Gianni Morandi e quell’Italia che non vuole invecchiare

Il fenomeno tv di “Live in Arena”

Ieri, mentre Twitter impazziva per Gianni Morandi, e poi subito dopo impazziva per Gianni Morandi che duetta con Fiorello, e subito dopo impazziva per Gianni Morandi che duetta con Raffaella Carrà, improvvisamente sono stato attraversato da un’intuizione: non stavo assistendo ad un concerto, ma ad una allegoria dell’Italia, dei suoi peggiori vizi, delle sue migliori virtù, del suo endemico e irrisolto conflitto generazionale.

Già, perché apparentemente le due superserate del cantante emiliano all’Arena di Verona sono il classico eventone che catalizza i commenti del paese, magari anche quelli di chi non le sta guardando. Ma ieri ad un certo punto sembrava che mezza Italia si fosse raccolta davanti al piccolo schermo e volesse cinguettare i suoi commenti, padri, madri, nonne e figli: 5.834.000 telespettatori, per uno share del 23,89. La prima serata più vista di ieri.

E sembrava anche che, mentre questo rito si celebrava, Morandi diventasse ancora una volta un simbolo di un paradosso nazionale: non più il ragazzino precoce anni Sessanta di “Fatti mandare dalla mamma”, non più il contestatore di “C’era un ragazzo”, non più l’uomo risorto di “Uno su mille ce la fa”, e nemmeno il costruttore di grandi successi di “Si puó dare di più”. Ieri Morandi è diventato ancora una volta un simbolo potentissimo quando si è messo a cantare con Raffaella Carrà “Come è bello far l’amore”. Erano lì sul palco, un quasi settantenne e un quasi ottantenne che saltellavano, correvano e ridevano, e per un attimo mi hanno dato l’impressione che quei due ci abbiano invecchiato: è come se noi, il pubblico, fossimo il ritratto di Dorian Gray che invecchia, mentre loro ringiovaniscono. Siamo noi il ritratto che si incartapecorisce mentre loro ringiovaniscono.

E – un minuto dopo – mi sono chiesto se sia normale il rapporto che questa generazione di indubbiamente giganti ha stabilito con il suo tempo e con il nostro tempo: la Carrà, Morandi (ma ci aggiungerei anche Silvio Berlusconi e metà della classe dirigente italiana) non accettano, anzi resistono platealmente all’idea del tempo che passa. Disegnano una nuova idea di vecchiaia, che dentro di sé contiene una plateale aspirazione all’eterna giovinezza. Mi viene in mente che in Italia ci sono grandi vecchi che interpretano diversamente la terza età: c’è l’invecchiare orgoglioso e classico di Paolo Conte o di Francesco Guccini, c’è la bellissima barba bianca di Eugenio Scalfari, c’era fino a pochi mesi fa il bastone vitalissimo di Margherita Hack: il simbolo di un corpo che cede intorno ad un cervello sempre vitale.

La vecchiaia tutta particolare dei tardo-adolescenti alla Morandi, invece, è uno spettacolo diverso, che sviluppa un marketing potentissimo: un fenomeno mediatico che produce un mercato della nostalgia, che ci riscalda tutti e che ci rassicura, perché ci regala l’idea che se a settant’anni si può ballare e cantare per tre ore su un palco in diretta, come fa lui, vuol dire che alla fine c’è davvero speranza per tutti.

Ecco perché, forse, la battuta più bella ieri era quella angelicamente caustica di Fiorello: “Gianni vai dal chirurgo plastico, diciamolo…”. Pausa teatrale. “Sì, Gianni ci va per farsi disegnare le rughe, perché lui di suo non le avrebbe!”. Il duetto con Fiorello, da quel momento in poi è diventato l’icona di un paradosso: Fiorello quarantenne con i capelli bianchi e Morandi settantenne con i capelli color mogano. La straordinaria abilità di Morandi è che solo lui riesce a passare in pochi secondi dall’occhio di bue del protagonismo assoluto, alla capacità di diventare un attimo dopo spalla, co-protagonista, leader che cede spontaneamente la scena. In questo Morandi è più umile di Mick Jagger, il suo repertorio è più datato, ma la sua capacità di rigenerarsi drammaturgicamente è più grande.

Eppure il nodo più importante resta quello del voler essere giovani: tra l’Italia dei grandi vecchi, e quella degli eterni ragazzi di settantanni che lottano per fermare l’orologio della storia, la cosa più difficile è capire come faranno i sub-quaratenni di oggi, i figli del tempo della precarietà che non hanno vissuto spensieratamente nemmeno a vent’anni, come faranno (e come faremo) a trovare lo spazio per provare ad essere giovani senza lifting e senza tinture. 

Twitter: @LucaTelese

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