Se il cliente preferisce il divano di casa alla filiale

Il terziario da riformare: le banche

Colpa di internet. Lo ha spiegato qualche giorno fa Francesco Micheli, vicepresidente dell’Abi (la lobby bancaria italiana) con delega alle relazioni sindacali: «Il web ha ridotto del 50-60% le transazioni allo sportello». Alla faccia della retorica della prossimità e dell’italianità, sembra che ai correntisti italiani non importi granché la comodità della filiale sotto casa, rispetto al divano di casa. Peccato che gli istituti di credito non sono stati in grado di reagire in tempo al cambiamento.

Nello studio “Situazione e prospettive dell’attività e della redditività bancaria in Italia (settembre 2013)”, l’Abi mette in fila alcuni dati che svelano lo stato dell’arte con estrema chiarezza:

  • nel 1999 il numero di sportelli ogni 100mila abitanti era pari a 47, nel 2011 è salito a 55. In Europa è sceso da 48 a 41.
     
  • Il numero di transazioni “fisiche” diminuito da 13 a 8 milioni al mese tra 2008 e 2011.
     
  • Negli ultimi quindici anni i costi del personale in rapporto all’attivo sono scesi dall’1,48 allo 0,93%, lo sportello è comunque più caro rispetto alla media europea (campione di 20 gruppi bancari di Francia, Germania, Uk, Spagna, Olanda) che si ferma allo 0,67% dell’attivo.

È il rovescio della medaglia del modello – retorica vuole più solido – di banca commerciale tradizionale, con impieghi e raccolta al 61% dell’attivo (rispettivamente 41% e 50% in Ue). Per la Fisac-Cgil, i numeri raccontano soltanto parte della storia: i dati 2011 evidenziano per l’Italia un costo medio lordo per dipendente di 73mila euro l’anno, al pari della Germania ma inferiore ai 78 di Francia e ai 95mila della Gran Bretagna (dati 2011).

In un recente report, la società di consulenza McKinsey non usa mezzi termini:

«Le banche devono liberarsi delle operazioni ad alta intensità di capitale e semplificare le linee di business per competere in modo più efficiente in minori segmenti di mercato rispetto al passato».

Domanda: quanti posti di lavoro costa la riduzione del perimetro delle attività degli istituti di credito? Le posizioni in campo sono chiare: l’Abi chiede nuove professionalità, più simili ad agenti e promotori finanziari, i sindacati risorse per gestire la transizione senza traumi. Per Agostino Megale (Fisac – Cgil) «le banche sono in ritardo drammatico sulla multicanalità. Nelle sue Considerazioni finali del 2011, l’allora governatore di Bankitalia, Mario Draghi, aveva già sottolineato forti ritardi su questo fronte, oltre a un 20% degli sportelli in esubero». Lando Sileoni (Fiba) invece osserva:

«Dal 2000 a oggi sono usciti in prepensionamento volontario 48mila lavoratori, altri 19mila lo faranno da qui al 2015. Il problema è che quando si tratta di proporre soluzioni, l’Abi non trova mai una piattaforma comune perché le banche rimangono comunque in concorrenza l’una con l’altra».

Oggi le filiali tradizionali hanno una media 7 dipendenti a testa. E sono sotto assedio. Ing Direct, Fineco, i canali web delle banche medesime, come Iwbank del gruppo Ubi. CheBanca! ha puntato su un mix tra un flagship store e un centro assistenza clienti. Alla fisicità della filiale di una volta associa l’agilità della struttura, con un massimo di 4-5 addetti, non di rado ex venditori della grande distribuzione, più flessibili e aperti a un’impostazione customer care. In una struttura così ci sono meno vincoli al movimento delle persone e ruoli più fluidi: la banca è come un negozio dove il commesso serve il cliente dall’inizio alla fine. In questo modo ci si può organizzare meglio, e serve meno personale. L’assetto base di filiale tradizionale, invece, prevede almeno un direttore, due cassieri e tre commerciali. Troppo rigido, a fronte di un calo della redditività del 45% rispetto al 2006-2007, secondo i calcoli di Kpmg.

Il deleveraging è cominciato con il fallimento di Lehman Brothers. Sebbene ancora oggi qualcuno vada in controtendenza. Come Carige, che nell’ultimo piano industriale al 2014 prevede 48 nuove aperture, e Banca popolare di Vicenza, interessata a rilevare 63 filiali di Banca Marche. Gli altri istituti si stanno progressivamente liberando del fardello, attraverso il conferimento degli sportelli ad un fondo immobiliare a cui partecipare come azionisti di minoranza, ottenendo così un rendimento utile a ripagare l’affitto sui medesimi spazi. Ad esempio, nel 2008 il Banco popolare ha affidato a Generali Immobiliare la gestione il fondo Eracle, a cui ha ceduto uffici e filiali per un valore di 800 milioni di euro. Stesso schema per il Fondo Omega di Idea Fimit, a cui Intesa ha trasferito il patrimonio immobiliare detenuto dalla controllata Immit, «composto da 284 immobili a prevalente destinanzione direzionale e filiali» principalmente a Roma e Milano, dal valore di 850 milioni di euro. Stando alle indiscrezioni dei mesi scorsi, Ca de’ Sass starebbe studiando un’analoga operazione per rimpinguare Omega con ulteriori sportelli: le trattative sono in corso e si concluderanno verosimilmente nel secondo semestre.

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Nel piano industriale al 2015 UniCredit prevede che «la percentuale di filiali principali (che offrono tutti i servizi, ndr) calerà dall’87% nel 2011 al 26% nel 2015, garantendo così minori sovrapposizioni e inefficienze», ha spiegato a fine 2012 l’amministratore delegato, Federico Ghizzoni. Piazza Cordusio ne ha già chiuse 1.300 dal 2009 a oggi. A condizione del via libera ai Monti bond, la Commissione europea ha chiesto al Monte dei Paschi di Siena – che ieri ha lanciato la banca online Widiba – una più incisiva riduzione delle filiali, già prevista dal piano industriale al 2015 nella misura di 400. Ancora, il Banco popolare ha annunciato che dal prossimo anno chiuderanno 50 agenzie territoriali e la rete sarà riorganizzata in 394 filiali “hub”, altre 705 “spoke” – che risponderanno alle “hub” e non avranno un responsabile, e altre 548 tradizionali.

I risultati si vedono: Bankitalia ha calcolato che a fine 2012 la rete bancaria contava 32.875 sportelli, rispetto ai 34.178 del 1999, mentre i bancomat sono passati da 45.547 a 43.864 nell’arco di dodici mesi. Ciò significa che 2.223 Comuni su 8.092 non hanno nemmeno uno sportello. Uno su quattro. Non è un’esclusiva italiana: i dati Bce evidenziano nel 2012 una riduzione complessiva degli sportelli dell’8% in quattro anni, a quota 218.687, ovvero uno ogni 2.300 abitanti. Difficile vedere un’inversione del trend.

Le soluzioni sono tante, ma difficilmente standardizzabili. Bnl-Bnp Paribas punta sui promotori, prevedendo l’ingresso di 25 giovani l’anno nei prossimi tre da affiancare ai senior. Intesa Sanpaolo con il progetto Banca Estesa ha allungato in 400 filiali l’orario di lavoro fino alle 20 e il sabato dalle 8 alle 13. Ci sono poi i bancari che approdano alla professione di promotori finanziari, testimoniato dall’aumento delle iscrizioni all’albo nel primo trimestre, che presenta un saldo positivo di circa 300 unità. È il modello Mediolanum: niente bancari né banchieri, ma family e private banker. Cioè venditori, formati presso la corporate university interna. Non è chiaro se sarà il nuovo paradigma della raccolta retail, ma di certo le norme di Bankitalia sostanzialmente impediscono la gestione degli sportelli ai “collaboratori esterni”. Intanto, la discussione tra Abi e i sindacati sugli sportelli, dopo la disdetta del contratto nazionale di questa settimana, si è completamente arenata. Così come la pazza idea del multibrand: una filiale più istituti di credito. Il tutto mentre la disintermediazione sui servizi finanziari avanza a spron battuto, come dimostrano le carte di credito Coop e lo sbarco in Italia di Carrefour Banque, isituto del gigante della grande distribuzione francese. 

Twitter: @antoniovanuzzo

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