore che toccavano. Oggi, però, assistiamo quasi a una controtendenza per cui anche laddove il lavoro dovrebbe essere più agevolato, stimolato e promosso, i lavoratori, siano essi giovani ricercatori o imprenditori, si scontrano con dure realtà locali e amministrative o con la concorrenza spietata di macchine concepite per lavorare meglio di loro. Incubatori di impresa, parchi scientifici e tecnologici si scontrano con norme restrittive che ne impediscono o addirittura ne ostacolano il corretto funzionamento, e giovani e promettenti startup corrono il rischio di morire prima ancora di essere realmente venute al mondo. 

Nemico ancor più temibile degli insiemi di norme e vincoli, che si possono incontrare anche nelle più affermate culle tecnologiche (come, ad esempio, la Silicon Valley), è talvolta la tecnologia stessa. Uno stesso sistema, creato dall’uomo per il bene dell’uomo, manifesta sempre più nelle sue espressioni un benessere concepito dai pochi a scapito dei molti. E cosi, mentre un numero crescente di macchine e sistemi informatici si sostituisce agli ingranaggi umani del lavoro, alla crescita economica di aziende e settori si affianca la diminuzione delle occupazioni.

Peggio ancora, in alcuni casi (come nel caso dell’articolo Red Bank, un algoritmo contro gli “umani”) la macchina assume quasi una autonomia di pensiero che identifica nel guadagno, nell’ottimizzazione e nella vittoria senza compromessi il fine ultimo delle sue operazioni, mettendo quindi da parte il benessere dell’uomo che l’ha creata. Prima che sia troppo tardi, prima che la macchina distrugga il lavoro, occorre riflettere sui benefici reali della tecnologia e comprendere se questa raggiunge in maniera equilibrata tutte le persone cui è rivolta.

PER APPROFONDIRE:

Un libro mette in discussione la convinzione che le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione distruggano sì posti di lavoro a breve termine, ma poi ne costruiscano di nuovi a lungo. Si tratta di Race Against the Machine di Erik Brynjolfsson, direttore del Centro per il Digital Business alla Sloan School of Management del Mit, ed Andrew McAfee, Principal Research Scientist presso lo stesso Centro. Brynjolfsson e McAfee sostengono che queste tecnologie fanno allo stesso tempo tre cose: Permettono ai Leader di alcuni settori di guadagnare molto più che nel passato; Rimpiazzano lavoratori con Software in tantissime attività; Man mano che le fabbriche si automatizzano con robots, portano benefici alla proprietà delle aziende e alle spese dei lavoratori. 

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Red Bank è una città del New Jersey. Una piccola città, su una superficie di 5.6 km2. Fino a pochi anni fa, contava poco più di 11000 abitanti, tipica gente della classe media. Non aveva tanti ristoranti, né negozi di beni di lusso. Oggi gli abitanti sono cresciuti di due o tre migliaia. I ristoranti sono diventati almeno una trentina, molto buoni, alcuni certamente di altissima qualità. Hanno aperto anche negozi di moda, con tutte le “griffe” più famose, e di gioielleria, compreso Tiffany. Che è successo? Molto semplice.

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Erika Fuchs mostra come il trasferimento della manifattura verso paesi a basso costo del lavoro stia provocando non solo una fortissima riduzione dell’occupazione negli Stati Uniti, ma anche un sicuro impoverimento della capacità di innovazione del paese, che ha bisogno della “esperienza della fabbrica” per alimentare e rendere concrete le idee e nuovi prodotti. Willy Shih sostiene in modo analogo che la capacità di innovazione spesso svanisce se un paese perde il suo settore manifatturiero perché la conoscenza e le capacità tecniche necessarie a sviluppare nuove tecnologie, sono spesso strettamente collegate alle doti e alle esperienze del lavore nella “fabbrica”. 

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La start-up di Silicon Valley Morpheus Medical spera di salvare vite umane commercializzando software per la diagnosi d’insufficienza cardiaca basata sulle scansioni della risonanza magnetica. Ma, a causa di un visto all’immigrazione, i suoi progetti sono quasi falliti lo scorso dicembre.
«Sarebbe stato difficile mantenere in vita la società se fossi dovuto tornare in Francia», dice Fabien Beckers, responsabile delle attività innovative, che aveva appena convinto tre co-fondatori, incontrati alla Stanford University, a concedere un investimento di 2 milioni di dollari.

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