Quanto abbiamo perso grazie a corporazioni e sindacati

Dalla scuola alla contrattazione

Non l’avesse mai detto, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Citando testualmente Guido Carli nel centenario della nascita, ha indicato nelle “rigidità legislative, burocratiche, corporative, imprenditoriali, sindacali” ciò costitusce “sempre la remora principale allo sviluppo del nostro Paese”. Il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, è insorto tacciandolo di essere tra le “alte autorità che spesso parlano a vanvera”. La segretaria della Cgil, Susanna Camusso, l’ha liquidato dicendo “mi sembra un riproporre ricette che hanno già mostrato il loro fallimento”.

Invece il governatore Visco ha ragione. E se il giudizio di Carli è ancora attuale, anche se i tempi sono diversi – ai tempi di Carli il problema era l’inflazione, oggi è la stagnazione – ciò esprime una parte rilevante dell’irrisolto problema italiano. Fermiamoci alla parte che ha suscitato la polemica, quella relativa alle parti sociali, e passiamo in rassegna alcuni dei maggiori capitoli sui quali opposizioni e frenate oggettive sono venute da chi ieri ha criticato Visco. Con un’osservazione preliminare: naturalmente è sempre sbagliato generalizzare, richiamare le responsabilità dei “professionisti” della rappresentanza non significa affatto negare che esistano e che abbiano molti meriti, per esempio, migliaia di rappresentanti sindacali nei posti di lavoro che svolgono il loro compito gratuitamente e con coscienza, senza distacchi né benefici retributivi. E dare ragione a Visco non vuol dire neanche fare un calderone comune delle diverse posizioni: ovviamente la Cisl non è la Cgil, e questa non è l’Usb.

Relazioni industriali

Cominciamo da quello che dovrebbe essere il mestiere primario di chi rappresenta lavoratori e imprese: non sostituire i partiti, ma occuparsi dei contratti. Sotto questo profilo, non è affatto sanata la rottura che avvenne nel 2009, alla mancata firma Cgil-Fiom del contratto dei metalmeccanici. Cisl-Uil e Cgil erano separati dalla coda polemica del rapporto preferenziale che i governi Berlusconi avevano mantenuto con le prime e non con la seconda. Solo nel 2011 e poi con l’accordo interconfederale del 31 maggio 2013 si è tornati all’unità con le associazioni d’impresa intorno alla rappresentanza delle Rsu, sui requisiti maggioritari per la firma dei contratti, sulla contrattazione decentrata nella quale va incardinata la “vera” contrattazione che fa la differenza, quella per accrescere la produttività con il salario detassato e con un utilizzo di impianti – turni, orari – che metta più soldi nelle tasche sia delle imprese che dei lavoratori. Ma un pezzo della Cgil – a cominciare dalla Fiom, di qui la battaglia tra Camusso e Landini – non si è mai riconosciuta in questa svolta. A parte le multinazionali e alcune decine di grandi gruppi, la contrattazione decentrata che pure si è diffusa non ha ancora sprigionato la forza che è in grado di ottenere. E di grandi contratti in deroga aziendali rispetto a quelli nazionali – oggi perfettamente possibili, e che sarebbero utilissimi –  dopo la Fiat che ha sbattuto la porta da Confindustria se n’è praticamente persa traccia. L’effetto? Frazioni di punto di crescita di Pil in meno. Preziosi in teoria, ma denegati dall’ideologiaquella che oggi nel Pd e nella Cgil torna a preferire meno lavoratori apprendisti e a tempo determinato, pur di non ammainare la bandiera di difendere a chiacchiere  il modello unico del tempo indeterminato per tutti.

Il mondo pubblico

Qui le resistenze sono fortissime e trasversali davvero, vista la forza Cisl nel settore statale. Facciamo tre soli esempi. Da 7 anni manca il rinnovo del contratto di quelli che un tempo si chiamavano autoferrotranvieri. Sotto la pressione “di base” dei sindacati autonomi, i confederali resistono a ciò che si manifesta nella realtà. Di fatto, la situazione delle aziende di trasporto pubblico locale – ogni anno circa 6 miliardi di sussidi pubblici – è totalmente divergente. Per l’eccezione Atm di Milano, in utile, ci sono disastri di dimensione europea come l’Atac di Roma. E nella media guai seri come quelli dell’Amt di Genova – ricordate il blocco per sei giorni della città, due mesi fa, senza che alcun potere pubblico intervenisse – sono più la regola che l’eccezione. In questo settore ormai il contratto nazionale dovrebbe servire solo per la parte normativa e relativa ai diritti: solo con contratti azienda per azienda “ritagliati” sulle specifiche necessità di risanamento-efficienza delle diverse imprese, è pensabile rivedere la luce. E servono energici accorpamenti. Come nel secondo caso: l’universo delle 7.700 società controllate da Comuni, Province e Regioni, che diventano quasi 30mila se sommiamo le controllate e partecipate di secondo e terzo livello. Qui l’onere è di 24 miliardi di euro l‘anno, la metà concentrato in società pubbliche che non offrono servizi ai cittadini. Il terzo settore è quello della scuola. Due giorni fa il ministro Giannini ha pronunciato in Parlamento una cifra spaventosa: sono circa 500mila, sommando tutte le diverse tipologie, i precari della scuola. La politica ha colpe immense – avendo preferito per decenni inventarsi sottocategorie a tempo per ragioni clientelari, alle quali promettere poi stabilizzazione e cattedra in cambio di voti. Ma è il sindacato che le ha accettate, difese e sostenute.

Le liberalizzazioni

Le resistenze sono state infinite. E quelle sindacali per una volta sono “concentrate”, su modalità dell’offerta di servizio da parte del pubblico che prevedano dovunque procedure di gara davvero “aperte”, superando le gestioni in house e mettendo dunque a serio rischio le piante organiche spesso pletoriche dei monopolisti pubblici, dalla raccolta rifiuti ai servizi idrici e ai trasporti. Ma la “resistenza diffusa” alle liberalizzazioni è venuta fortissimamente anche dal mondo privato. Dall’avvocatura, al notariato, ai farmacisti. Alle banche, sempre pronte a sostituire l’abbattimento delle commissioni bancarie o la gratuità della portabilità e rinegoziabilità dei mutui con nuovi oneri impropri a carico del cliente.

Tra le liberalizzazioni “offuscate”, cioè attutite nell’effetto per chi paga i costi del servizio, c’è quella energetica. Abbiamo introdotto concorrenza nella generazione di energia più di altri grandi Paesi europei, ma in bolletta oggi il costo dell’energia è una componente minoritaria, rispetto a fisco e sussidi. Se lo Stato ci va pesante con le tasse, tuttavia non dimentichiamo che ogni anno diamo 12 miliardi di sussidi alle rinnovabili e oltre 3 al vecchio bacino delle cosiddette “assimilabili”, quasi 4 di sussidi alle reti private, altri miliardi di sostegno ai grandi gruppi “energivori”, e a quelli che hanno sbagliato modello d’investimento e oggi hanno impianti – innanzitutto a gas – inattivi. Confindustria per prima, al cui interno tutte queste categorie sono ben rappresentate e tra i primi grandi soci finanziatori in termini di quote associative, è perennemente attraversata da scosse telluriche anche se restano sotto la superficie, tutte le volte che – come con l’attuale ministro Guidi – riaffiora la volontà di taglie i sussidi in bolletta in modo da alleviare il costo per le piccole imprese e le famiglie.

I costi impropri

Sindacati e associazioni d’impresa hanno ancora una lunga strada da percorrere, in termini di trasparenza rispetto al denaro pubblico di cui beneficiano. La questione è macroscopica per i sindacati, visto che – come ribadito nella recente inchiesta del Messaggero – si aggira sul miliardo di euro l’anno la cifra stimata annuale di fonte pubblica che affluisce nei loro bilanci – tra convenzioni dei Caf, Patronati, quota-pensioni girata dall’Inps, e via proseguendo. Non pubblicano bilanci consolidati nazionali di conto economico e patrimoniale, ma solo stringati rendiconti di cassa annuali per ogni categoria, e non per tutte. Anche per Confindustria – come per le altre 53 diverse sigle d’impresa – non c’è un vero e proprio bilancio consolidato, ma ogni Associazione territoriale e di categoria ha un proprio rendiconto. Confindustria ha tagliato in questi anni i costi centrali e sta accorpando le sue territoriali, l’esempio di Unindustria Lazio che ha superato le organizzazioni provinciali ha fatto testo. Ma che le migliaia di dipendenti del sistema “pesino” troppo in questi anni sulle tasche degli associati, è fatto confermato in molte prese di posizione di imprenditori. Moltissimo ci sarebbe da dire sulle Camere di commercio a cui partecipano le associazioni datoriali: sono 105 Camere di commercio, con un’Unione italiana, 19 regionali, 19 strutture di sistema, 69 Camere arbitrali, 105 Camere di conciliazione, 27 Laboratori chimico-merceologici, 47 Borse merci e Sale di contrattazione e 9 Borse immobiliari,151 sedi distaccate per l’erogazione di servizi sul territorio, 135 Aziende speciali per la gestione di servizi promozionali e infrastrutture, 495 partecipazioni con altri soggetti pubblici e privati in infrastrutture, 9 Centri estero regionali, 74 Camere di commercio italiane all’estero, 39 Camere di commercio italo-estere.

Al finanziamento proveniente dal diritto annuale versato dalle aziende imprese iscritte o annotate al registro delle imprese e con i diritti di segreteria sull’attività certificativa svolta e sulle iscrizioni in ruoli, elenchi, registri e albi tenuti ai sensi delle disposizioni vigenti, si somma quello di leggi e leggine locali di sostegno alle attività delle Camere. Basta dare un occhio all’elenco delle 19 società controllate e partecipate dalla Camera di Commercio di Roma, e alle 25 di quella di Napoli, per capire che molta pulizia andrebbe fatta.

Insomma siamo seri: è veramente difficile, dare torto al governatore Visco.

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