Decreto cultura: sempre lo stesso copione

L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni

I decreti legge, in Italia, sono come lungometraggi dai titoli altisonanti: tra gli ultimi, il decreto del Fare e il decreto Valore Cultura. Ma dietro quei titoli gravidi di promess si nascondono storie le più trite. Spendere e tassare, più che fare e far cultura.

Il decreto legge Valore Cultura pubblicato il 9 agosto si occupa di tanti e diversi aspetti che riguardano appunto i beni e le attività culturali: da Pompei agli Uffizi, dalla cinematografia alle fondazioni liriche. Dopo anni in cui si reclamavano continuamente più soldi per la cultura, si sono trovate le risorse (secondo i più, sempre troppo poche…). Non si tratta, per gli standard della spesa pubblica, di montagne di denaro. Eppure, il problema non sta nel loro ammontare, quanto nelle coperture finanziarie individuate, che dimostrano l’inettitudine dei governi a trovare soldi attraverso una migliore capacità di spendere le risorse esistenti e non attraverso l’ennesimo aumento delle entrate.

La via più semplice è anche la più battuta: l’inasprimento fiscale e, in particolare, l’aumento delle accise. Questa volta però non sono state toccate le accise sui carburanti, ma a finanziare la cultura saranno i produttori e i consumatori di birra, aperitivi, liquori, prodotti da fumo e oli lubrificanti. Con la scusa di scoraggiare comportamenti sgraditi, si fa cassa, anche se le virtù salutiste ed ecologiste delle accise non sono state nemmeno sbandierate: servivano soldi a parziale coperture di nuova spesa pubblica e lì si è banalmente pensato di andarli a trovare. Peraltro, l’aumento dell’accisa sugli oli lubrificanti interesserà una platea più estesa dei soli automobilisti, dal momento che tali oli servono anche a scopi civili e industriali.

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Si tratta di maggiorazioni tutt’altro che irrilevanti: solo l’aumento delle accise sui prodotti da fumo dovrebbe fruttare, dal 2014 e per gli anni a seguire, 50 milioni di euro. L’accisa sugli oli lubrificanti subirà un aumento del 5% (da 750 euro per mille chilogrammi a 787,81); quella sulla birra un aumento dell’1,7% nel 2014 e del 5,5% dal 2015; più o meno la stessa sorte toccherà anche ai prodotti alcolici intermedi (aperitivi e vini aromatizzati o liquorosi) e all’alcol etilico (grappe, liquori e così via). Va aggiunto che le accise concorrono a formare il valore dei prodotti e pertanto il calcolo dell’Iva comprende il valore del prodotto comprensivo di accisa.

Quello culturale è un patrimonio che dovrebbe dare una resa e invece produce quasi esclusivamente ingenti costi. Il problema non risiede nel reperimento di nuovi fondi pubblici da riversare sul settore, ma nel renderlo capace di produrre autonomamente maggiori risorse: le potenzialità non gli mancano. Manteniamo pure la pratica di dare ai decreti titoli altisonanti, diamo però una ritoccata alle sceneggiature: altrimenti continueremo a vedere sempre il solito film.
 

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