Viaggio natalizio nell’autonomia altoatesina

Reportage

Se le montagne dell’Alto Adige sono un’attrazione turistica aperta 365 giorni l’anno, il capoluogo della provincia autonoma, Bolzano, entra in contatto con i turisti provenienti dal resto del Paese soprattutto a dicembre, quando si svolge il primo e più famoso mercatino di Natale d’Italia.

Assieme a Markus, il fotografo di questo reportage, ho scelto questo momento dell’anno per viaggiare assieme ai turisti e raccontare la più blindata, invidiata e discussa delle autonomie italiane, quella altoatesina.

Durante l’avvento oltre 600mila turisti arrivano a Bolzano in auto, a bordo di treni strapieni o con i pullman di viaggi organizzati (anche 300 a weekend ). Vengono dal Nord Italia, ma anche dalla Toscana, dalla capitale o da Napoli e Salerno (880 chilometri di distanza). Tutti compattamente alla ricerca di una cosa: lo spirito natalizio.

(Tracce di spirito natalizio)

Anche se di primo acchito sembrerebbe un bene non commerciabile, è buona norma non mettere mai limiti alle capacità mercantili degli altoatesini.

Fondato nel 1991 il mercatino di avvento di Bolzano è stato il primo esempio a sud del Brennero di quella che nel mondo tedesco è una tradizione di lunga data.

Un esperimento che come La settimana enigmistica ha generato innumerevoli di tentativi d’imitazione, prima nel zone limitrofe (presso gli arcinemici di campanile di Trento, ma anche a Merano, Rovereto, Bressanone e in centri minori) e poi a macchia d’olio in tutto il nord fino ad arrivare in città del meridione come Bari o Potenza, con successi altalenanti.

(L’originale Preztelandia)

Il mercatino ufficiale di Bolzano in sé non è molto grande, si tratta appena di qualche decina di casette di legno in piazza Walther Von der Vogelweide, detta solo «Piazza Walther» dai bolzanini, presumibilmente per evitare di finire tutto il credito del telefono prima di riuscire a spiegare dove si trovano.

La limitata grandezza del mercatino è compensata dal fatto che l’intero centro storico è attrezzato con bancarelle e stand per il vin brûlé.

(Cavalli, il mezzo di trasporto più diffuso nel centro storico di Bolzano durante il periodo del mercatino per il sommo godimento dei turisti metropolitani)

I turisti fanno le vasche avanti e indietro sotto lo sguardo dei commercianti che li osservano badando soprattutto alle buste nelle loro mani.

«Vedi che c’è un po’ di crisi perché ci sono meno confezioni di Strudel» dice una ragazza che lavora in una casetta. «Quella è la cosa che prendono tutti perché come lo facciamo noi in Italia non lo fa nessuno».

Ogni anno qui c’è un copricapo tipico, il primo fu quello di Babbo Natale, in variante semplice, con campanello o con lucetta al posto del pon-pon se proprio volevate osare.

Il 2013 invece sembra essere decisamente l’anno dei cappelli zoomorfi.

(al centro cappello Obelix, che nel resistere ora e sempre all’invasore era un antesignano dei sudtirolesi)

Nel mercatino si vendono anche oggetti tipici come le statuine di legno della val Gardena.

Si tratta di artigianato che richiede competenze e ore di lavoro e quindi costa relativamente caro. Questa natività ad esempio viene 230 euro, 100 euro in meno se non la volete colorata.

Quello che tira davvero al mercatino di Bolzano come in tutti i mercatini di Natale però è l’oggettistica minuta, palline per gli alberi, angioletti e altri articoli da pochi euro.

Alcuni, come quello nella foto, sono venduti a un prezzo ragionevole, altri invece a una cifra talmente stracciata che ti chiedi come sia economicamente sostenibile.

Stiamo riflettendo su questo quando, senza alcun’ombra di connessione fra i due temi, incontriamo questi ragazzi della Lega studenti cinesi in Italia, anche loro in gita al mercatino.

Questi signori qua sotto invece vengono da Prato, soggiornano in Trentino e si spingono fino a Bolzano ogni anno per prendere la tazza ufficiale del Mercatino, quella che ti danno con 3 euro di cauzione agli stand del Vin Brûlé. Fino ad oggi le hanno collezionate tutte.

Oltre al Vin Brûlé e al succo di mela con aggiunta strategica di rum, i prodotti più venduti sono speck, il già citato strudel, i vini, le grappe e i formaggi.

(formaggio sudtirolese, direttamente dal produzent al consumatore)

Questo venditore di formaggi all’inizio non ci vuole parlare poi, come succede spesso con i germanofoni di tutte le latitudini, basta insistere un po’ e si apre.

«Si vende?»

«Se spingi sì eh».

«E cosa si vende?»

«Quello che spingi».

«Ma c’è meno gente del solito?»

«Boh, io vado sempre dritto».

spiega in una perfetta summa di pensiero sudtirolese. Poi ci offre due tipi di formaggio con il miele «Mica male eh?» chiede e poi ci racconta che il suo maso è dalle parti di Egna e le mucche mangiano fieno della val di Fiemme.

«Visto che mi hai fatto parlare eh?»

Dice con il suo forte accento tedesco, un po’ dispiaciuto un po’ divertito. Il formaggio è buono e alla fine Markus gliene compra un pezzo

«Vuoi tutta forma? Massimo la usi come ruota di scorta».

«Ahahah».

«Ahahah».

«No, solo un pezzo grazie».

Prende la banconota da 50 e chiede:

«Hai detto che siete di un giornale di Milano eh?»

E si mette a guardarla controluce per vedere se è falsa in una tipica gag-fino-a-un-certo-punto. Non proviamo nemmeno a spiegargli che scriviamo per un giornale di Milano ma non siamo di Milano e stiamo al gioco.

Questo signore invece è un bolzanino di lingua italiana che resiste strenuamente alla dittatura dei cappelli a forma di coniglio.

Ci fa assaggiare le grappe e ci racconta la storia dei Brennerträger, i distillatori ambulanti che 3 secoli fa se ne andavano in giro per le montagne con un carretto con tutto il necessario per distillare grappa di contrabbando.

Vagare per i paesi con decine di litri di grappa è però il genere di attività che comporta un elevato rischio professionale di ubriacarsi, così i distillatori divennero noti per il baccano che facevano e per la disinvoltura di cui facevano sfoggio con le locali fanciulle, guadagnandosi così il nome di «Sturmbrenner» che si potrebbe molto liberalmente tradurre come «portatori di tempesta».

Fu l’imperatrice Maria Teresa D’Austria a risolvere l’increscioso dualismo fra la necessità di approvvigionarsi di grappa e quella di mantenere le proprie figlie illibate, concedendo ad ogni maso di produrre fino a 300 litri di spirito per uso personale.

L’uomo delle grappe ci racconta anche la storia di una multinazionale inglese che colpita dalla qualità del prodotto di una distilleria dei pressi di Bolzano ha provato, senza successo, a commissionargli una parte della sua produzione di rum.

«Ti puoi figurare se un sudtirolese si mette a produrre per una multinazionale inglese».

Chiosa l’uomo delle grappe. Infatti mentre mezzo mondo si sbraccia per attirare gli investimenti stranieri e prova a pensare globale, la mentalità da queste parti, figlia di un misto di tradizioni di un territorio montano e ultra cattolico e di resistenza all’invasore, pone il Südtirol stabilmente al centro del mondo a misura universale di tutte le cose, in uno splendido isolazionismo ultralocalista.

Proprio di fianco al mercatino c’è il palazzo di Alto Adige Marketing, che in dicembre diventa un grande calendario di avvento, solo che dietro alle finestre al posto dei cioccolatini della tradizione tedesca, c’è un budget annuale di 23 milioni di euro, che sono tanti ma comunque solo un terzo di quello che spende il vicino Trentino.

D’altro canto il turismo è il volano dell’economia del territorio e fornisce fra alberghi, ristoranti e negozi quasi 60mila posti di lavoro.

Qui due turisti tedeschi in pantaloncini corti e bicicletta con zero gradi. Il turismo germanico rappresenta il 52,8% del totale in Alto Adige ed è in crescita, mentre quello italiano è in flessione del 3,7 per cento. In qualche modo è come se i tedeschi sentissero meno la crisi.

Parlando con i turisti italiani i temi che ritornano sono sempre gli stessi, al di là dell’atmosfera natalizia…

(+ cavalli = + atmosfera)

…quello che colpisce è la pulizia della città e l’ordine.

È solo scavando un po’ e soprattutto mettendo in chiaro che non lavoriamo per un giornale locale, che vengono fuori lamentele per qualche commesso che si ostina a parlare in tedesco anche quando capisce che sei italiano «Perché se tu vieni a Salerno mica ti parlo dialetto» ma soprattutto emergono parecchie riserve per il regime di autonomia speciale assieme al rispetto per come i soldi vengono usati.

In soldoni le due polarità del discorso sono «questi c’hanno un sacco di soldi (sottointeso: nostri)» e «ma bisogna anche dire che li sanno usare».

Ma come stanno realmente le cose per quanto riguarda l’autonomia?

In Alto Adige rimane il 90% delle imposte, una percentuale molto superiore a quella destinata alle regioni a statuto ordinario, un regime fiscale che permette alla provincia autonoma di Bolzano di sfornare ogni anno una finanziaria da più di 5 miliardi di euro. Non male per 510mila abitanti. Questi numeri però vanno commisurati al fatto che la provincia si occupa di moltissime competenze che nel resto d’Italia sono finanziate direttamente dallo Stato. Questo significa tra l’altro che sul territorio ci sono 39.734 dipendenti provinciali contro i 1.303 statali.

La domanda da porsi è piuttosto: potrebbe lo Stato italiano sopravvivere se tutte le regioni si tenessero il 90% delle imposte? La risposta univoca degli economisti è no.

L’altro quesito utile a capire la questione fiscale altoatesina è: quanto spende lo Stato per le competenze rimanenti che dovrebbe finanziare con il suo 10% di tasse?

Qui gli studi sono discordanti e a seconda della fonte variano fra il miliardo e 140 milioni, e i 600 milioni l’anno.

Di sicuro c’è però che quando Thomas Widdman, esponente dell’ala liberale dell’Svp, ha lanciato l’idea di comprare da Roma l’autonomia totale, mettendo sul tavolo dell’agonizzante bilancio nazionale 15 miliardi di euro, Durnwalder l’ha subito rimesso in riga. Segno che forse non conveniva poi così tanto.

(Le forze dell’ordine sono una delle poche competenze rimaste allo Stato a queste latitudini. Nella foto il comodo presidio natalizio del Mercatino dove potete denunciare gli scippi senza spingervi fino in questura. «Scippi a Bolzano?» chiediamo. «Anche i delinquenti sono in trasferta» ci rispondono. L’opzione delinquenti altoatesini a quanto pare non è contemplata. Sarà per via dell’effetto dissuasore degli angioletti.)

Ma chi si scaglia contro l’autonomia, invocando un’abolizione resa improbabile anche dagli accordi internazionali con l’Austria, non considera un fattore fondamentale, ovvero la storia di questa terra.

La prima cosa da sapere è che «Trentino-Alto Adige» è poco di più che l’espressione verbale indicante l’unione di due province (quella di Trento e quella di Bolzano) autonome e radicalmente diverse fra di loro.

Solo in Alto Adige esiste una corposa minoranza di lingua tedesca che di fatto sul territorio è netta maggioranza rappresentando il 68% della popolazione. Il Trentino invece è sempre stato il Welschtirol ovvero «il tirolo degli italiani» e le sue minoranze linguistiche interne sono una parte infinitesimale della popolazione, cosa che lo rende un territorio molto più simile al resto delle regioni dell’arco alpino italiano.

L’autonomia del Trentino è arrivata perciò a traino della lotta dei sudtirolesi ( termine che nel dibattito locale indica gli altoatesini di lingua tedesca) i quali non accettavano di essere minoranza in una regione a maggioranza italiana e puntavano a diventare maggioranza in una provincia autonoma (il cosiddetto Los Von Trient). Per questo Durnwalder ha definito tempo fa quella tridentina «un’autonomia quasi gratis».

Durante le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia c’è stato un piccolo scontro fra Napolitano e Durnwalder (due personaggi che normalmente vanno d’amore e d’accordo) quando quest’ultimo ha detto ai giornali di non sentirsi italiano bensì esponente di una minoranza austriaca. A seguito di questa uscita mentre molti italiani si indignavano e chiedevano un’impossibile revoca dell’autonomia, il tiepido dibattito dalle parti di Bolzano è ruotato piuttosto attorno alla questione «dobbiamo ancora considerarci austriaci o piuttosto Sudtirolesi tout court?».

L’opzione «Italiani» non era, ieri come oggi, molto quotata.

(Il resto d’Italia visto dalla prospettiva degli altoatesini è un po’ diverso da quello che ci si immagina)

Questo soprattutto perché tentativi d’italianizzazione coatta dei sudtirolesi durante il fascismo hanno lasciato una ferita profonda, un trauma collettivo che viene tenuto costantemente vivo dalla retorica politica e mediatica locale.

I grossi temi di cui qui i giornali discutono da sempre sono la rimozione o il depotenziamento dei «relitti fascisti» come l’arco di piazza Vittoria e il duce a cavallo di fronte al tribunale oppure il bilinguismo, campo in cui la politica germanofona è passata dalla difesa all’attacco, sostenendo l’associazione alpinistica Alpenverein che sostituisce utilizzando soldi pubblici i cartelli bilingui con quelli monolingue in tedesco, con buona pace dei turisti e degli abitanti italofoni.

(Il Dolomiten è il giornale più importante dell’Alto Adige, ed è considerato l’House organ dell’Svp)

Gli accordi internazionali con l’Austria a tutela dell’autonomia, le sofferenze sotto il fascismo, il periodo delle lotte e del terrorismo, l’eterogeneità culturale rispetto al pur vario contesto italiano, fanno si che la maggior parte dei sudtirolesi si percepisca come qualcosa di sostanzialmente diverso e inassimilabile rispetto al resto della nazione.

Ad esempio se nel resto d’Italia coltiviamo l’idea che chiunque si taglierebbe una mano (a parte i francesi ovviamente) per poter scrivere «made in Italy» sui propri prodotti, in Alto Adige, dove fino a prova contraria si potrebbe fare, si preferisce spesso dare più visibilità al marchio provinciale, persino sulla produzione destinata all’estero.

(alla fine ho ceduto e ho comprato una grappa, quella fatta sulla ricetta degli s türmbrenner ovviamente)

L’Alto Adige per i sudtirolesi non solo il posto più bello del mondo ma anche l’orizzonte definitivo, conchiuso e fortunatamente lontano due ore di auto dall’Italia a statuto regolare. Una terra lontana percepita spesso come mafiosa, corrotta o populista.

C’è un vecchio motto che circola in Alto Adige che dice «Sotto Salorno (il paese che segna il confine a Sud con il Trentino, ndr) il mare», è poco più di una battuta ma rende bene l’idea di dove stia l’ombelico del mondo per i sudtirolesi.

L’Alto Adige è una terra ricca e ripiegata su se stessa e sulla sua grassa autonomia e vive con un certo fastidio la modernità e la dimensione globale. Questo il motivo che tra l’altro ha spinto il re delle marmellate Oswald Zuegg a spostare la propria azienda a Verona lamentandosi del fatto di non riuscire a trovare gente che parlasse l’inglese e aggiungendo che «l’altoatesino medio crede di trovarsi al centro del mondo».

Basta poco per cogliere questo atteggiamento, come quando provando a fare una domanda ad una commessa in una casetta che vende cappelli questa ci risponde «il titolare non vuole, non possiamo parlare con i giornalisti, nemmeno con quelli locali».

Con un tono in corsivo che lascia pochi dubbi su quale sia la categoria più importante fra le due. Qui il Sudtirolo viene sempre e comunque per primo.

La pubblicità qui sotto, diffusa nei capoluoghi di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia, invece rende fra le righe bene l’idea di cosa i sudtirolesi pensino nella migliore delle ipotesi del Nord Italia.

Da notare, in quella che potrebbe anche essere vista come la più ardita dimostrazione d’italianità dell’Alto Adige mai tentata, che più o meno è anche quello che pensava Totò.

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Ed è nel suo essere e considerarsi altro che si trova la ragione ultima della senso di giustizia qui unanimemente condiviso rispetto al regime fiscale autonomo di cui gode l’Alto Adige.

Durnwalder nelle occasioni in cui si rivolge ad interlocutori fuori dalla sua terra non fa mistero di essere stato trattato bene, ma non manca nemmeno mai di ricordare che i sudtirolesi non hanno chiesto di essere annessi all’Italia nel 1919. Il senso ufficioso e sui cui buona parte dei sudtirolesi si trovano d’accordo è che i vantaggi fiscali (impensabili in Austria) sono una specie d’ indennità di prigionia che l’Italia paga al popolo sudtirolese.

Oltre a pensarsi come un corpo estraneo costretto dentro un organismo ostile (ma economicamente generoso), l’Alto Adige è però anche una terra decisamente complessa, in cui il passato ingombra una parte cospicua del presente e detta le condizioni del dibattito pubblico.

Il capoluogo, Bolzano è una città atipica nel panorama provinciale, essendo uno dei soli tre comuni in cui la maggioranza della popolazione (il 70%) è di lingua italiana. Una proporzione invertita rispetto al resto della provincia, dove nei paesi delle valli gli abitanti di lingua italiana possono arrivare tranquillamente anche all’uno percento, cioè grossomodo i carabinieri.

(Uno dei tre comuni in cui la maggioranza degli abitanti è italifona, per questo il toponimo in italiano è sopra. No, non è una battuta. L’ordine delle lingue è un grosso tema in Alto Adige)

Bolzano è principalmente una città di servizi, tuttavia si trovano qui o nei dintorni alcune aziende note in tutta Italia come la Loacker o la Thun che sarebbe un po’ la Fiat locale se non fosse che nel capoluogo altoatesino il gruppo torinese è effettivamente presente con Iveco Defence, uno stabilimento che produce veicoli per le forze armate ed è una delle poche eredità del periodo di italianizzazione fascista durante il quale il capoluogo passò da 30mila a 100mila abitanti e venne costruita la zona industriale per dare lavoro agli immigrati che provenivano principalmente da Trentino, Veneto, Calabria e Sardegna.

(Angioletti Thun, Bolzano’s pride)

Contrariamente a quello che pensano molti italiani delle altre regioni qui la divisione fra le etnie è netta: ci sono scuole tedesche e scuole italiane e spesso se sono confinanti la pausa viene fatta in orari diversi.

L’istruzione è una vexata questio della comunità italiana che chiede da anni l’istituzione di un terzo regime scolastico «misto», che ad oggi l’Svp, il partito popolare tedesco che governa da sempre la provincia, non ha alcuna intenzione di concedere.

Separati persino i servizi di primo soccorso come la Croce Rossa (che ha l’omologo tedesco in Croce Bianca) anche se ogni cittadino rimare comunque libero di scegliere chi chiamare in caso di bisogno.

Per prendere la residenza sono necessari 4 anni e senza non è possibile accedere alle agevolazioni fornite dalla provincia autonoma, comprese quelle per affitti e mutui. Il tutto in una città che se svetta quasi sempre nelle classifiche di vivibilità ma è anche al 101° posto su 107 città italiane per il costo delle case (fonte Il Sole 24 ore). Il metro quadro in una media periferia qui costa quanto in un quartiere bene di Milano. Un prezzo frutto delle misure di anti-italianizzazione prese in passato dall’Assessore all’urbanistica Alfons Benedikter dall’Svp, allo scopo di limitare l’espansione di Bolzano e bloccarla attorno alla fatidica cifra di 100mila abitanti. Ironia della sorte proprio la cifra a cui puntava il fascismo.

(Politico altoatesino a cui vogliono togliere l’autonomia? No, un krampus figura della mitologia locale)

Il sistema di suddivisione su base etnica

Il punto centrale del potere altoatesino è il sistema proporzionale basato sulla dichiarazione etnica.

Ogni residente deve dichiararsi di lingua italiana o tedesca e sulla base di questa dichiarazione ha accesso a determinati posti nelle amministrazioni pubbliche (in genere 7 posti su 10 sono appannaggio del gruppo di lingua tedesca), e all’assistenza sociale.

Lo stesso sistema funziona anche per i posti dirigenziali e questo fa sì che la quasi totalità delle numerose società partecipate dalla provincia abbiano a capo una persona di lingua tedesca. Fra queste anche Sel, la società provinciale per l’energia al centro di uno scandalo che ha sfiorato i vertici dell’Svp, ponendo per la prima volta una questione morale nella storia del partito di raccolta tedesco.

Rimane escluso dal sistema etnico proporzionale chi non compie la dichiarazione. Dopo quasi cento anni dall’annessione all’Italia non è ancora contemplata l’opzione «mistilingue» ovvero figlio o figlia di una copia mista. Tutti devono scegliere fra una delle due possibilità oppure rinunciare a lavorare nel pubblico e all’accesso al ricco welfare altoatesino.

Al tempo stesso però sempre per poter svolgere lavori pubblici è necessario essere bilingui, una competenza che viene certificata da un ente provinciale che rilascia uno speciale «patentino».

Solo dopo lunghi anni di ricorsi legali sono state accettate anche le certificazioni ottenute in luoghi minori fuori dall’Alto Adige, come ad esempio Berlino, Vienna o Roma.

Questo sistema ha fatto si che un numero crescente di italiani si dichiarino di lingua tedesca e ha raggiunto punte tragicomiche nel caso dell’ultimo concorso provinciale di magistratura dove alcuni posti in quota tedesca sono andati ad italiani nati in altre regioni che si sono dichiarati tedeschi.

Tutto ciò pur di mantenere le etnie rigorosamente separate.

L’unico partito bilingue e interetnico sono i Verdi che anche se viaggiano storicamente su percentuali più alte che nel resto d’Italia (il che oggi significa: continuano ad esistere) non sono in grado di influenzare davvero il destino politico della Provincia autonoma.

Il loro padre spirituale è stato Alexander Langer, politico e pensatore che provò invano a superare le divisioni etniche e finì per togliersi la vita.

Anni dopo la sua morte gli dedicarono un ponte, che nell’iconografia bolzanina è universalmente il simbolo di quello che tutti a parole vogliono e contro cui in realtà tutti remano: l’unione fra le etnie.

Il potere provinciale rimane da sempre saldamente nelle mani dell’Svp, il cui unico problema è la crescita del Freiheitlichen, partito tedesco spostato ulteriormente a destra.

L’Svp per statuto impedisce l’iscrizione ai cittadini di lingua italiana ma da qualche anno non trova sconveniente chiedere loro il voto e produce materiale elettorale anche nella lingua di Dante. Sorprendentemente le stime indicano in alcune migliaia i voti che l’Svp riesce a ricevere dal gruppo italiano.

Tutto questo assomiglia vagamente ad un regime di Apartheid ma non solo è tacitamente accettato da tutti ma è anche perfettamente legale perché l’articolo 3 della Costituzione («Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali») viene compensato con l’articolo 6 sulla tutela delle minoranza linguistiche («La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche»).

In questo quadro la popolazione di lingua italiana, afflitta da quello che il sociologo Luca Fazzi dell’università di Trento chiama « il disagio degli italiani», è da decenni in diminuzione, anche se ha recentemente conosciuto un nuovo lieve aumento numerico generato immigrazione interna, dovuto alla crisi economica che attanaglia il resto del Paese.

Quella italiana resta però in Alto Adige l’etnia maggiormente interessata al rischio si «Todescmarsch» (la marcia verso la morte, nel senso di annientamento numerico) termine inventato e riferito a sé dall’etnia tedesca negli anni delle lotte per l’autonomia.

Frequenti fra gli italiani altoatesini sono sia l’emigrazione giovanile che quella di ritorno, ovvero quella che vede persone giunte alla pensione, vendere casa a Bolzano e tornare a vivere nella regione da dove sono partiti anche 40 anni prima, come fossero gastarbeiter (lavoratori stagionali) la cui stagione è durata una vita intera.

(pizza e strudel, o del Geist di Bolzano)

Nella situazione attuale a poter influire nella lotta numerica all’interno del rigido sistema proporzionale fra le etnie sono soprattutto gli abitanti di orgine straniera.

(l’8,6% della popolazione dell’Alto Adige è di origine straniera, dato in continua crescita)

Al momento i figli degli stranieri rappresentano il 20,1% degli alunni nelle scuole italiane contro il 5,2% in quelle tedesche, dove va detto però che gli studenti sono più numerosi.

A capo di tutto questo sistema che appare complicato ma regola da oltre trent’anni la quotidianità degli altoatesini, ancora per qualche giorno c’è lui.

(Il presidente Durnwalder, foto Agence France Presse)

Luis Durnwalder che qui a Bolzano e provincia sarebbe l’equivalente di un Re se solo paragonarlo ad monarca non fosse un po’ riduttivo.

Dovendo regnare sull’Alto Adige guadagna al mese circa 26mila euro lordi, ovvero più di Barak Obama, il capo del mondo Occidentale. Una cifra che è anche circa 10mila euro più alta di quella del pari ruolo tirolese, volendo fare un paragone di quelli a cui anche gli altoatesini potrebbero essere sensibili.

Figlio di un contadino, Durnwalder per anni ha ricevuto file di cittadini alle sei di mattina ascoltando i loro problemi come un sovrano assoluto, creando mitologiche file nello scenario lunare della fredda alba bolzanina. Massimo esponente del rinomato pragmatismo sudtirolese è stato un decisionista abile e talvolta spietato, sempre in grado di giocare partite diverse ma connesse sui tavoli romani e su quelli locali.

Il suo regno lungo 25 anni si è concluso con l’ombra dell’indagine della Corte dei conti su alcune spese effettuate con i soldi pubblici, lui si difende dicendo che è tutto legale, e di aver preso i soldi solo in anticipo e di averli sempre resituiti. Al momento però nella sua eredità trovano posto sia le accuse di aver speso 1.250 euro per uno schiaccianoci, sia il premio europeo « Taxpayers award 2006» per il miglior uso dei soldi dei contribuenti, abbastanza insomma per fare esplodere il cervello di un grillino.

Il suo successore è Arno Kompatscher, uscito vincitore a sorpresa dalle elezioni primarie dell’Svp. Si tratta di un personaggio che potrebbe portare delle novità in uno scenario politico refrattario ad ogni tipo di cambiamento. Ha studiato a Padova e si dice che la band di amici dove suonava facesse anche cover dei CCCP, il che in una terra dove il gruppo più famoso sono i Kastelruther Spatzen, è un po’ come ascoltare Jimmy hendrix nel midwest rurale degli anni 60.

Lo attende un Alto Adige la cui storia degli ultimi anni è fatta di una crescente rinascita di nazionalismo sudtirolese, dimostrata dalla vicenda dei cartelli di montagna, dalle adunate degli schützen, dal nervosismo scomposto per le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia e per il ritrovo nazionale degli alpini di Bolzano del 2012. Un evento questo vissuto preventivamente come un’invasione militare e poi rivelatosi una festa quando le penne nere si sono dimostrate più sensibili alla birra e al vino che non alla retorica sciovinista. Un fatto che era facilmente prevedibile, se non fosse che qui l’italiano è visto da sempre a priori come fascista e prevaricatore.

Dall’altro lato della barricata, alle ultime recenti elezioni l’elettorato di lingua italiana ha disertato in massa le urne, stretto fra un centrosinistra che dice sempre «ja» alla crescente aggressività dell’Svp e una destra che annovera statisti di chiara fama come Micaela Biancofiore  e Alessandro Bertoldi oltre a manipoli di post fascisti.

Il risultato è che con più di un quarto di cittadini (26,06%) il gruppo italiano esprime ora un settimo dei consiglieri (14%) e in giunta finirà un solo assessore italiano. Dieci anni fa erano tre. Piccoli segni di un’estinzione in corso.

(Krampus a riposo)

Dietro gli angioletti, i Krampus e il resto del folclore l’Alto Adige resta un posto strano, graniticamente diviso per etnie nel cuore dell’Europa del ventunesimo secolo, il che ne fa un caso più unico che raro.

Territorio ricco ma ai primi posti delle graduatorie nazionali per numero di suicidi, ha un eccellente sistema di formazione professionale ma Bolzano è la penultima città in Italia per numero di giovani laureati e si piazza al 104 posto su 107 per numero di librerie.

(Di ritorno dal Mercatino, il viaggio della speranza verso l’Italia a statuto regolare)

E se le cose sono sicuramente molto più complesse di «Leviamoli l’autonomia» o «Facciamoli tornare all’Austria», i due termini in cui si spesso esprime il dibattito italiano sulla questione, il futuro più probabile per l’Alto Adige è che tutto ciò che lo riguarda continuerà ad essere deciso unilateralmente a Bolzano, perché a Roma nessuno vuole rischiare la rinascita del terrorismo e al tempo stesso i 120mila voti italiani sul territorio sono un bottino veramente misero per qualsiasi politico nazionale.

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