Cose turche, breve storia di Yılmaz Güney

Da Istanbul

A Istanbul ho imparato un paio di cose: a giocare a backgammon e la storia di Yılmaz Güney. Il backgammon me lo ha insegnato un tale di nome Alì, alto, dinoccolato e molto paziente, in una stradina dalle parti di Küçük Ayasofia, nel quartiere di Sultanhamet. Ci sono volute un paio d’ore di inglese mal raffazzonato, una buona dose di abilità matematica e svariati litri di çay. Per quanto riguarda Güney le cose sono andate diversamente. Ho dovuto mettere insieme pezzi di informazioni prese un po’ qui e un po’ là, potendone verificare solo una minima parte e lasciando scivolare le altre nella leggenda, scura e stagna come l’acqua del Corno d’Oro. 

Sapevo dell’esistenza del Robin Hood del cinema turco, ma era una di quelle informazioni di secondaria importanza che se ne rimangono a galleggiare in un angolo della materia grigia finché le condizioni esterne non le strappano all’oblio. Così, mentre spizzicavo del kebap di montone in un vicolo a Tünel – uno dei quartieri moderni di Istanbul, oltre il ponte di Galata – sotto le finestre della sede del Partito Comunista turco, osservando funzionari in cravatta rossa e spilla andare e venire dentro e fuori dalla folla brulicante delle vie del centro, il ricordo di Güney è tornato a galla e mi è sembrato fosse un buon momento per cominciare a fare qualche domanda.

Il ragazzino che serviva ai tavoli ne sapeva poco e niente, «sono film vecchi» mi ha detto, e il titolare del locale era troppo impegnato a tenere i gatti lontani dai tavoli per darmi retta. Però una signora che con uno spazzolone puliva via la schiuma da un canale di scolo poco lontano da dove ero seduto a mangiare, e che stranamente parlava un inglese molto fluente, dopo essersi scusata più volte per aver origliato, ha insistito per raccontarmi la sua versione. «Era un uomo molto bello, noi lo conoscevamo tutti — e indica la sede del Partito con aria complice — ma non capivamo sempre i suoi film. Era curdo, ma non era cattivo». Ecco, questa è una cosa importante: il fatto di essere curdi a Istanbul oggi è qualcosa a metà tra un argomento di conversazione e un pretesto per impietosire i turisti. È difficile stabilire con quanti veri curdi si ha a che fare e quanti si proclamano tali per conquistarsi i favori degli stranieri. Güney era curdo da parte di madre, nato nel 1937 ad Adana, da padre di etnia Zaza. Ha fatto l’attore, lo sceneggiatore, il romanziere e il regista ed è passato alla storia come uno dei cineasti più impegnati in assoluto. È stato in carcere tre volte per un totale di tredici anni, le prime condanne le ha scontate per ragioni politiche — era la prima metà degli anni settanta e le leggi turche erano intolleranti nei confronti della propaganda — poi per aver ucciso un giudice. Nel 1981 è riuscito ad evadere e scappare in Francia, lasciandosi alle spalle una condanna a diciannove anni della quale non avrebbe probabilmente visto la fine. Ha scritto i suoi lavori migliori da dietro le sbarre e li ha fatti girare dai suoi assistenti. Nel 1982 ha vinto una Palma d’Oro a Cannes per Yol, il suo film più conosciuto all’estero, e nel 1983 ha girato Duvar, la sua ultima pellicola, mentre il governo turco revocava la sua cittadinanza e lo condannava a ulteriori vent’anni di prigione. È morto nel 1984, con alle spalle una delle carriere più rocambolesche della storia del cinema. Questi sono i fatti che sono riuscito a trovare facendo ricerche sul web, il resto sono più che altro leggende.

«Si ricorda Umut?» mi chiede la mia signora con lo spazzolone, e io devo ammettere che mi dispiace ma no, non ho mai visto un film di Güney per intero. «Dovrebbe guardarlo — mi dice — se vuole sapere cos’era la Turchia in quegli anni. Non avevamo mica tutte queste cose. Però c’erano persone che avevano voglia di lavorare e avevano voglia di raccontare, e hanno contribuito ad arrivare dove siamo oggi. Yılmaz non ha mai fatto niente di male, e secondo me non era neanche comunista». Umut — che ora ho visto — è un pezzo di neorealismo senza mezzi termini. Le critiche del 1970, anno in cui è uscito ed è stato presentato a Cannes, lo paragonavano a Ladri di biciclette, di De Sica, e sicuramente è un paragone azzeccato. Dentro la pellicola c’è un mondo che non esiste più, attraverso una Turchia che adesso sembra essersi fatta una plastica, ma senza cambiare i connotati di fondo. La storia è quella di un vetturino che dopo aver perso il cavallo in un incidente si mette a vagare alla ricerca di un tesoro. Güney, che è anche il protagonista, ha lo sguardo di un giovane Gianmaria Volonté. Deciso, tenebroso, compassionevole. 

Non sono sicuro del perché la pellicola sia stata bandita dalle sale nel ’70, perché non posso comprendere fino in fondo l’intricatissima rete di sottotesti e riferimenti politici e culturali dell’epoca. Però la denuncia è evidente e velata di malinconia verso un Paese che sembra sempre sul punto di redimersi ma non lo fa mai, e finisce per rimanere intrappolato nella propria pazzia. La stessa pazzia del protagonista quando, nell’ultima scena, abbandona la famiglia e decide di dedicarsi appieno alla sua ricerca senza speranza. 

Stimolato dai racconti della signora di Tünel — che per la verità sono stati molto più lunghi e confusi di quanto riporto — chiedo qualcosa riguardo a  Güney anche a Adem, il titolare di un cafè per artisti di Sultanhamet. In risposta ottengo il coro di voci discordanti di tutti gli avventori del bar. Pittori, illustratori e performer di varia formazione e provenienza. Ognuno ha il suo aneddoto e la sua particolare mitologia attorno alla figura del regista, ma tutti sono d’accordo su una cosa: era innocente e molto antipatico. Stessa cosa che si potrebbe dire di Volonté, il che mi rassicura. «Faceva le rapine a mano armata – mi racconta Melisse, una calligrafa sorridente e dagli occhi grandi. Entrava nelle banche con un pistola finta, presa sul set, e siccome la gente sapeva che era un attore non lo prendeva sul serio e gli dava i soldi. Per questo lo hanno imprigionato, qualche volta». Questa storia, però, non ha fondamento, è una delle tante leggende che ammantano il ricordo del Robin Hood che in Turchia si è visto per fin troppo poco tempo. Adem dice che c’è qualcuno che giurerebbe di aver ricevuto dei soldi da lui, senza averlo mai conosciuto di persona. «Rubava e regalava il denaro alla gente che ne aveva bisogno» ma anche qui non si trova riscontro. Poi quasi tutti si mettono a ridere e scacciano via quello che hanno appena detto con un gesto della mano. Come a dire: tu non crederci, che sono storie vecchie e nessuno ci pensa più.  

Quello che mi sembra certo riguardo a Yılmaz Güney è che di lui a un certo punto c’è stato bisogno. Nella misura in cui ogni Paese ha bisogno dei suoi eroi, siano reali o inventati di sana pianta. Güney è stato un po’ una cosa e un po’ l’altra, e ha lasciato un’eredità importante non soltanto per l’industria cinematografica internazionale, ma anche per chi ha bisogno di qualcosa da raccontare in una nazione che ha davanti un futuro brillante.

Umut (1970) 

Yol (1982)

Duvar (1984)