Speriamo davvero la concertazione sia morta

Speriamo davvero la concertazione sia morta

I provvedimenti li giudicheremo quando verranno i testi, ma c’è intanto una oggettiva novità nel “metodo” seguito dal governo Renzi. Dopo 30 anni, la fine della cosiddetta “concertazione”. Quella prassi triangolare tra governo, sindacati e imprese, che in Italia ha preso piede fino a imperversare, dal 1983 ad oggi. Una trattativa che col tempo ha sempre più assunto i caratteri del “dovere politico”, come un obbligo di rispetto del ruolo che il governo è chiamato a esprimere  per le associazioni datoriali e sindacali, trattando con loro direttamente in via preventiva e successiva ogni rilevante misura di politica economica, si tratti di finanza pubblica o di mercato del lavoro.

E’ per via di questa morte non-annunciata, ma semplicemente praticata nei fatti e difesa in interviste e dichiarazioni all’unisono da Renzi, Delrio e dal ministro Poletti , che in queste settimane i sindacati – soprattutto la Cgil – e la stessa Confindustria di Squinzi hanno variamente alternato espressioni di critica anche aspra, nei confronti del premier.

E’ un bene o un male, la fine della concertazione? E’ ot-ti-ma. Ma per argomentare la risposta bisogna sforzarsi di prescindere dal tifo, cioè dalla visione che ciascuno legittimamente può avere intorno alle priorità del momento, e cioè se nella fase attuale di un’Italia piegata nel reddito procapite – tornato in termini reali ai livelli del 1986, con una perdita del 13,2% dal 2007 – sia preferibile per sostenere la crescita concentrarsi di più sul sostegno ai dipendenti a basso reddito, o sullo sgravio fiscale alle imprese. Bisogna partire da un altro presupposto, da un esame il più possibile oggettivo degli effetti concreti, esercitati in Italia dalla concertazione negli anni.

In effetti nel suo primo decennio la concertazione sortì risultati prevalentemente positivi. Dal cosiddetto lodo-Scotti del gennaio 1983 fino al Patto sottoscritto nel luglio 1993 da imprese e sindacati, con l’allora premier “tecnico” Carlo Azeglio Ciampi, la nuova prassi triangolare mise nero su bianco una serie di impegni – nelle rivendicazioni salariali, nel mutamento dell’indicizzazione non solo dei salari ma anche di tariffe e prezzi amministrati, nonché nella rappresentanza sindacale ai fini della regolarità dei confronti contrattuali – che si rivelarono molto utili, per piegare l’inflazione che nei primi anni Ottanta era diventata a doppia cifra, alimentando una spirale perversa di deprezzamento della moneta e di perdita continua del potere d’acquisto dei redditi più bassi. Al contrario di quanto sostiene chi predica oggi come taumaturgico il binomio svalutazione-inflazione, si tratta di fenomeni che aiutano gli indebitati diminuendo il valore reale delle loro esposizioni, ma colpiscono chi è più povero.

Dal 1993 in avanti, come si vide benissimo dal cosiddetto Patto di Natale del governo D’Alema nel 1998, la concertazione perse per strada il suo benefico effetto. La volontà di intervenire per una seria riforma delle pensioni, da parte dell’allora leader Pd diventato premier, s’infranse contro un no secco da parte del sindacato e innanzitutto della Cgil. Nei lunghi anni della progressiva perdita di competitività dell’Italia, cioè nel decennio che ha preceduto l’euro e fino ad oggi, la politica avrebbe dovuto concentrarsi su riforme per contenere la crescita del costo unitario per unità di prodotto, frenare il deficit e il debito pubblico, modificare il welfare e il mercato del lavoro, in senso più flessibile ma con tutele più europee.

Tutte cose che si è rivelato sempre più complicato trattare triangolarmente con sindacati e imprese. Perché inevitabilmente un mercato del lavoro è più capace di alimentare produttività quanto più sposta la contrattazione all’interno delle diverse imprese stesse, e non a livello nazionale. Perché freni e razionalizzazioni energiche alla spesa pubblica piacciono alle imprese ma molto meno ai sindacati. Perché modifiche alle forme contrattuali o riforme come quelle previdenziali vedono i sindacati legittimamente volti a tutelare gli interessi di una parte del mondo del lavoro, la minoranza dei più tutelati che essi rappresentano, meno della metà del totale delle forze di lavoro italiane.

La concertazione è diventata così un vischio che ha diluito e attutito oltremisura una capacità di scelta e governo della politica che già di suo era purtroppo sempre più imbrigliata, dal tener soverchio conto delle mille lobby corporative di cui vive l’eterogenea rappresentanza italiana: dalle libere professioni il più delle volte avverse a rimuovere filtri all’ingresso, a questa e quella subcategoria d’impresa, dagli energivori a chi invece ha sbagliato modello investendo in surplus di generazione elettrica, dalle grandi banche alle ex grandi imprese pubbliche, si tratti di tlc, energia o trasporto. E via proseguendo.

Da questo punto di vista, se nel primo decennio la concertazione anti inflazione è stata in qualche modo assimilabile agli effetti positivi che nella Germania dei primi anni Duemila ha ottenuto la convergenza politica e sindacale nelle riforme pro-competitività del governo Schroeder, negli anni alle nostre spalle si è trasformata invece in un rituale barocco, quello delle 55 sigle sindacali e d’impresa che occupavano disposte su un lunghissimo tavolo la cosiddetta “sala verde” di palazzo Chigi. Una perfetta fotografia dell’impossibilità di decidere alcunché di significativo, se non compromessi al ribasso. Sia per la finanza pubblica, sia per la competitività dell’economia.

E’ comprensibile e ovvio, che lo strappo alla concertazione di Renzi non piaccia innanzitutto al sindacato. Mentre bisogna credere e sperare che dispiaccia meno all’impresa. Ma è un errore credere che consegnare la concertazione al passato sia una mossa volta a creare “macelleria sociale”, come si usa dire. Al contrario, se sarà ben perseguita, è una decisione che rimette ordine. Dovendo intervenire obbligatoriamente su una pluralità di problemi in tempi rapidissimi, se davvero intende dare una scossa a una crescita 2014 che il Fondo Monetario ancora ieri ha cifrato non superiore allo 0,6% del Pil, il governo Renzi rivendica alla politica il diritto di scegliere, assumendosi la responsabilità delle sue priorità e valutazioni. Vedremo, se e come lo farà. Dopodiché sindacato e imprese giudicheranno, ciascuno libero di manifestare in tutti i modi legittimi, anche i più duri ammessi dal nostro ordinamento, la propria eventuale contrarietà.

La fine di quel minuetto rococò, di quel gioco al veto incrociato a cui si era ridotta la concertazione è una mossa che apparirebbe assolutamente ovvia e imprescindibile, a qualunque osservatore francese, britannico e anche tedesco. Serve a ridare impulso e velocità al processo decisionale politico, e a riattribuire a ogni forza sociale il compito che le compete: quello di occuparsi della rappresentanza dei propri iscritti nei luoghi di lavoro e nelle trattative contrattuali, non come sostituti dei partiti. Ma intendiamoci. Imboccata questa strada, per coerenza il governo Renzi dovrà fare lo stesso con tutti, evitando di prestare ascolto riservato a ogni altro tipo di lobby, delle mille italiane. Un compito difficile. Ma altrimenti tornerà ad avere buoni argomenti, chi vanta milioni di iscritti (per metà pensionati) rispetto alle cerchie di “amici degli amici”.

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