Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi molla il governo. Finiscono le larghe intese. E sfioriscono i sogni delle grandi riforme del governo di Enrico Letta battezzato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. È in salita la vita dell’esecutivo a trazione Partito Democratico, Nuovo Centrodestra e Scelta Civica. Ma nelle prossime settimane, in soccorso di Letta e Angelino Alfano, oltre ai senatori a vita, il gruppo delle autonomie e i transfughi del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, potrebbe comparire un alleato nemmeno troppo insospettato: la Lega Nord di Roberto Maroni.
Suggestione? Fantascienza? In realtà a sentire esponenti di via Bellerio, sede del Carroccio, l’ipotesi sarebbe più concreta che mai. Certo, la Lega aveva già annunciato che non avrebbe votato la fiducia sulla legge di stabilità, ma a breve, quando al Senato ci sarà da ballare (ora la maggioranza è di appena 7 senatori ndr), potrebbero essere proprio i leghisti a dare manforte a questo esecutivo molto democristiano. In particolare sulle riforme istituzionali, perché senza Forza Italia non ci sono più i due terzi dei voti parlamentari. D’altra parte fu proprio la Lega decisiva il 23 ottobre in occasione del voto sulla legge costituzionale che istituì il comitatone per le riforme voluto dal ministro Gaetano Quagliariello.
E lunedì a Milano, durante un convegno sulle infrastrutture promosso dalla Fondazione Italiani Europei di Massimo D’Alema, è stato proprio Maroni insieme con il ministro Maurizio Lupi a buttarla lì: «Se il governo dovesse abolire il patto di stabilità nei comuni allora potremmo sostenerlo». E’ una semplice battuta secondo la maggioranza dei leghisti, ma in realtà cova al suo interno un paio di certezze: la Lega non vuole il voto anticipato in una fase più che mai confusa all’interno del movimento e il governatore lombardo non ha interesse a far cadere l’esecutivo in vista dell’Expo 2015. In via Bellerio c’è voglia di stabilità. Anche in Lombardia, dove i falchi del Pdl minacciano e Roberto Formigoni sta tentando in tutti i modi di piazzare uno dei suoi all’assessorato alla Sanità di Mario Mantovani.
I numeri nei sondaggi sono al lumicino. Il Carroccio attraversa da ormai due anni un travaglio senza tregua, dopo lo scandalo Belsito e la deposizione dello storico leader Umberto Bossi, a meno di due settimane dal congresso che dovrebbe incoronare Matteo Salvini nuovo segretario federale. Non solo. La situazione in Piemonte del governatore Roberto Cota, indagato sulla vicenda dei rimborsi in consiglio regionale, preoccupa le truppe padane che potrebbero perdere una delle tre regioni del Nord. Di questo e molto altro avrebbero parlato proprio Lupi e Alfano e Maroni negli ultimi incontri al Pirellone.
Sull’agenda di Bobo ci sono due appuntamenti segnati con la matita rossa. Il primo è fissato per giovedì nella commissione Affari Costituzionali, quando la mozione di Roberto Calderoli sulla Legge Elettorale sarà votata anche dal Pd. D’Alema, sempre a Milano, ha avuto parole di stima per l’ex creatore del Porcellum: «Almeno ha una proposta chiara, quella di ritorno al Mattarellum». La questione è complessa. Eppure nella stessa commissione proprio la mozione dei democratici è stata affossata. Sono rimaste solo quella leghista e quella del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Già in questa occasione, quindi, si potrebbe creare un asse inedito tra la Lega e l’esecutivo. L’altro appuntamento è sempre per giovedì 28. Giancarlo Giorgetti, capogruppo alla Camera, darà il via alla commissione sul federalismo fiscale, ritornando su un argomento ormai scomparso dall’agenda politica da almeno due anni.
Proprio attraverso Giorgetti transitano le grandi manovre di Napolitano e Letta per coinvolgere i 16 senatori leghisti nell’approvazione delle riforme costituzionali più importanti. La mente economica della Lega conosce bene la situazione dei conti pubblici in Italia e le ripercussioni che potrebbe avere una caduta del governo di fronte all’Europa. Per questo motivo si tratta, anche se – ricorda un deputato del Pd – «quando Salvini diventerà segretario potrebbe diventare tutto più difficile: di sicuro vorrà fare campagna elettorale contro il governo e contro l’Europa». Il quadro è in evoluzione. Ma alcuni segnali di intesa continuano ad arrivare. Intanto l’assessore al Bilancio di regione Lombardia Massimo Garavaglia è entrato nel consiglio di amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti. Garavaglia, bocconiano, è un fidatissimo di Giorgetti ed è stato nominato dal ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni.
Non solo. Il punto vero di contatto tra il governo e Maroni riguarda il futuro delle alleanze politiche. La Lega non ha ancora un’identità ben definita. Indipendentista? Anti europeista? Anti euro? L’unica certezza è l’affinità che unisce Bobo ad Alfano. Anche il governatore del Carroccio sembra aver capito che dopo la decadenza di Berlusconi il futuro della politica italiana non sarà più lo stesso. Lo storico asse del Nord tra Bossi e il Cavaliere è ormai solo sui libri di storia. «E io non voglio lasciare la Lega nel museo della seconda Repubblica» ha detto Maroni. Un appoggio esterno al governo, forse, potrebbe aiutare.