Addio larghe intese? Così il governo rischia di più

La scissione Pdl vista da Palazzo Chigi

A neanche sette mesi dall’insediamento del governo, le larghe intese rischiano già di restingersi. Difficilmente la scissione all’interno del Popolo della libertà non avrà ripercussioni sulla vita dell’esecutivo. E se Forza Italia e il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano continuano a sostenere Enrico Letta, la possibilità che i fedelissimi berlusconiani decidano presto di strappare è fin troppo concreta. 

A Palazzo Chigi si ostenta ottimismo. Se il Cavaliere smetterà di appoggiare il governo, spiegano, il premier ne uscirà rafforzato. Per il viceministro dell’economia Stefano Fassina l’eventuale uscita di Forza Italia – molto probabile se il 27 novembre il Senato voterà la decadenza di Berlusconi – darà maggiore omogeneità alla maggioranza. «Dopo quello che è successo siamo più compatti» ha confermato in serata il ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge. E se invece non fosse così? A giudicare dalle evidenze, da oggi il cammino del governo Letta sembra più difficile. Anzitutto per un semplice calcolo numerico. Se Forza Italia dovesse davvero sfilarsi, all’esecutivo verrebbero improvvisamente a mancare circa 150 voti tra Camera e Senato. Non sono pochi.

Altrettanto evidente il tema politico. In Parlamento Forza Italia non ha i numeri per far cadere il governo, Silvio Berlusconi lo ha confermato anche oggi parlando al Consiglio nazionale. Eppure il partito del Cavaliere resta uno dei due principali azionisti dell’esecutivo di larghe intese. Se staccherà la spina, la natura e gli equilibri dell’accordo che ha portato Enrico Letta a Palazzo Chigi saranno evidentemente rivoluzionati. La prima conseguenza? Il peso dell’esecutivo ricadrebbe sulle spalle del partito di Epifani. E al momento di votare i provvedimenti più impopolari verrebbe meno anche l’alibi delle larghe intese. 

Intanto si fa sempre più probabile un rimpasto di governo. I cinque ministri del Pdl hanno tutti seguito Angelino Alfano nella nuova avventura del Nuovo Centrodestra. È possibile che un gruppo parlamentare così esiguo – si parla di 30 senatori e una ventina di deputati – sia così sovrastimato a Palazzo Chigi? Le polemiche sono in arrivo. Ieri il ministro Mario Mauro ha lasciato Scelta Civica, oggi i montiani chiedono di essere rappresentati al governo. Ma presto o tardi anche nel Partito democratico qualcuno potrebbe pretendere, e a ragione, qualche posto in più.

Ma la preoccupazione principale per Enrico Letta riguarda il fronte delle opposizioni. In Parlamento rischia presto di saldarsi un inedito e numericamente imponente fronte anti governativo. Se davvero Forza Italia decidesse di lasciare la maggioranza, l’esecutivo si troverebbe sul cammino gli ostacoli di Beppe Grillo, Sinistra Ecologia e Libertà, Lega Nord e dei berlusconiani. Una spina nel fianco continua, in grado di rallentare i lavori parlamentari fino allo sfinimento. Capace di rallentare ulteriormente la già scarsa spinta riformista dell’esecutivo, unica vera ragione delle larghe intese.

Per non parlare del fuoco amico. Nel Palazzo in molti sono certi che il vero problema per Enrico Letta arriverà dal congresso Pd. In programma il prossimo 8 dicembre. «Se Matteo Renzi diventa segretario, secondo voi accetterà di farsi logorare da un simile governo per due anni?» si chiedevano in tanti al Consiglio nazionale Pdl. Il dubbio è lecito. Dopotutto anche nel centrosinistra non tutti vivono con entusiasmo l’esperienza delle larghe intese. «Il governo che sosteniamo, anche incalzandolo ad avere più coraggio, deve fare le cose per le quali si è impegnato» spiegava nel pomeriggio l’altro candidato alle primarie Gianni Cuperlo. Tensioni su tensioni, che a lungo andare potrebbero determinare il futuro a Palazzo Chigi del premier.

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