Letta all’attacco, prova a sfoderare le palle d’acciaio

Il presidente del Consiglio contro Renzi

Finge di stupirsi Enrico Letta. Il presidente del Consiglio è appena entrato nella sala dei Galeoni di Palazzo Chigi, guarda la selva di giornalisti presenti e con un sorriso prova a stemperare un po’ di tensione. «Quanti siete… Come mai?». È un attimo. La conferenza stampa è stata organizzata al termine di una giornata agitatissima. Forse decisiva per le sorti del governo. In mattinata Letta ha incontrato per oltre un’ora e mezza il segretario democrat Matteo Renzi. «Un incontro franco» ammetterà più tardi. Un faccia a faccia che ha finito per certificare la distanza tra i due, ormai evidentemente incolmabile. 

Enrico Letta presenta il patto di coalizione del suo esecutivo. Parla in prima persona, coniuga i verbi al futuro. L’ipotesi di una staffetta con il sindaco di Firenze sembra non averlo neppure sfiorato. «Impegno Italia è il programma per il nuovo governo che dobbiamo formare» esordisce. I suoi avversari hanno provato a dipingerlo come un politico vecchia maniera, avvinghiato alla poltrona. Letta stravolge la prospettiva. La sua è una missione istituzionale, fondata su molta concretezza e poco protagonismo. Chi mira al suo posto forse non è mosso dagli stessi obiettivi. 

Le polemiche degli ultimi giorni non gli hanno fatto cambiare idea. Enrico Letta non abbandona il campo, anzi resiste. Il termine della sua permanenza a Palazzo Chigi non può essere determinato preventivamente. Basta riferimenti al 2015, tantomeno al 2018. «La durata di Impegno Italia è legata alle riforme», con buona pace di chi sperava di affibbiare al presidente del Consiglio una data di scadenza. A Montecitorio il contrattacco del presidente del Consiglio sorprende più di qualcuno. «Un nuovo programma di governo? Ormai è troppo tardi» sorrideva nel pomeriggio qualche deputato. Visibilmente infastidito, Enrico Letta racconta come è nato il suo progetto. Al Nazareno era stato deciso di dare la priorità alla trattativa sulla legge elettorale. «Coerentemente ho atteso, come è giusto fare», precisa. È la prima di una lunga serie di frecciate a Renzi. «Qualcuno mi ha accusato di aver perso tempo. Ma se c’è stata una perdita di tempo non è la mia».

Chiede chiarezza, Enrico Letta. Pretende che ognuno «si assuma le proprie responsabilità», suggerisce a tutti di «esprimersi nelle sedi opportune». Il riferimento a Renzi è evidente. «Le dimissioni non si danno per dicerie o manovre di Palazzo». Da questo punto di vista la direzione del Pd in programma domani pomeriggio sarà decisiva. Il premier vuole che l’organismo dirigente del partito si esprima sulla sua proposta. Pretende un voto netto sul programma appena presentato. Solo allora deciderà come muoversi. In caso positivo è pronto a chiedere un voto di fiducia al Parlamento, una verifica da calendarizzare al più presto. Anche all’inizio della prossima settimana. A cui dovrà seguire la nascita di un nuovo esecutivo. Un Letta-bis, «perché non credo che un piccolo aggiustamento sia sufficiente».

La mossa è chiara. Il presidente del Consiglio vuole mettere Renzi con le spalle al muro. Se il segretario vuole sostituirlo a Palazzo Chigi, dovrà dirlo chiaramente. Sfiduciando non l’uomo, però. Ma un dettagliato programma di governo. «Il dibattito deve avvenire sui contenuti, non sui personalismi». Il messaggio è esplicito. «Rispetto per le istituzioni – attacca ancora il premier – vuol dire che ognuno deve dire cosa vuol fare.  Soprattutto chi vuole prendere il mio posto». Parla veloce Enrico Letta. Ogni tanto lancia un’occhiata al foglio in cui si è appuntato i passaggi principali del suo discorso. In disparte, il suo staff assiste compiaciuto. Il presidente del Consiglio rivendica con orgoglio il lavoro compiuto finora. «Ho vissuto ogni giorno come se fosse l’ultimo. Sono stati così tanti quelli che hanno cercato di mandarmi via da qui….». Per chi non avesse colto l’allusione, Letta cita con ironia una recente battuta di Renzi. «Stavolta l’hashtag è: #iosonosereno, anzi Zen».

Si definisce un «uomo delle istituzioni». Il governo che presiede è «al servizio del Paese». Insomma, se Letta si trova a Palazzo Chigi non è certo per soddisfare un’ambizione personale. Così almeno garantisce, quasi a rimarcare la distanza da chi agisce pensando al proprio tornaconto. Secondo i bene informati lo sfogo del premier nasce da una proposta che gli è stata avanzata in mattinata: un ministero di peso in cambio delle dimissioni. Contropartita che ha sdegnosamente rifiutato. Riprendono le frecciate a Renzi. Il patto di coalizione è il frutto di un lavoro collettivo, spiega. Nasce da un lungo confronto avviato nelle scorse settimane con gli alleati di governo e le parti sociali. Ma è un documento scritto unicamente da Enrico Letta. Matteo Renzi, ad esempio, non l’ha neppure visto. I due non ne hanno parlato durante il teso vertice di questa mattina. «Questa è la mia proposta. La considero un buon punto di sintesi».

Concretezza si diceva. Letta lo ripete più volte. Il programma di governo ne è la dimostrazione. Per ogni impegno sono previsti tempi di approvazione, fondi a disposizione e ministeri competenti. «È un cambio di marcia molto significativo». Il presidente del Consiglio elenca velocemente le priorità. Dal lavoro all’istruzione. Gli aiuti per le famiglie e i piccoli imprenditori. Ci sono le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali e la legge sulla concorrenza. Impegno Italia non prescinde da alcuni capitoli particolarmente scivolosi. Si parla di unioni civili, di ius soli. Ci sono i conflitti di interesse e il falso in bilancio. «Dobbiamo fare e faremo» ripete Letta. Il protagonista della politica italiana dei prossimi mesi è sempre lui.

«Parliamo di cose fattibili». Il riferimento è sempre al rivale. «Abbiamo lavorato con poco protagonismo e molta concretezza». Evidentemente Letta non ha ancora digerito gli ultimi retroscena giornalistici. Ieri si era sparsa la voce che Renzi fosse già al lavoro per comporre la squadra da portare a Palazzo Chigi. Senza perdere il temperamento, il presidente del Consiglio commenta: «I governi partono da un programma, da un progetto. Non da liste di ministri». Chissà se avrà ragione.

Il documento integrale “Impegno Italia”