Modesta proposta: una ballata per unire l’Europa

La rubrica del Genio del male

Recentemente sulle pagine de Linkiesta Silvia Favasuli ha riproposto la domanda sul senso e sull’eredità della canzone d’autore. Il tema, che potrebbe anche sembrare ozioso, in verità è centrale per la lettura di un periodo della storia come il nostro. Ricostruire lo spessore e la frequenza di materiali musicali narrativi che provengono dal mondo della canzone di un preciso momento storico credo valga quanto una google-map sullo stato del pianeta.

Alla bontà di questa prospettiva si è creduto molto negli anni d’oro della canzone popolare. E in parte è vero che «una volta c’erano gli anni di piombo e oggi c’è il vuoto». Tra gli anni Sessanta e i Settanta Giovanna Marini ha perfino mutato il suo rapporto con la chitarra, prima “senza” e poi “con” il potere, cioè “con” la rabbia e il desiderio di cambiare lo stato delle cose. E i cantautori erano la voce di un mutamento e di una lotta di classe. Tuttavia, anche se abbiamo la voglia di rottamare i Sessantottini e il loro Sessantotto, rimane il fatto che il canto popolare come quello d’autore restano un filtro essenziale per la lettura della nostra Europa.

Con un taglio preciso lo mostra un libro di Giuliano Dall’Armellina (“Ballate europee da Boccaccio a Bob Dylan”, Book Time) che propone un viaggio alle radici dell’Europa inseguendo le confluenze greche, occitane e celtiche in una precisa forma musicale: la ballata. Le radici affondano non solo nel cuore della musica (in un momento in cui l’autore resta nell’anonimato e la trasmissione è per lo più orale) ma anche della società, quando più o meno ha avuto inizio la divaricazione tra cantori di corte e cantori di strada. Siamo pur sempre nel cuore dell’Europa, quella terra che oggi sembra esista solo come entità virtuale.

Invece seguendo questa via l’Europa delle ballate appare come una terra in grado di raccogliere infinite varianti di una medesima grande storia. Scopriamo che il canto nei secoli subisce un vero e proprio morphing: per esempio “Bella Ciao” ha una radice medioevale: ne esiste perfino una versione turca e chi la canta pensa che sia un canto del luogo!

Per questa magia delle varianti la catena tra Dylan e Boccaccio è ininterrotta: «ascoltavano storie di cronaca o popolari ma, nel rielaborare quanto avevano sentito, interveniva il loro lato poetico ed emotivo. Reagivano agli stimoli con una sensibilità che permetteva loro di entrare a fondo nella storia per farcela rivivere sia con la testa che con il cuore. Partivano entrambi da episodi specifici per comunicarci valori universali, immutabili nel tempo, come solo i grandi poeti sanno fare».

In fondo anche oggi ci sarebbero storie di uomini e di donne da salvare dalla brutalità della guerra e dalla deviazione dei sentimenti, come del resto vi sono anche salvataggi dai default dei popoli. S’incrociano ancora i temi universali dell’erotismo alla Strauss-Kahn e tra gli amori impossibili ci sono ancora le gesta di altri eroi di ritorno da qualche guerra o ancora serrati in qualche prigione di morte.

Se questa forma di canzone epica è nata in un mondo in cui la scrittura non era il mezzo più comune per comunicare, perché mai nell’epoca di una sensorialità terziaria, di una comunicazione immateriale, liquida, com’è la nostra, non lasciamo che siano proprio le ballate a farci navigare per le acque di questa nostra Europa? 

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