Apologia del Talk show rissoso e inflazionato

Nostalgie fuori luogo

Scusatemi: questo articolo vuole essere una Apologia del Talk show rissoso e inflazionato.

Nel senso che non c’è nulla di più banale, scontato e risibile di tutti questi cori unanimi in cui si associano i critici laureati col birignao e la puzza sotto il naso e i blog–twitterologi mannari e compulsivi: Signora mia, che noia tutti questi Talk show, che orrore le discussioni così accese e scostumate, che orrore questi polemisti professionali, che nostalgia di Iader Iacobelli e delle tribune elettorali di altri tempi, così pulite, così ordinate, così ammodino….

Partiamo proprio dal papá del telegiornalismo politico: per me è un mito. Ma temo che molti di quelli che fanno l’elogio della telepolitica pedagogica o non l’abbiano mai vista, o non se la ricordino affatto. Sta alla televisione contemporanea come il maestro Manzi a Alessandro Baricco. È televisione sublime, ma appartiene a un altro tempo, come paragonare Raimondo Vianello a Fiorello: fanno rima ma non si assomigliano.

Per non parlare dell’altra banalità conformistica ricorrente: orrore, siamo invasi dai programmi di informazione. È una sciocchezza sesquipedale. I Talk hanno sottratto tempo a programmi oggettivamente molto più costosi e oggettivamente molto più brutti: sono un provvidenziale addomesticamento della bestia, non un segnale degenerativo. Se qualcuno preferisce il gioco del secchio, o il reality bulli e pupe ambientato in un isolotto dell’Australia, non deve fare altro che accomodarsi.

Passiamo poi al nodo più delicato, quello della cosiddetta telerissa. A parte il fatto che molti considerano “telerissa” un normale scambio di battute, in cui uno dei due ha idee diverse dalle sue, voglio partire dall’esempio più estremo. Sarò forse malato, ma a me, il duello tra Marco Travaglio e Daniela Santanchè, è piaciuto moltissimo: non riuscivo a staccarmi dal video. Non dovevo però essere completamente solo, se è vero che anche gli ascolti hanno confermato questa impressione: non solo è stato il momento più visto della puntata, ma è anche (tutt’ora) uno dei video più visti su YouTube in queste ore. Davvero non capisco, a parte il punto di vista delle solite verginelle ipocrite, per quale motivo una rappresentazione estrema, spettacolare, ma reale della divisione che attraversa la politica italiana, dovrebbe essere tanto sconveniente.

 https://www.youtube.com/embed/FwVoslrzmm8/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

Passiamo poi agli ascolti: anche un cretino pensa di essere furbo, se sostiene che Virus ha fatto meno del 4% ieri. Ma a parte tutte le spiegazioni che i tecnici dell’Auditel ben conoscono a (partire dagli esordi concomitanti su altre reti), forse gli addetti ai lavori avrebbero dovuto accorgersi che in quella puntata c’era una bellissima intervista (qualunque cosa si pensi sul tema, bella idea) a un imprenditore che gestisce i cantieri della Tav. L’intervista è stata tanto forte, e così inedita che il cantiere dell’imprenditore la sera dopo il programma di Nicola Porro è stato incendiato: questo vuol dire che l’invasione dei Talk – a prescindere dagli ascolti – sta fornendo una offerta che per via della concorrenza diventa ricchissima e qualificata.

Se poi Mario Adinolfi e Luca Barbareschi si scorticano, quelli che hanno i palati delicati possono tirarsi indietro inorriditi, come nel mitico duello trash di Michele Apicella–Nanni Moretti che gridava in Sogni d’oro: “Ahó ma sei alto un cazzo e due barattoli!”. Però io non faccio lo snob, anzi. Spesso dietro il battibecco c’è sempre un punto di verità: il conduttore non è un vigile che mette le ganasce a tutti quelli che parcheggiano male, ma uno che decide solo se il litigio è gratuito o no. A Matrix per ora mi capitata solo qualche piccola scaramuccia, non ho avuto questo tipo di problemi, ma il discrimine che mi trasforma in un eventuale casco blu non è il telelitigio, quanto piuttosto la volgarità. 

Infine l’ultimo paradosso, e il più complesso, l’oggetto prioritario del nostro racconto: la politica. Dicono quelli del coro conformista: ma come puoi raccontare la politica se è così noiosa? Purtroppo non solo posso, ma devo farlo. Sarebbe come dire a un professore di matematica di non parlare della radice quadrata perché gli alunni di annoiano. Ma è vero anche il contrario: io questa sera ho un bellissimo reportage sulla guerra dei poveri nelle case occupate, e so già che qualcuno mi dirà: ancora? Invece, se il nostro potere in piccolissima parte è anche fare l’agenda, sono felice di tenere insieme la politica e l’antipolitica che sono poi le due facce di un paese diviso. Se ai criticoni darà fastidio c’è sempre il telecomando. Tornino al Grande Fratello (contro cui non ho nulla, ma di cui nulla mi importa) e ci spieghino che è un meraviglioso affresco sociologico: io sto meglio, e orgogliosamente, nel turbine scomposto della cronaca e nella utile fogna dei Talk show.

P.s.
I critici dei giornali sputano sull’informazione inflazionata, ma poi, i loro giornali, quella stessa informazione spettacolare la usano per aumentare gli accessi dei loro quotidiani online. Bisogna scegliere tra i primi e i secondi.
 

Twitter: @lucatelese

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