Il dilemma di Telecom: come guadagnare senza investire

L’assemblea di venerdì 20 dicembre

La domanda non è mai stata così alta, ma si lotta per non arretrare. Sembra un paradosso, è la realtà quotidiana di Telecom Italia. Margini in calo costante, poche risorse per gli investimenti, equilibri da definire con i big del web come Google e Amazon – che offre servizi cloud gratuitamente – sviluppo della tecnologia di rete. E contemporaneamente, da parte degli utenti, una fame crescente di contenuti web. Richieste impossibili da tradurre in profitti veri: in un mercato maturo come quello italiano, la competizione sulle offerte in abbonamento si gioca abbassando l’asticella del prezzo. Due sono le vie d’uscita possibili: un ulteriore consolidamento del settore, leggi fusioni e acquisizioni, oppure servizi per smistare dati a velocità (e costi) crescente per clienti e aziende disposti a pagare di più. 

Sulla rete fissa, l’Italia paga dazio all’assenza di un’offerta televisiva via cavo, i cui contenuti ripagano gli investimenti nel miglioramento dell’infrastruttura come avviene negli altri Paesi. Tuttavia, alla vigilia della battaglia assembleare che cambierà i connotati alla società e con “soli” 3 miliardi disponibili l’anno per lo sviluppo delle reti di nuova generazione – livello invariato nel nuovo piano industriale rispetto al precedente, datato 2011 – l’ex monopolista deve però rispettare un imperativo categorico: migliorare la connettività degli italiani. Perché la rete fissa è privata, ma è un affare di Stato. Non tanto per motivi di sicurezza nazionale, visto che i fornitori di materiali elettronici sono già stranieri – la cinese Huawei e Alcatel Lucent – quanto per una questione di produttività.

Secondo un report diffuso ieri dall’Istat, se «il 94,8% delle imprese è connesso a Internet in banda larga fissa o mobile (93,6% nel 2012)», «circa il 29% di quelle connesse a Internet dichiara di disporre di velocità nominali pari o superiori a 10 Mbit/s». Nel 2012 era il 26%: un minimo miglioramento, del tutto insufficiente. Il confronto con gli altri Paesi è impietoso: le connessioni broadband (vedi tabella sotto) con velocità superiore ai 10 megabit al secondo, nelle aree densamente popolate in Italia nel 2011 erano il 50% rispetto a una media Ue del 70 per cento (dati Eurostat). E l’agenda digitale stilata dall’Eurocommissario Neelie Kroes impone agli Stati membri tanto di navigare a 30 mega entro il 2020 quanto di coprire a 100 mega il 50% della popolazione.

Per Oscar Cicchetti, direttore della strategia di Telecom Italia, non avendo l’Italia una competizione infrastrutturale basata sul cavo, l’impasse si risolve così: «La regolamentazione ha sempre garantito l’accesso alla rete Telecom a condizioni eque e non discriminatorie e, con la creazione di Open Access, è stata realizzata la totale “equivalence of output” e cioè la fornitura di prodotti all’ingrosso a condizioni, prezzi e prestazioni equivalenti alle divisioni retail di Telecom ed agli Olo (other licensed operators, ovvero Wind, H3G e Vodafone, ndr). Per le nuove reti il paradigma giusto è quello indicato dal commissario Kroes e cioè dell’eliminazione dell’orientamento al costo in presenza di “equivalence of input” e cioè la totale equivalenza non solo di prodotti e prezzi ma anche dei processi di acquisto, delivery e manutenzione. In questo modo gli investimenti in rete fissa possono contare su un quadro regolatorio stabile che ne assicura la redditività, senza scalfire la competizione nei mercati retail». 

Il canone d’affitto all’ingrosso dell’ultimo miglio della rete, abbassato dal regolatore Agcom da 9,28 a 6,28 euro al mese, non ha trovato d’accordo né l’eurocommissario per l’Agenda digitale Neelie Kroes né il commissario alla Concorrenza Joaquin Almunia, che nella loro raccomandazione indirizzata al regolatore ne hanno intimato il rialzo. «Telecom aveva anche manifestato, in presenza di un quadro regolatorio certo e in grado di incentivare gli investimenti in nuove reti», ricorda Cicchetti, «la disponibilità ad una separazione societaria e l’apertura a “capitali pazienti”». La strada individuata da Marco Fossati, azionista al 5% attraverso Findim e promotore dello showdown nei confronti dell’attuale management espressione di Telefonica, è l’ingresso della Cassa depositi e prestiti. Senza scomodare lo Stato e i risparmiatori postali, che già detengono la maggioranza di Metroweb – operante nella fibra ottica a Milano – la rete scorporata funzionalmente, è convinto Cicchetti, potrebbe essere attraente per investitori istituzionali. Sul modello di Openreach, la società a cui l’incumbent British Telecom ha conferito la rete fissa. 

Visto che nuovi cavi in fibra ottica sono troppo costosi da posare, per ora la strategia di Telecom è aumentare la velocità della rete in rame: «Abbiamo deciso di creare un’infrastruttura con tempi di realizzazione molto veloci e costi unitari contenuti che accelera l’accessibilità al servizio a 30 megabit È il Fttcab (fiber to the cabinet), che prevede collegamento in fibra ed elettronica di nuova generazione negli armadietti stradali. Ad una distanza inferiore ai 400 metri (che è il raggio entro cui ricadono la maggior parte delle unità immobiliari servite dall’armadietto) si raggiunge agevolmente una velocità di 30 Megabit in download», spiega Cicchetti. «In poco più di un anno la rete di nuova generazione ha raggiunto il 15% delle unità immobiliari ed a fine 2016 la metà del Paese sarà coperto».

Che la tecnologia sia buona per trasmettere i film e le partite è però tutto da dimostrare. Ciò nonostante, la televisione online diventerà presto la leva privilegiata di Telecom per recuperare redditività. Dice Cicchetti:  «Le nostre sono reti sono nate come reti di comunicazione one to one ma stanno diventando reti di distribuzione di contenuti e applicazioni. In conseguenza di ciò cambia profondamente l’architettura della rete che diventa full Ip e con un’intelligenza in grado di adattare le performance e cioè la qualità dell’esperienza in funzione del tempo, dello spazio, dell’utilizzatore, del fornitore del servizio, della tipologia di contenuto o servizio. Cambiano anche i modelli di interconnessione tra reti: l’interconnessione per i servizi voce era basata sui volumi, internet della prima genrazione, quella best effort, è cresciuta con il peering e cioè con l’interconnessione free di tutti con tutti. L’internet di oggi, e cioè l’internet dei servizi richiede un modello di interconnessione basata sul valore dei servizi. Ogni contenuto ha un valore per chi lo fornisce e per chi lo usa e c’è e sempre più ci sarà la disponibilità a pagare per una qualità diversa dal best effort. Possono essere i clienti che desiderano un servizio premium o i fornitori di servizi e contenuti che sono disposti a retrocedere una quota dei loro ricavi diretti o indiretti. Questo approccio cambia radicalmente i rapporti con gli “over the top” (Google e Facebook, ndr)».   

Traducendo: sarà disponibile una sorta di bottone del “turbo” per vedere la partita o il film in streaming senza intoppi. Un gioco potenzialmente pericoloso, se il regolatore non è in grado di imporre parità di accesso per tutti. Chiunque amministrerà Telecom, da domani sera dovrà scegliere: abbandonare l’Italia al suo destino o aprire un mercato difficile – le discussioni con Google sono in corso – dove i margini di manovra sono risicati e vanno a toccare la libertà d’espressione protetta dalla Costituzione. C’è da dire che gli ulteriori spazi di crescita di Telecom in Brasile nel mobile broadband sono enormi, così come sono generosi multipli (si parla di 15 volte il margine lordo) su cui il management ha lasciato intendere di essere disposto a trattare per un’eventuale vendita. Dirottare i ricavi in Italia per sviluppare un mercato maturo è un altro discorso. Tuttavia, la rete fissa non può sottostare alle logiche finanziarie di breve termine di una società pesantemente indebitata e con una governance da costruire.