Ecco perché le regole rendono le banche meno sicure

Scelto per voi dal Financial Times

La regolamentazione finanziaria rende le banche meno sicure? Ciò che è accaduto la scorsa settimana sembra suggerirlo. Tre grandi banche europee – Barclays, Deutsche Bank e Société Générale – hanno iniziato a smantellare parzialmente uno degli ultimi bastioni contro un’ulteriore crisi di liquidità: la loro riserva di cassa. La scorsa settimana Barclays ha annunciato che ridurrà entro il prossimo anno i suoi depositi remunerati e i titoli governativi tra 15 e 20 miliardi di sterline, dopo una contrazione del’8% a quota 138 miliardi negli ultim dodici mesi. Allo stesso tempo Deutsche Bank ha ridotto l’ammontare di cash e depositi a 33 miliardi da 117 in soli tre mesi. E prevede di continuare. Parole ripetute dalla rivale SocGen.

I top manager di tutti e tre gli istituti di credito hanno intonato lo stesso ritornello per spiegare la contrazione di liquidità e attivi “sicuri”: ciò li aiuterà a sostenere la leva, unità di misura che indica il patrimonio netto in rapporto agli attivi. I regolatori e gli investitori lungo le due sponde dell’Atlantico hanno incrementato la pressione sulle banche affinché arrivino a una leva del 3% molto prima del 2018, deadline concordata con il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria.

Ridurre la cassa, il portafoglio di titoli governativi e altri attivi facili da liquidare rappresenta una facile scorciatoia per banche poco capitalizzate come Barclays e Deutsche Bank per raggiungere più velocemente la leva richiesta dal regolatore. Sebbene entrambe abbiano cercato di aumentare la leva in altri modi – tramite aumenti di capitale – l’ammontare del nuovo capitale regolatorio è stato tenuto basso anche tagliando altri attivi.

La corsa delle banche alla riduzione delle riserve di liquidità inverte un trend che è iniziato poco dopo il collasso di Lehman Brothers, nel 2008. Fino ad allora, gli istituti di credito tendevano a detenere enormi riserve di attivi facili da liquidare. Soltanto le banche francesi hanno raddoppiato le loro riserve lorde a 324,5 miliardi di euro – più del Pil austriaco – negli ultimi cinque anni, stando ai dati della Banca centrale europea.

I regolatori hanno spinto gli istituti ad attuare una simile politica in virtù della lezione derivante dalla crisi di liquidità del 2007-2009. I primi standard di liquidità mai delineati – uno dei primi elementi nel libro delle regole di Basilea III, definito “coefficiente di liquidità” – obbliga gli istituti di detenere attività liquide sufficienti a sostenere le loro operazioni per 30 giorni in caso di nuova crisi finaniaria. Dopo un breve periodo di pavloviana opposizione, i banchieri hanno da molto tempo adottato le nuove regole. Hanno riconosciuto che un cuscinetto di liquidità più elevato implica un merito di credito migliore per le agenzie di rating, i clienti e gli investitori. Eppure, la recente tendenza alla sua riduzione da parte di Barclays, Deutsche Bank e SocGen rivela ciò che un top manager di un istituto comunitario ha definito “terribile prospettiva”: i banchieri, spinti dalla necessità di essere in regola con i livelli di leva richiesti dalla regolamentazione, si stanno compiacendo dei loro cuscinetti di liquidità.

Certo, ci sono altre motivazioni per cui le banche stanno erodendo le loro posizioni di liquidità. La deadline iniziale per essere in regola con il liquidity coverage ratio fissatd da Basilea è passata dal 2015 a quattro anni dopo. Alcuni, come la Bank of England, hanno incoraggiato le banche a utilizzare parte dei propri “fondi per la guerra” per prestare più denaro.

Nel frattempo, negli Usa istituti come Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno lasciato le loro riserve invariate, definendole “sacrosante”. I manager delle banche europee potrebbero semplicemente usare la riduzione nelle riserve di liquidità come uno strumento di lobbying per cercare di scioccare i regolatori riducendo la leva. Se così fosse, è interessante ascoltare le loro argomentazioni: il coefficiente di leva finanzaria non distingue gli attivi liquidi e non rischiosi come le riserve e gli attivi illiquidi ad alto rischio come i prodotti strutturati complessi. Dal punto di vista della leva, un attivo è un attivo. La ragione principale del crollo di Lehman Brothers è stata l’incauta mancanza di liquidità, stando al report stilato dal suo curatore fallimentare, Anton Valukas. Se le banche volontariamente superano il coefficiente ben prima del tempo, la mossa sarà accolta con favore. Viceversa, il campanello d’allarme dovrebbe suonare se le banche vanno nella direzione opposta grazie a una regolamentazione apparentemente contraddittoria.

Sicuramente c’è un fondamento logico nell’introdurre una soglia alla leva, che renderà le banche più sicure forzandole a detenere maggiore patrimonio netto rispetto all’attivo. Tuttavia non ha senso insistere con definizioni di “leva” che fanno a pugni con gli obiettivi di liquidità. I regolatori dovrebbero rivedere la definizione di “leva” per escludere o quantomento scontare qualsiasi attivo conteggiabile all’interno dei coefficienti di liquidità. Senza un tale cambiamento, gli istituti continueranno a ridurre i coscinetti di liquidità d’emergenza, con conseguenze potenzialmente dannose.

(Traduzione di Antonio Vanuzzo)

Articolo di Daniel Schäfer originariamente pubblicato sul Financial Times

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