È un finale tragico, a tratti drammatico, quello del vecchio apparato di Pci-Pds-Ds nelle regioni settentrionali. Dopo aver vinto poco o niente, tra elezioni politiche e amministrative, in questi vent’anni contro il leader di centrodestra Silvio Berlusconi e la Lega Nord, le primarie del Partito democratico cancellano di fatto un gruppo dirigente che sperava di sopravvivere (almeno) grazie al carro di Gianni Cuperlo. E invece la vittoria schiacciante di Matteo Renzi in Lombardia (66%), in Piemonte (68,8%) e in Veneto (69,2%) non promette nulla di buono per un area politica reduce da una sconfitta dopo l’altra. L’ultima in ordine di tempo, alle ultime elezioni lombarde contro il leghista Roberto Maroni.
Perché, oltre all’affermazione dell’ex rottamatore fiorentino, c’è da tenere in considerazione il successo di Giuseppe “Pippo” Civati. Il deputato monzese arriva secondo in tutte le regioni del Nord, tranne in Liguria. Mentre in Emilia Romagna, la regione rossa per antonomasia, Pippo sfiora il colpo gobbo arrivando solo a un punto di distanza dall’ex numero uno della Fgci, legato all’area più tradizionale della tradizione Ds.
Il risultato non lascia spazio all’immaginazione: la voglia di cambiamento legate alla sinistra o al centrosinistra sono più forti della vecchia classe dirigente del Pci-Pds-Ds. Certo, Renzi e Civati possono rappresentare due elettorati differenti, il primo più vicino al centrodestra e ai moderati e l’altro ai grillini, ma rimane che a subire la sconfitta più cocente è quell’area pidiessina rimasta intoccabile dopo vent’anni di sconfitte, avvinghiata con le unghie ai posti nelle partecipate o nei consigli comunali e regionali. Immobile, come il centrosinistra che in queste regioni ha fatto sempre fatica a imporsi contro l’asse del Nord Berlusconi-Bossi. E che si è smosso da ultimo solo con la vittoria di Deborah Serracchiani in Friuli Venezia Giulia: sarà un caso ma era alla Leopolda del 2010 con Civati e Renzi.
È lunga la serie di candidati perdenti in queste regioni. Ci sono nomi che alcuni non ricordano neanche più. Come in Lombardia, quando Formigoni vinse contro Diego Masi nel 1995. O come l’ultima sconfitta del 2010 di Giuseppe Bortolussi contro Luca Zaia. A Milano è servito il colore arancione di Giuliano Pisapia nel 2011 per ribaltare un dominio incontrastato dai tempi di Tangentopoli. Persino a Torino, dove sindaco è il neo-renziano Piero Fassino, ma ex segretario e dirigente di lunghissimo corso, Civati s’impone su Cuperlo in quasi tutti i quartieri: lo sceglie quasi un elettore su cinque (19,7% delle preferenze), mentre il suo avversario è fermo al 16,6. Renzi si ferma al 63,6 per cento.
Non solo Torino. Anche nella provincia di Milano si affermano i due della prima Leopolda: Renzi 63,2%, Civati 21 %, Cuperlo 15,8%. Il vecchio Pd tiene in provincia di Bergamo, patria del tesoriere del partito Antonio Misiani, ma va in frantumi a Brescia, altro capoluogo di provincia dove solo di recente Emilio Del Bono ha sconfitto l’uscente Paroli.
Lo stesso accade in Veneto. Civati arriva al 16,3% nella regione governata dal leghista Luca Zaia, dove il Movimento 5 Stelle continua a tirare per la maggiore dopo la debacle della Lega Nord. Renzi è al 69,2%, mentre Cuperlo si ferma al 14,5%, un’altra conferma di come persino i successi di Padova del sindaco Pd in salsa “leghista” Flavio Zanonato siano ormai un lontano ricordo: il ministro per lo Sviluppo Economico aveva scelto di votare per il candidato triestino. Nel comune di Padova Renzi è al 62,5%, Civati 20,7% e Cuperlo 16,4%. D’altra parte in Veneto, come in Lombardia, le vittorie del centrosinistra si sono sempre arrivate con il contagocce. E gli stessi risultati si hanno in Friuli-Venezia Giulia, in Trentino Alto Adige e in Valle D’Aosta. Le primarie del Pd stravolgono per sempre la politica del Nord Italia, territori delle piccole medie imprese che hanno dimenticato la Lega per sposare al momento Beppe Grillo, ma che presto potrebbero orientarsi in altra maniera.
le primarie PD al Nord | Create infographics
Matteo Salvini, classe 1973, è il nuovo segretario della Lega Nord. E ora dovrà confrontarsi contro due politici più giovani di lui. Nel 2010 l’ex leader del Carroccio Umberto Bossi diceva dopo aver vinto in Piemonte e Veneto: «Al Nord la sinistra non esiste più». Dopo appena tre anni invece chi non c’è più è proprio il Senatùr. Mentre il Pd esiste. E con Renzi e Civati prova a cambiare.